«Dove ti hanno rinchiuso stavolta?» Le sopracciglia bianche e cespugliose di McGrier si avvicinarono, facendogli assumere un’espressione che poteva voler dire tutto, da “spero che Anne non abbia fatto il polpettone,” a “quasi quasi ti do un pugno anch’io.” Per essere un uomo che possedeva una sola espressione, era molto difficile da interpretare.
«Nell’archivio,» replicò Dex. Sapendo già quale sarebbe stata la domanda successiva, non riuscì ad aspettare. «E no, non ho visto chi è stato.»
Peterson, Johnson, Malone, Rodriguez e l’informatico con la cresta e la faccia piena di ferraglia. Come diavolo si chiamava? Nick? Ned? Ned. Lo stronzissimo Ned.
Era ovvio che Dex avesse visto chi era stato. Tutti e due sapevano che aveva visto chi era stato. O più precisamente, coloro che lo avevano fatto, ma Dex non voleva denunciare i suoi colleghi, anche se lo avevano minacciato poco prima nell’isolato sgabuzzino delle prove. Maledizione. Come aveva fatto a diventare il tipo più odiato del distretto? Perfino Bill, che mangiava il pranzo degli altri direttamente dal frigorifero, era più apprezzato di lui.
McGrier tirò un lungo sospiro e la sedia fece uno scricchiolio di protesta quando lui appoggiò tutto il suo enorme peso contro lo schienale. «Sei un grande detective, Daley, ma la questione rimane: non possiamo andare avanti così.»
«Non scherziamo,» borbottò Dex. «Il conto della lavanderia si è triplicato il mese scorso.»
«Sei l’unico detective che conosco che viene al lavoro come se fosse uscito da una rivista di moda del cavolo. Che cazzo ti metti sui capelli?»
Dex si toccò d’istinto le ciocche arruffate. «Crema fissante.»
McGrier si piegò in avanti e inspirò dal naso. «E cos’è questa puzza?»
«Agrumi e menta,» mormorò lui, allontanandosi dall’uomo. «Per sua informazione, mi ha fatto venire i brividi con questo gesto.»
«Per tua informazione, ti rendi conto di essere un detective della Omicidi, vero?»
«Cosa sta cercando di dirmi?» Solo perché si sentiva uno schifo non voleva dire che doveva apparire uno schifo. A giudicare dall’ufficio del capitano, era quasi certo che McGrier non fosse d’accordo. Era come se quell’uomo avesse un’avversione per l’ordine. Ogni volta che il capo lo chiamava, Dex cercava sempre di restare sulla porta e di non mettere piede nella Tana del Disordine. Era il peggiore incubo per un maniaco dell’ordine. Il suo peggiore incubo.
Le foglie della pianta di felce in plastica posta in cima al vecchio schedario erano appesantite da uno spesso strato di polvere. C’erano pile di documenti, con fogli che spuntavano da tutte le parti, ammassati a caso su ogni superficie disponibile. Sugli scatoloni appoggiati lungo i muri. Sulla scrivania, sotto tre tazze da caffè — una delle quali meritava di essere incenerita, anche se il residuo sui bordi, tipo catrame, di ciò che una volta doveva essere stato del caffè, potrebbe averla fatta esplodere. Come faceva a lavorare lì dentro? L’intera stanza aveva bisogno di una squadra di decontaminazione.
«Mangi le patatine al formaggio sulla scrivania,» lo informò McGrier.
Passava dai prodotti per capelli agli snack al formaggio? «Ehi, non può criticare quelle delizie croccanti. Lei si ingozza di pistacchi, che fanno anche più sporcizia, e io non posso dirle niente.» Con un cenno, Dex indicò il cimitero di gusci sulla scrivania davanti a McGrier.
«Le patatine le mangiano i bambini. Gli uomini mangiano frutta secca.»
Dex inarcò un sopracciglio e aprì la bocca, ma McGrier gli puntò il dito contro. «Non pensarci nemmeno, furbacchione.»
«Volevo solo dire che gli uomini mangiano anche le patatine al formaggio. Ecco perché scrivono “extreme” sul pacchetto. E disegnano esplosioni. Cosa c’è di più virile di un’esplosione?» Le labbra di McGrier si unirono in ciò che Dex interpretò come un gesto di disapprovazione, motivo per cui decise per il momento di fare il serio. «Va bene, capo, non mi ha convocato nel suo ufficio per parlare del mio guardaroba, delle patatine o del mio odio per la frutta secca.» Beh, ci aveva almeno provato. A giudicare dal broncio di McGrier, non ce l’aveva fatta. «Va bene, scusi. Mi dica di che si tratta.»
«Credo che tu sappia di che si tratta.»
A Dex non venne in mente neanche un commento spiritoso. «Sì, lo so. Cos’avrei dovuto fare?» Non c’era modo di ottenere una risposta da McGrier a quella domanda, ma a lui piaceva sperare, di tanto in tanto.
«Hai fatto ciò che credevi giusto. Smetti di colpevolizzarti.»
Avrebbe pensato che McGrier stesse provando a fare il simpatico se avesse sospettato per un secondo che il capo fosse dotato di senso dell’umorismo. «Perché dovrei colpevolizzarmi, quando ci sono tante persone che lo fanno al posto mio?» Il capo non sembrò sorpreso dalla risposta, come previsto.
«Lo so che stai di merda adesso e ho paura che ciò che ho da dirti non migliorerà le cose.»
Colpito da quell’affermazione, Dex si sedette composto e sentì le budella contorcersi. Se lo sentiva già da prima, ma ora che stava succedendo non era così preparato come credeva. «Cosa?»
«Il commissario non è affatto contento di vedere il CPU nel bel mezzo di questo casino, specialmente con quegli omicidi UmanTeriani irrisolti. Mi è stato detto di consigliarti di trasferirti.»
«Trasferirmi? E dove?» I pezzi grossi lo stavano sbattendo fuori? Dex balzò dalla sedia tanto in fretta che la fece ribaltare. «Si tratta di questo, vero? I voti? Mi sono spaccato il culo per dieci anni qui, vi ho dato sangue, sudore e lacrime e adesso mi sbattono fuori perché ho fatto il mio cazzo di lavoro?» Sbatté i palmi sulla scrivania, trasformando i gusci di pistacchio in proiettili. «Sono stronzate, capitano!»
«Daley,» lo bloccò McGrier con enfasi, l’espressione sbalordita, come non riuscisse a capire le ragioni del suo attacco isterico. A Dex non importava un accidente dell’opinione del capitano. Stavano parlando della sua carriera, che era stata distrutta in un batter d’occhio, tutto perché un ammasso di burocrati teste di cazzo potesse essere rieletto grazie alle stronzate che sparavano.
«Non creda che lascerò perdere. Mi ha sentito? Ne ho viste di cazzate da quando sono qui, ma questa…»
«Non ti stanno sbattendo fuori. Ti stanno promuovendo. Più o meno.»
«Mi stanno… cosa?» Dex sbatté le palpebre un paio di volte mentre cercava di decifrare le parole appena uscite dalla bocca tremante di McGrier. «Cosa intende con “promuovendo più o meno”?» Ora era davvero confuso.
«Ciò che ho detto. Quindi perché non ti siedi e ti calmi, prima che ti venga un infarto o qualcosa di peggio.»
Dopo aver risistemato la sedia, Dex prese posto. Non perché gliel’avessero chiesto, ma perché temeva che se non si fosse seduto gli sarebbe davvero venuto un infarto. «Mi hanno promosso a…»
Riempire gli spazi vuoti.
«Direi più che sei stato reclutato.» McGrier lo scrutò da vicino. Che risposta si aspettava il capitano se non un “Eh?”
«Eh?»
«Da oggi pomeriggio, sei un agente della Difesa dei THIRDS.» L’uomo si zittì e Dex aspettò che aprisse le braccia e gridasse “Ta–dan!” facendo vibrare le mani.
Che cosa stava succedendo? Avrebbe capito se lo avessero trasferito. Avrebbe capito se lo avessero retrocesso. Accidenti, avrebbe capito se l’avessero mandato via, ma reclutato nei THIRDS? Neanche per idea. Non capiva. Anche perché innanzitutto non aveva mai fatto domanda di ammissione, come si era ritrovato a ripetere negli ultimi tempi.
«Ma… come? Perché? Non è che può, non so, spiegarmi? Sono un po’ lento oggi. Troppe botte in testa.»
McGrier si alzò e cominciò a camminare. «Daley, qualsiasi cosa tu creda, a me piaci. Sei un giovane onesto con una bella testa sulle spalle. Eri un incredibile poliziotto e sei diventato un detective perfino migliore. Forse le acque si potranno calmare qui, forse no, ma credo che le tue capacità verrebbero sfruttate al meglio in un’organizzazione con un’impostazione diversa. Sappiamo entrambi che se ti avessero sbattuto fuori o retrocesso avrebbero perso i voti dei teriani, ma se ti promuovono in un’organizzazione che ha la fama di sostenere sia gli umani che i teriani, ci troveremmo in una situazione dove sono tutti felici e contenti.»
«Certo, avrebbe senso se avessi cercato di essere ammesso, cosa che non mi risulta. Adesso siamo in una situazione dove gli altri sono felici e io rimango fregato.»
McGrier continuò, come se lui non avesse detto nulla. «Ho parlato con il tenente Sparks, mentre eri via, e si dà il caso che abbia a disposizione un posto nella sua squadra. Il fatto che tu abbia avuto il punteggio più alto durante l’addestramento e che il sergente Maddock abbia messo una buona parola per te, ti ha trasformato nel candidato perfetto. Sai che Maddock ha sempre voluto che lavorassi con lui e con tuo fratello. Che io sappia, i THIRDS sono l’unica organizzazione che consente ai membri della stessa famiglia di lavorare assieme, perché quindi non trarne vantaggio?»
Dex aprì bocca, senza tuttavia riuscire a produrre alcun suono, e decise quindi di richiuderla. Forse aveva una commozione cerebrale in corso. Forse era in qualche ospedale, sotto l’effetto delle medicine e stava sognando di essere reclutato dallo squadrone di Difesa, Ricognizione e Intelligence umano e teriano. Dio santissimo, al governo piacevano un sacco gli acronimi. Da qualche parte un’autorità in giacca e cravatta si era di certo bagnato i pantaloni per quello dei THIRDS.
Il Sesto Distretto era stato la casa di Dex negli ultimi dieci anni. Erano come una famiglia. E la sua “famiglia” l’aveva praticamente diffamato in quei due mesi. Perché doveva lottare per restare dove nessuno lo voleva più? Ci era già passato due volte. Se questo non era il loro modo di sbatterlo fuori, non sapeva come definirlo.
McGrier aveva ragione, forse le acque si sarebbero calmate, o forse la situazione sarebbe peggiorata. Per come stavano le cose, la sua presenza innervosiva tutti, e gli stronzi che lo avrebbero voluto fuori forzavano gli altri a schierarsi. Avrebbe potuto risparmiare molto dolore a un sacco di brave persone se avesse accettato l’incarico, non che gli fosse stata data molta scelta.
Se fosse andato via in silenzio, si sarebbe calmato tutto. Avrebbe dovuto essere grato dell’opportunità. C’erano agenti in giro che avrebbero persino pulito i cessi pur di mettere un piede nella porta d’ingresso dei THIRDS. In più, avrebbe lavorato con la sua vera famiglia. Ma questo non rendeva le cose più facili. Era l’unica cosa familiare che gli era rimasta. Era – era stato – uno dei migliori detective del Sesto Distretto e si era spaccato la schiena per raggiungere quel livello. Ovviamente, stare seduto nell’ufficio di McGrier a tamponarsi il labbro con un fazzolettino era un chiaro segnale che non gli restava questa grande carriera alla quale tornare. Con un sospiro di rassegnazione, annuì.
«Okay. Quando comincio?»
Con un cenno severo, il capitano si sedette di nuovo. «Il ventitré settembre. Ti danno una settimana per aggiornarti sulle nuove politiche e i codici, prima del tuo inserimento.»
Qualcuno bussò alla porta e Dex ruotò la testa per avere una visione migliore del detective dai bei capelli che indugiava sull’uscio. Ah, Pearce, il suo cavaliere dall’armatura splendente. Uno dei pochissimi che non aveva sentito il bisogno di condividere le proprie opinioni riguardo al suo cosiddetto “tradimento”. Quando il collega lo notò, gli fece un ampio sorriso.
«Ehi, Daley.»
«Pearce.» Dex ricambiò il sorriso. Era un peccato che se ne andasse. Già si vedeva a uscire con Pearce, a chiacchierare davanti a una pizza, a bersi una birra in un noioso pomeriggio domenicale.
«Voleva vedermi, signore?»
«Esatto. Daley se ne va. È stato ammesso nei THIRDS.»
L’aria fu come risucchiata dalla stanza e Dex cominciò a spostare lo sguardo da Pearce al capitano e viceversa, nella speranza che qualcuno riuscisse di nuovo a rilasciare il fiato che inaspettatamente era mancato a tutti.
«Che squadra?»
McGrier si agitò sulla sedia prima di schiarirsi la voce. «Destructive Delta.»
Pearce si irrigidì, la mandibola talmente serrata che sembrava stesse addentando qualcosa. Subito Dex si ricordò del fratello del collega, e pregò la sua buona stella che non fosse tanto perfida. I THIRDS erano una squadra enorme. Quali erano le possibilità di finire nella stessa squadra dell’agente Gabe Pearce? Merda. Era il sostituto di Gabe, giusto?
Dex guardò il detective. «Stessa squadra?»
Pearce fece appena un cenno, le labbra strette in una linea sottile.
Non era per nulla imbarazzante. Fantastico. Nessuno voleva essere il tizio che arriva dopo il collega morto. Dex detestava essere considerato un ingombro e adesso era in procinto di cominciare una collaborazione con un bagaglio emotivo che poteva riempire un aeroporto. Il suo nuovo compagno probabilmente aveva un sacco di aspettative e non si erano nemmeno incontrati, ancora. La canzone di Howard Jones gli aveva mentito. Le cose non stavano migliorando. Peggioravano di minuto in minuto.
«Congratulazioni.» Quella parola riuscì quasi a far serrare ulteriormente le labbra di Pearce.
«Grazie,» borbottò Dex.
«Sai già chi è il tuo partner?» Pearce sembrava molto più indifferente di come forse si sentiva. Dex apprezzò il tentativo.
«No, ehm, è come se mi avessero preso alla sprovvista.»
Pearce annuì e rivolse l’attenzione al capitano.
«Pearce, prenderai il posto di Dex finché non faremo scorrere tutto l’organigramma. Accompagnalo alla macchina. Dex, manderemo la tua roba al quartier generale dei THIRDS, con tutte le scartoffie.»
In pratica, il capo non voleva che lo aggredissero ora che faceva parte del nuovo corpo esclusivo, e se Pearce l’avesse accompagnato, lui sarebbe riuscito a uscire dall’edificio tutto intero. Non male.
Dex si alzò, estrasse la Glock dalla fondina e la piazzò sulla scrivania, insieme al distintivo. I due uomini si scambiarono i classici convenevoli del tipo “è stato un piacere lavorare al tuo fianco”, certi che nessuno dei due avesse altro da dire. Non si preoccuparono nemmeno del “fatti sentire”, perché sapevano entrambi che non sarebbe successo, tranne che nelle occasioni ufficiali.
Pearce camminò vicino a lui per tutto quello che ormai era il suo ex distretto, spalla a spalla, perso nei suoi pensieri. Dex non sapeva se lo sguardo che aveva fosse dovuto al dolore o alla repulsione, ma provò pena per lui. Avrebbe voluto fare le condoglianze al collega per il suo lutto, per quella promozione che gli riportava alla mente la sua perdita, per le azioni che avevano condotto a quella promozione che gli riportava alla mente il suo lutto. Avrebbe persino voluto scusarsi per essere nato se fosse stato certo che sarebbe servito a cambiare qualcosa, ma non era così e quindi non aprì bocca.
Aveva lasciato il suo gioiellino nel parcheggio privato lungo la strada anziché nel parcheggio del distretto, per precauzione. Il conto del parcheggio sarebbe decisamente più basso di quello che avrebbe dovuto sborsare per un nuovo finestrino o per una riverniciatura.
Arrivati alla macchina, si voltò verso Pearce e si rese conto che forse era l’ultima volta che l’avrebbe visto. Era sicuro che adesso lui non avrebbe più voluto bere quel caffè insieme.
«Bella macchina.»
«Grazie,» rispose Dex, dando una pacca al cofano del suo gioiellino, sul viso un sorriso ebete. A volte gli piaceva fare finta di essere John McClane del film Duri a Morire, con solo più limiti di velocità, meno esplosioni e, in generale, molta meno azione. Doveva decisamente cominciare a sognare più in grande. Come pensava, Pearce fece un breve cenno con la testa e si incamminò, poi con sua grande sorpresa fermò i propri passi.
«Guardati le spalle là dentro, Daley, e non ti aspettare un caloroso benvenuto.»
Beh, non prometteva niente di buono. «Perché mi dici così?»
Pearce sembrò pensarci su prima di girarsi e tornare indietro, le mani sprofondate nelle tasche della giacca. «La Destructive Delta è nell’unità Alfa e quelle sono le posizioni più alte, pericolose e richieste dei THIRDS. La posizione di Gabe è vacante da quasi un anno. Cosa ti dice questo?»
«Non saprei, ma penso che perdere Gabe sia stato molto difficile per la squadra.»
Pearce annuì, arricciando le labbra. «Certo che sì, ma i THIRDS non si piangono addosso, vanno avanti. Non sono come noi. Ho sentito dire che il caposquadra, l’agente Brodie, ha mandato via quasi dieci agenti. Io l’ho conosciuto, e credimi se ti dico che è il più grande stronzo che abbia mai messo piede su questa terra. Per come la pensa, nessuno è bravo abbastanza da sostituire Gabe. Avrei trovato la sua lealtà ammirevole se non sapessi che è stato lui a mandare mio fratello da quella spia teriana da solo, la notte che l’hanno ammazzato.»
«Credi che l’omicidio di Gabe sia successo per colpa sua?» Dex era preoccupato per Pearce. Forse il caposquadra era un coglione, ma se i THIRDS erano così in gamba come dicevano tutti, di certo non avrebbero inviato un membro della squadra da una spia se non fossero stati sicuri che se la sarebbe cavata. «Non parlare di queste cose.» Dex appoggiò una mano sulla spalla dell’ex collega. «Questo discorso non porta a niente di buono. Non conoscevo Gabe, ma sento che non vorrebbe che ci pensassi.» Lui sapeva cosa significava perdere un membro della famiglia per mano dei delinquenti. E capiva anche, per esperienza personale, quanto fosse pericoloso cadere nella disperazione. Per sua fortuna, aveva avuto un padre adottivo, Anthony Maddock, pronto a tirarlo fuori prima che si perdesse nell’oblio.
«Giusto.» Sul viso cupo di Pearce si aprì lo spiraglio di un sorriso triste. «Gabe non ne sarebbe felice. Almeno è morto difendendo ciò che amava. Stai attento, Daley. Ti chiamo per quel caffè.»
Dopodiché se ne andò, i passi risuonarono nel parcheggio vuoto e cavernoso finché l’uomo sparì nell’ombra, lasciando Dex immerso nella malinconia e di fronte a un indecifrabile futuro.
Fanculo Howard Jones!