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Il Grande Dio Pan (tradotto)

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Finalmente, dopo anni di ricerche nel campo delle scienze occulte e dello studio delle funzioni cerebrali, il dottor Raymond è pronto per portare a termine un folle esperimento. Una notte d’estate, assieme all’amico Clarke, che sarà suo testimone, decide di sottoporre la giovane Mary a un intervento chirurgico al cervello per consentirle di sollevare il velo che cela la mostruosa divinità della natura, il Grande Dio Pan. Ciò che la ragazza vede la sconvolgerà per sempre.Molti anni dopo, in una Londra vittoriana ancora profondamente scossa dagli omicidi di Whitechapel, una catena di inspiegabili suicidi sconvolge le famiglie benestanti del West End, stringendo la città in una morsa di terrore nella quale nessuno può dire chi sarà il prossimo, né quando accadrà.Soltanto Villiers, appassionato esploratore notturno, il gentiluomo Austin e lo stesso Clarke, segretamente affascinato dall’occulto e dal mistero, sospettano che dietro ai suicidi possa nascondersi un'enigmatica figura femminile. Tra angoscianti testimonianze e onirici peregrinaggi dai sobborghi più ricchi fino ai bassifondi più squallidi di Londra, i tre insoliti investigatori si troveranno dinanzi a un terribile segreto che getta le radici tra le pieghe del tempo, in un passato colmo di suggestione e oscurità.Il Grande Dio Pan, all’epoca additato come osceno per i contenuti sessuali e lo stile decadente, viene oggi considerato uno dei migliori romanzi gotici dell'orrore di fine Ottocento.

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Prefazione
prefazione 1 – Arthur Machen, narratore di estasi e terrore Machen nacque a Caerleon-on-Usk nel 1863, battezzato Arthur Llewellyn Jones, figlio di un pastore anglicano vicario della piccola parrocchia di Llanddewi Fach. Il cognome Machen, che acquisì solo in seguito, apparteneva alla famiglia materna di origini scozzesi. È proprio la biblioteca paterna a esercitare sul giovane Arthur una grande influenza: il futuro scrittore divorò una vasta collezione eterogenea di volumi, tra cui numerosi classici. Il padre lo iscrisse alla Hereford Cathedral School, dove ricevette un’eccellente formazione classica. I gravi problemi economici della famiglia impedirono al giovane Machen di proseguire gli studi all’università per seguire le orme paterne. Si recò quindi a Londra per tentare di accedere alla professione medica, ma a causa della scarsa attitudine alla matematica fallì gli esami di ammissione al Royal College of Surgeons. Fece ritorno in Galles con il sogno di diventare giornalista e la famiglia lo rimandò a Londra nel giugno del 1881, diciottenne, dove visse in relativa povertà lavorando come giornalista, impiegato di tipografia e precettore. Trascorse la maggior parte del decennio successivo in grave povertà e facendo una lunga gavetta che lo portò a tradurre l’Heptaméron di Marguerite de Navarre e Le Memorie di Casanova, a scrivere un trattato sul tabacco e una raccolta di racconti pseudo-rinascimentali in inglese arcaico, e a farsi strada in una soffitta colma di libri esoterici per redigere il catalogo di una libreria. Quest’ultima esperienza fornì a Machen moltissimo materiale, che avrebbe rielaborato nelle sue opere future. Ad esempio, il concetto di una scienza occulta capace di trascendere quella comune si ritrova nella novella Il Grande Dio Pan. Lo stesso Oscar Wilde definì questo breve romanzo un grande successo, tuttavia Machen si fece influenzare molto di più dalle numerose critiche, così come avrebbe fatto durante tutta la sua carriera di scrittore. L’opera venne giudicata orribile, oscena, scialba, persino sgradevole, ridicola o incoerente. Alcuni condannarono l’autore per aver rivelato troppo poco, invece che il contrario. Molti recensori hanno rinnovato questa critica, in riferimento all’uso allora pionieristico di Machen di una tecnica che sarebbe divenuta un luogo comune della letteratura dell’orrore del ventesimo secolo: l’accenno ripetuto a cose innominabili e indicibili, che non possono essere descritte in alcun modo e che sfuggono alla comprensione umana. Quest’ambiguità si estende ad altri aspetti del romanzo, in particolare alla struttura narrativa, basata su singoli episodi apparentemente scollegati tra loro. Lovecraft vi individuò il maggior punto di forza dell’opera stessa, capace di infondere un crescente senso di tensione nel lettore, ma molti si discostarono da questa opinione. La seconda metà del decennio fu per Machen produttiva quanto la precedente, nonostante lo scandalo che aveva investito Oscar Wilde e il decadentismo, di cui il gallese era considerato un esponente, gli avesse reso sempre più difficile trovare nuovi editori. Nel 1897 scrisse il romanzo La collina dei sogni (The Hill of Dreams) e una raccolta di poemetti fantastici in prosa. Due anni più tardi ultimò il racconto Il Popolo Bianco (The White People, 1899), opera chiave della moderna narrativa dell’orrore, e un volume di critica letteraria intitolato Hieroglyphics. Quello stesso anno, la scomparsa della moglie in seguito a una lunga malattia diede un improvviso arresto alla produzione letteraria di Machen: nessuna delle opere citate vide la luce prima del 1904. Quando l’epoca vittoriana giunse a termine, Machen aveva ormai cinquant’anni. A quei tempi aveva già scritto, anche se non sempre pubblicato, la maggior parte delle sue migliori storie dell’orrore. Eppure, riuscì ancora una volta a lasciare il segno quando diede vita inconsapevolmente a una leggenda che si fece strada nell’immaginario collettivo di un’intera nazione. Il 25 settembre del 1914, l’Evening News riportò che una compagnia inglese sotto attacco sul fronte occidentale era stata miracolosamente salvata dall’intervento degli arcieri fantasma di Agincourt. I lettori presero per vera quella storia di fantasia, che diede vita al mito degli Angeli di Mons. Il successo ottenuto permise a Machen di scrivere molti racconti su commissione negli anni successivi, spesso basati sulla leggenda del Graal. Durante i primi anni ’20 Machen ottenne nuova fortuna letteraria grazie all’apprezzamento del pubblico americano nei confronti dei suoi scritti, che vennero raccolti in un’antologia completa. Verso la fine del decennio, purtroppo, tale fortuna andò di nuovo scemando. Pubblicò nuovamente i lavori giovanili in antologie e scrisse saggi e articoli per diverse riviste, tralasciando quasi del tutto la narrativa e trovandosi ancora una volta in povertà. Visse felicemente gli ultimi anni, dopo che nel 1943, ormai ottantenne, venne inserito in una lista di importanti letterati che gli garantì una discreta rendita. Morì ad Amersham nel dicembre del 1947. Il suo nome rimarrà sempre legato alla sua personale concezione del romanzo gotico dell’orrore di fine ’800, che non smetterà di influenzare numerosi autori e artisti, tra i quali Lovecraft, Stephen King e il regista Guillermo del Toro. 2 – Genesi ed eredità de Il Grande Dio Pan Arthur Machen pubblicò una prima versione della novella sulla rivista The Whirlwind nel 1890, ispirato probabilmente dall’ultima opera della poetessa Elizabeth Barrett Browning, A Musical Instrument (1862), nella quale il primo verso di ciascuna strofa si chiude con le parole: «[…] il grande dio Pan». In seguito, revisionò e allungò il testo per darlo alle stampe nella sua versione definitiva del 1894, assieme al racconto La luce interiore (The Inmost Light). L’opera vide la luce all’interno della famigerata collana Keynotes Series della casa editrice The Bodley Head di John Lane (dalla quale sarebbe nata molti anni più tardi Penguin Books), che contribuì a definire il decadentismo inglese durante l’ultimo decennio dell’Ottocento. In seguito all’arresto di Oscar Wilde nel 1895, gli uffici londinesi di The Bodley Head in Vigo Street vennero assaliti da una folla con numerosi lanci di pietre. Quest’isteria generale spiega forse la preoccupazione di Machen di prendere le distanze dal decadentismo, del quale, scrive lui stesso nella prefazione a una ristampa de Il Grande Dio Pan del 1916, non riteneva neppure di far parte. Il libro scandalizzò la stampa, che lo additò ritenendolo orribile e degenerato a causa dello stile decadente e dei riferimenti sessuali, pur guadagnandosi la reputazione di classico della letteratura dell’orrore e divenendo l’esempio per eccellenza del romanzo gotico tardo ottocentesco. La storia narrata da Machen era, all’epoca, una delle tante basate sulla figura del dio greco Pan, elevato a simbolo del potere della natura e del paganesimo. Il potente fascino esercitato ne Il Grande Dio Pan da Helen su uomini e donne, unito alla repulsione sperimentata al tempo stesso da coloro che la incontrano, rivela molto sulla natura ambivalente dell’atteggiamento di fine Ottocento verso la Grecia classica. Nel bel mezzo del mondo industrializzato, materialista e razionale della società tardo-vittoriana, segnato dal progresso scientifico, dall’avvento dell’elettricità e dall’Esposizione universale di Londra, si sviluppano un latente desiderio di spiritualità e un interesse segreto per l’occulto, come si evince analizzando il personaggio di Clarke. Il Grande Dio Pan ebbe una profonda influenza sulla cerchia di autori che orbitavano attorno allo scrittore americano H.P. Lovecraft. La descrizione di una mostruosa entità semiumana ispirò la trama del racconto L’orrore di Dunwich (The Dunwich Horror, 1929) del solitario di Providence, nel quale il romanzo di Machen viene persino esplicitamente menzionato. Il racconto è un vero e proprio omaggio allo scrittore gallese e ai suoi scritti, tanto che il nome stesso della cittadina, Dunwich, potrebbe trarre origine da Il Terrore (The Terror, 1917) di Machen. Altri autori sono stati in seguito ispirati da Il Grande Dio Pan: Clark Ashton Smith con il racconto Vampiro (The nameless Offspring, 1932), che descrive la mostruosa commistione di umano e sovrannaturale, e Peter Straub con il romanzo La casa dei fantasmi (Ghost Story, 1979). Lo stesso Stephen King, nella postfazione alla sua antologia Al crepuscolo (Just After Sunset, 2008), rivela che il racconto lungo N. in essa contenuto è stato fortemente influenzato dall’opera di Machen, la quale si rivela una delle migliori storie dell’orrore mai scritte, forse la migliore in lingua inglese. Anche Revival (Revival, 2014) è stato di certo influenzato dall’opera di Machen. Nel romanzo I diari della falena (The Moth Diaries, 2002) dell’autrice statunitense Rachel Klein, Il Grande Dio Pan viene letto dalla protagonista durante lo svolgersi della storia. Allo stesso modo di due grandi maestri del sovrannaturale che lo hanno preceduto, Edgar Allan Poe e M.R. James, Machen non impressiona il lettore facendo ricorso a scene violente o apparizioni mostruose, bensì dà vita alla sua oscura magia insinuando un senso di terrore strisciante e di crescente suspense. Proprio come ne Il ritratto di Dorian Gray (The picture of Dorian Gray, 1890) di Oscar Wilde, l’opera di Machen allude a un male segreto e innominato in agguato al di sotto della superficie luccicante della bellezza esteriore. Tuttavia, Il Grande Dio Pan parla delle angosce vittoriane circa la libertà sessuale della donna, piuttosto che della decadenza degli esteti: la bellezza non è mai descritta nel dettaglio, a interessare l’autore è invece l’effetto che la sensualità e la bellezza hanno sull’anima altrui. La potente capacità di Machen di disturbare il lettore non risiede in ciò che descrive, ma in ciò a cui accenna e nei ripetuti improvvisi salti temporali e spaziali. Eppure, al di là dei trucchi narrativi, giace un più profondo enigma esistenziale che Machen individua nel paesaggio del Gwent, dove ha inizio la storia. Nell’autobiografia Far Off Things del 1922 lo scrittore gallese descrive il villaggio natio di Caerleon e la campagna circostante, colmando intere pagine di descrizioni evocative dei luoghi della sua giovinezza e ricordando in più occasioni quanto sia stato forte l’impatto della storia del Galles sulla sua personalità. Una terra impregnata di antichità e di leggenda, in cui forti sono l’eredità celtica e quella romana. Per Machen il Gwent non rappresentava soltanto il ricordo dei dolci sogni d’infanzia, ma anche una sorta di portale trascendentale in cui il tempo e lo spazio potevano collassare e annullarsi, un mezzo grazie al quale comprendere la vera natura dell’universo, al di là del velo ingannatore della quotidianità, proprio come spiega il dottor Raymond nel lungo monologo del primo capitolo de Il Grande Dio Pan. Nelle opere di Machen si ritrova in più occasioni il concetto platonico di una realtà interiore ed eterna contrapposta a quella esteriore e transitoria. Questo è il motivo per cui Il Grande Dio Pan riesce ancora oggi, nonostante la prosa macchinosa, a farsi strada nel cuore dei lettori e a risvegliare il sospetto che la realtà che ci circonda possa essere soltanto percepita, e mai conosciuta fino in fondo. Matteo Zapparelli Olivetti il grande dio pan

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