Capitolo 01-1

2023 Words
Che. Vita. Di. Merda. Dex chiuse gli occhi, nella speranza che stesse solo facendo un bizzarro sogno molto realistico dal quale si sarebbe svegliato da un momento all’altro, e che tutto sarebbe tornato come prima. Ovviamente, quando aprì gli occhi, non era cambiato niente. Si gettò ancora dell’acqua sulla faccia nel tentativo di alleviare la tensione, senza successo. Non che si aspettasse fosse d’aiuto. Dopo essersi asciugato, si fermò a osservare l’uomo riflesso nello specchio. Il tizio che lo fissava faceva schifo, era pallido, gli occhi segnati da occhiaie marrone rossastro che lo facevano sembrare uno che aveva appena smesso di piangere o che si era fatto uno spinello. Il problema erano tutte quelle maledettissime notti insonni. A Dex non piaceva il tizio riflesso nello specchio. Che testa di cazzo. «Sono qui fuori?» La voce gli uscì ruvida, come se da qualche tempo facesse molta fatica a svegliarsi, che il sonno fosse profondo o meno. Sentì una mano appoggiarsi sulla spalla e una pacca di conforto. «Sì. Ti ricordi cosa ci siamo detti? Quando non ne puoi più, te ne vai.» Dex sbuffò. Era troppo tardi per andarsene. Avrebbe dovuto farlo sei mesi prima. Si tirò su e strappò una salvietta di carta dal dispenser. Era come asciugarsi con la carta di giornale, lo stesso che sfoggiava le sue foto in prima pagina. Foto che erano state modificate con qualche filtro “effetto testa di cazzo” di Photoshop per farlo sembrare ancora più stronzo. Gettò la carta nel cestino e si fermò, trovando difficile guardare il suo avvocato. «Ehi, guardami.» Littman si avvicinò e gli diede un colpetto affettuoso sulla guancia. «Hai fatto la cosa giusta.» A quel punto Dex alzò lo sguardo, alla ricerca di qualcosa, qualsiasi cosa che riuscisse a confortarlo, anche solo per un secondo. «E allora perché mi sento di merda?» «Perché era tuo amico, Dex.» «Appunto. E l’ho pure fregato. Un grande amico.» Ritornò al lavandino, le dita strette alla porcellana così forte che sentì un dolore alle nocche. «Fanculo!» Quel figlio di puttana! A cosa pensava Walsh? Era ovvio che non avesse pensato a niente, altrimenti nessuno sarebbe finito in quel casino. O peggio, forse Walsh ci aveva pensato sul serio. Forse era così sicuro che lui gli avrebbe coperto le spalle che aveva pensato “ma sì, proviamoci”. Dex chiuse gli occhi, cercando di dimenticare la faccia dell’uomo, ma continuava a vederla distintamente. Quella faccia avrebbe infestato i suoi sogni ancora per molto tempo. Il misto di rabbia e dolore di quando avevano pronunciato il verdetto — rabbia indirizzata a lui e dolore causato da ciò che aveva fatto — era lì sotto gli occhi di tutti, soprattutto i suoi. «No,» insisté Littman. «Si è fregato da solo. E tu hai detto la verità nuda e cruda.» La verità. Com’è che fare la cosa giusta si era rivelato tanto sbagliato? Era davvero la cosa giusta? Prima ne era sicuro. Ora non più. A ogni modo, non poteva nascondersi per tutta la vita nel bagno. «Togliamoci il pensiero.» Un paio di respiri profondi e seguì Littman in corridoio. Appena uscì, fu assalito da uno sciame di microfoni ronzanti, registratori e smartphone già accesi. Flash che si spegnevano, videocamere che filmavano, una litania di domande che gli arrivavano da ogni direzione. Si sentiva come se fosse sott’acqua, riusciva ad ascoltare le urla e le grida di tutti quelli che erano a riva, mentre lui andava giù a piombo, senza distinguere parole, ma solo suoni ovattati. Littman gli si mise accanto, tenendogli una mano sulla schiena come sostegno, l’altra alzata verso la folla nel vano tentativo di riportare ordine in quel caos. «Il detective Daley risponderà alle vostre domande, ma uno alla volta, per cortesia!» Un uomo alto, con i capelli grigi e un completo costoso, si fece largo tra i colleghi ammassati, ignorando i brontolii di disappunto, e gli piazzò il microfono davanti, seguito a ruota da molti altri. «Detective Daley, cosa risponde agli umani che sostengono che lei ha tradito la sua specie?» Dex si era preparato a rispondere a quella domanda. Si abbottonò la giacca, movimento che gli concesse qualche secondo per calmarsi e riorganizzare i pensieri. Spostando le mani, incontrò lo sguardo del cronista. «Sono entrato nel Corpo di Polizia Umana per fare la differenza, e qualche volta bisogna prendere decisioni difficili. Ho scelto di dire la verità. La legge è uguale per tutti e il mio lavoro consiste nel farla osservare.» Una bionda in un elegante tailleur–pantalone blu scuro intervenne nella discussione. «L’ha fatto perché suo fratello è teriano? Si definisce un sostenitore dei LiberalTeriani?» Non era la prima volta che riceveva quell’accusa. Il Corpo di Polizia Umana aveva valutato più a lungo di altre la sua richiesta di ammissione, dieci anni prima, proprio perché aveva un fratello teriano. Se suo padre non fosse stato un detective rispettato di quella squadra, Dex non avrebbe mai pensato di essere preso in considerazione, tantomeno ammesso. Sapeva che ciò che pensavano di suo fratello sarebbe bastato per respingere la sua domanda, ma il suo scopo consisteva proprio nel fermare quella gentaglia dalla mentalità chiusa. Era entrato nel CPU per continuare a fare la differenza da dentro, come aveva fatto una volta suo padre. Il compito si era rivelato un po’ più difficile del previsto, ma ciò non aveva fatto che rafforzare il suo proposito. «Io e mio fratello condividiamo lo stesso pensiero in tema di giustizia. I nostri padri ci hanno insegnato a trattare umani e teriani allo stesso modo. Potrei essere definito liberale, ma non penso che la mia profonda fiducia nella giustizia faccia di me un sostenitore.» Un uomo dai capelli rossi con un sorriso compiaciuto gli scagliò uno smartphone in faccia, colpendolo quasi sui denti. L’espressione dell’uomo gli fece capire che se ci fosse riuscito non gliene sarebbe importato. Dex tirò indietro la testa, serrando i muscoli della mascella. «Detective Daley, perché non è entrato nei THIRDS come suo padre e suo fratello? Non si è qualificato?» Dex riportò lo sguardo su quel sorriso stronzo. «Di certo sta pagando troppo i suoi informatori. Non ho mai fatto domanda per i THIRDS.» «Ma ha seguito l’addestramento.» «Mi è stata offerta l’opportunità di seguire il corso di addestramento di tre settimane, nella speranza che considerassi l’idea di diventare un candidato. L’ho fatto come atto di cortesia verso la mia famiglia e ammetto che una parte di me voleva vedere se ero all’altezza dell’impresa.» E accidenti, era stata una sfida incredibile! Tre settimane di intenso addestramento fisico e di esercizi per lo sviluppo delle capacità, quali arrampicata, discesa veloce dalla corda, procedure di irruzione, perquisizione di locali, combattimento ravvicinato ed esercitazioni con armi tattiche. Dex era stato spinto al limite, e quando aveva sentito di non avere più nulla da dare, era stato spronato a fare di più e a dare un ulteriore dieci percento. Erano state le tre settimane più snervanti, impegnative e psicologicamente stressanti della sua vita. Niente che avesse mai fatto si avvicinava a ciò che aveva dovuto affrontare in quelle tre settimane, compresa l’accademia di addestramento per il CPU. I THIRDS erano i più rigidi figli di puttana che esistevano e Dex voleva dimostrare a se stesso che era in grado di farcela. Ma entrarci? Era tutto un altro paio di maniche. «E l’ha superato?» Non riuscì a trattenere l’orgoglio. «Col massimo dei voti.» «E adesso farà domanda di ammissione?» chiese un altro giornalista. «Intendo continuare a servire il CPU.» «E se non la volessero più? Crede che abbiano perso la fiducia in lei, sapendo che ha contribuito a mandare in prigione un uomo innocente, un collega?» Eccola qua. Il detective si voltò e sussurrò il nome di Littman. L’avvocato fece un ampio sorriso e alzò una mano. «Grazie a tutti per essere venuti. Purtroppo il tempo a vostra disposizione è terminato. Per favore, rispettate il detective Daley e la sua famiglia in questo periodo difficile.» «E cosa dice del detective Walsh e della sua famiglia? Ci ha parlato? Cosa prova la famiglia riguardo a ciò che gli ha fatto?» Dex si aprì un varco attraverso la folla velenosa di giornalisti, rifiutandosi di pensare alle telefonate cariche di odio, ai messaggi di testo e vocali gonfi di dolore lasciati dalla famiglia di Walsh nella sua segreteria. Gente con cui faceva il barbecue e giocava nella Little League di baseball. Non avrebbe mai voluto procurare tanto dolore, portandogli via il loro figlio, marito o padre. Essere l’oggetto di tutta quella rabbia era il minimo che meritasse. «Detective Daley! Detective!» Ignorò l’assalto furioso di domande riguardo a cosa pensasse il suo fidanzato dell’intera faccenda, o quelle relative alle sorti della sua carriera nel CPU, sommate alle altre. Non voleva pensare a niente. Voleva solo tornare a casa proprio dal suo fidanzato e, magari, mettersi a piangere. Camminò più in fretta che poteva, rimanendo calmo, con Littman accanto, tirando dritto verso l’entrata nord della Divisione Criminale della Corte Suprema. Fuori, la massa di giornalisti aveva provato ad assalirlo e i poliziotti avevano cercato di controllare al meglio la folla in aumento. Le barriere su entrambi i lati delle uscite si rivelarono una scocciatura, gli sbarravano la strada mentre cercava di farsi largo. Le scale erano bloccate, perciò afferrò il gomito di Littman e spinse l’uomo sulla rampa provvisoria verso il marciapiede. Grazie a Dio c’era una macchina che li aspettava. Dex cercò in modo educato di far arretrare i giornalisti per riuscire a sedersi sul sedile posteriore. Ma quando due invasati cercarono di entrare in macchina, non ebbe altra scelta. Afferrò i loro smartphone e li lanciò verso la folla, dietro di loro. «Adesso me lo ripaga!» sbraitò uno dei due, mentre sgomitava per recuperare l’aggeggio. «Mi mandi il conto!» Dex salì in macchina e chiuse con forza la portiera. La Town Car si allontanò dal cordolo e lui si abbandonò contro il sedile in pelle, emettendo un lungo e pesante sospiro. Finalmente era finita. Per il momento, se non altro. «Sei sicuro che non vuoi che ti lasciamo a casa?» Littman sembrava sfatto proprio come lo era lui. «No, il parcheggio sotterraneo va benissimo. Tanto devo riprendere la mia auto a noleggio.» «Lo so.» Dex guardò fuori dal finestrino mentre rallentavano sulla Centre Street, poi svoltarono a sinistra sulla White e frenarono sulla Lafayette. Quando girarono sulla Worth, lo Starbucks all’angolo gli fece venire voglia di un delizioso caffè con la schiuma. «Dovrei girare un po’ prima del tribunale. Ascoltare un po’ di musica, cercare di rilassarmi.» Aveva noleggiato l’auto con i vetri più scuri possibile e un impianto stereo potentissimo. La musica era forse l’unica cosa che gli impediva di impazzire durante quel casino ed era perfetta per sopportare anche la fittissima agenda del suo fidanzato. Sarebbe stato bello avere Lou vicino, ma capiva che non poteva mollare tutto per lui. Avevano entrambi due professioni impegnative e a volte dovevano fare dei sacrifici. Eppure… «Capisco. Dovresti mantenere un profilo basso per un po’ di tempo, finché la faccenda non finisce nel dimenticatoio. Girano voci su quell’ereditiera — quella che ha avuto una relazione non così segreta con il personal trainer teriano — secondo le quali è rimasta incinta e il suo paparino non l’ha presa troppo bene. Dovrebbe tenere a bada quegli avvoltoi per un po’. Ti consiglio di prenderti una vacanza, potresti fare una sorpresa a Lou con una bella suite di lusso alle Bahamas o qualcosa del genere.» Poco dopo, la macchina si accostò al marciapiede davanti a una gastronomia vicina al parcheggio sotterraneo e Dex abbozzò un sorriso, allungando la mano verso il vecchio amico di suo padre. «Grazie. Apprezzo tutto ciò che hai fatto per me.» «Lo sai che se hai bisogno ci sono sempre.» Littman gli prese la mano e gli diede una pacca. «Dex?» «Sì?» «Sarebbe stato fiero di te.» Il pensiero gli fece salire un groppo in gola. «Credi?» Littman annuì, e la convinzione nelle sue parole contribuì parecchio a rassicurarlo. «Conoscevo tuo padre da tanto tempo. Credimi. Sarebbe stato fiero. E anche Tony. Mi ha lasciato una decina di messaggi per chiedermi come stavi. Probabilmente anche tuo fratello è molto preoccupato.»
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