Capitolo 01-3

2017 Words
«Lou?» Dex controllò la porta dietro di sé ed entrò nel soggiorno. Rimase letteralmente a bocca aperta quando vide che era semi vuoto, pieno di scatoloni sparsi sul pavimento, riempiti per metà. Sentì un colpo sul pavimento al piano di sopra e si fiondò su per le scale. «Tesoro?» In camera da letto trovò il fidanzato, col quale conviveva da quattro anni, impegnato a riempire degli scatoloni vuoti con le sue scarpe. «Me ne vado.» Quelle parole colpirono Dex come un pugno dritto allo stomaco, sensazione che stava diventando un po’ troppo familiare negli ultimi tempi. «Cosa?» Zigzagando veloce lungo il percorso a ostacoli formato dalle scatole e dai borselli da uomo disseminati per la stanza, raggiunse Lou e, afferrandolo per le braccia, lo fece voltare per guardarlo negli occhi. «Amore, fermati un attimo. Per favore, parlami.» Fece per accarezzargli una guancia, ma Lou allontanò il viso. Ahia. Doppio pugno allo stomaco. Lasciò perdere il rifiuto, voleva andare a fondo della questione. «Lou, per favore.» «La raffica di chiamate, i giornalisti attaccati alla porta, i telegiornali che ti descrivono come una disgrazia per l’intera specie. Non ce la faccio più, Dex.» Investito dal senso di colpa, Dex lasciò la presa. Quali altre conseguenze avrebbe prodotto l’aver fatto la “cosa giusta”? «Dagli tempo. Tra un po’ non interesserà più a nessuno. Perché non ce ne andiamo via da qui, solo noi due, eh?» Lou scosse la testa e ricominciò a impacchettare. «Devo pensare alla mia di vita. Ho già perso una decina di clienti. Non posso permettermi di perderne altri.» «Siamo a New York, Lou. Per prima cosa, non puoi perderti tutti i catering che ci saranno. Secondo, è quasi settembre e sta per arrivare Halloween, sarai sommerso fino al collo di fantasmi di cioccolato bianco e sculture di ghiaccio a forma di lapide, e dovrai ripetere ai clienti che organizzare la festa direttamente nel cimitero non è una buona idea.» Non appena Dex si accorse che il tono scherzoso non aveva sortito alcun effetto, capì che era una cosa seria. Di certo, per la maggior parte delle persone, gli scatoloni pieni sarebbero stati un enorme campanello d’allarme, ma lui non era come la maggior parte delle persone. Si rifiutava di credere che Lou l’avrebbe lasciato nel momento in cui aveva più bisogno di lui. «E io? Non faccio parte della tua vita?» Fu colto di sorpresa quando Lou si voltò verso di lui, fulminandolo con gli occhi color nocciola. «Hai fatto sbattere il tuo compagno in prigione, Dex!» Incredibile. Era già fin troppo brutto che tutti gli dessero contro, ma anche a casa sua? Era abbastanza stanco di essere trattato come un criminale. «Non sono stato io a sbatterlo in prigione. C’erano delle prove che lo inchiodavano. Che cazzo, ha fatto fuori un bambino disarmato sparandogli alle spalle! Perché dovrei essere io lo stronzo della situazione?» Cercò nello sguardo di Lou qualche traccia dell’uomo che lo svegliava nel cuore della notte solo per dirgli quanto era felice di essere lì con lui. «Questa cosa non riporterà in vita quel ragazzino. Per non parlare del fatto che era un delinquente nonché un teriano!» La rabbia di Dex si tramutò in stupore. «Ma che cazzo dici, Lou? Sarebbe una giustificazione? E allora Cael? È teriano. Non hai mai avuto problemi con lui.» Lou ebbe la decenza di sembrare imbarazzato. «Fa parte della tua famiglia. Non avevo alternative.» Erano tutti discorsi mai affrontati. Dex adorava Cael. Non lo avrebbe mai cambiato con nessuno al mondo. Fin dai primi appuntamenti con Lou, lui era sempre stato onesto riguardo a suo fratello. Se il ragazzo con cui usciva non accettava Cael perché teriano, voleva dire che non accettava lui. «Da dove salta fuori questa storia? Da quando hai problemi con i teriani?» «Da quando uno di loro mi ha rovinato la vita!» Lou gettò un paio di scarpe da ginnastica in uno scatolone con tanta forza che lo fece ribaltare. «La tua vita?» La conversazione stava assumendo toni via via più assurdi. Dex si indicò il volto. «Hai dato un’occhiata alla mia faccia? Se non l’hai ancora notato, mi hanno preso a bastonate nel parcheggio. Se un mio collega non fosse passato di lì, forse mi avresti trovato in ospedale. E sai qual è la cosa più assurda? Non erano nemmeno dei teppisti. Erano dei poliziotti di merda!» L’aveva capito appena aveva visto i vestiti e aveva notato che uno di loro aveva una fondina da caviglia. Quei bastardi probabilmente erano stati al processo. Lou alzò le braccia, frustrato. «I tuoi amici poliziotti non vogliono avere niente a che fare con te e ti aspetti che io faccia finta di niente? Che ignori il fatto che tutti mi fissano, dicendo “Oh, ecco il fidanzato di quello stronzo. Forse anche lui simpatizza per i LiberalTeriani.” Non voglio che prendano a calci in culo anche me, Dex.» «Oh, mio Dio, ma dici sul serio?» Agli umani piaceva usare parole come UmanTeriani e LiberalTeriani come se fossero insulti. Il fatto che fosse fermamente convinto che gli umani e i teriani dovessero essere trattati allo stesso modo lo rendeva UmanTeriano, anche se non si metteva a manifestare sul prato della Casa Bianca, e per lui andava benissimo. Ma questo non faceva di lui un LiberalTeriano. Non era anarchico e di conseguenza faceva rispettare la legge, non aveva mai avuto problemi con l’autorità, anche se non seguiva le regole alla cieca. Odiava quando qualcuno cercava di inquadrarlo e di incollargli una bella etichetta sulla fronte. Come se tutto fosse bianco o nero. Si armò di pazienza, nonostante avesse quasi dato fondo alla sua riserva personale, prese la mano di Lou e lo tirò verso il loro letto matrimoniale. Lou si lasciò trascinare, ma rifiutò di sedersi e perfino di guardarlo negli occhi. «Ti interessa così tanto dell’opinione della gente?» Nessuna risposta. Dex pensò che non poteva dargli torto. Le cose erano tanto incasinate che non sapeva più da che parte guardarle. «Non è solo questo.» Dex sentì un nodo alla gola, e si chiese quali altre sorprese avesse in serbo Lou. Certo, a volte litigavano, ma non più di altre coppie. Si divertivano molto insieme, quando il lavoro glielo permetteva, anche se ora che ci pensava, era da un po’ che non trascorrevano una giornata di svago. Forse era questo il problema. Era comunque facilmente risolvibile. Avrebbe preso qualche giorno di ferie e l’avrebbe portato in un bel posto, magari su una spiaggia bianca con un bel paio di cocktail. Almeno era quello a cui stava pensando, finché non notò l’espressione di Lou. Era finita. «Mi dispiace, non ne posso più. Non sopporto più di essere messo in secondo piano, di starmene seduto qui da solo fino all’alba mentre tu ti butti in prima linea ogni volta che ti si presenta l’occasione.» Il dolore negli occhi di Lou non fece che aumentare il suo senso di colpa. «È il mio lavoro,» gli rispose pacato, stanco degli avvenimenti di quella giornata e, in tutta onestà, anche della sua vita attuale. «Il tuo lavoro non è salvare il mondo. È un’ossessione. Una di quelle malsane, che alla fine ti uccidono. Mi hai detto di essere diventato un ufficiale del CPU per fare la differenza, come tuo padre, ma se continui così finirai come lui.» Dex sentì il petto contrarsi. «Non tirarlo in mezzo.» «È per quello che si chiama Corpo di Polizia Umana. Non la vedono come te. Okay, forse qualcuno di loro potrà pensarla diversamente, altri forse si sentono come te, ma non ce ne sono abbastanza per cambiare le cose. Perché credi che il governo abbia fondato i THIRDS?» «Che cosa vuoi, Lou? Vuoi che cambi? È questo che vuoi?» Dex si piegò verso di lui, supplicante. «Posso cambiare.» Lou scosse la testa. «Tu sei il tuo lavoro, Dex. Non posso chiederti di cambiare il modo in cui sei fatto. Voglio solo che tu stia attento e, per favore, non chiamarmi e non presentarti in ufficio.» Tirò indietro la mano e Dex la lasciò, riluttante. «Mando i ragazzi della ditta di traslochi a prendere il resto della mia roba domani, mentre sei al distretto.» «In pratica è tutta la casa,» mormorò Dex, facendo l’inventario mentale della stanza semivuota. Però era sicuro che Lou gli avesse lasciato qualcosa, come il letto ad esempio. «E secondo te perché, Dex? Non ci sei mai. L’ho fatta da solo questa casa.» Quelle parole gli procurarono una fitta al cuore, e quando rispose lo fece con voce calma. «Facevo così schifo?» Lou gli si avvicinò e lo baciò sulla guancia. «Sei un ragazzo magnifico, Dex. Ce la siamo spassata e ci siamo divertiti, ma non siamo fatti per stare insieme. Se non ci lasciamo adesso, ci lasceremo comunque, prima o poi.» Gli passò dolcemente le dita tra i capelli, un gesto che fece venire un groppo in gola a Dex. Spingendosi in avanti, avvolse le braccia attorno alla vita di Lou e strinse, la guancia premuta contro il suo petto. «Ti prego, non te ne andare.» «Mi dispiace,» ribatté Lou, arretrando. «Ti lascio le chiavi nella cassetta delle lettere.» Dex annuì e si abbandonò sul letto, il corpo pesante e sofferente, dentro e fuori. Era talmente stanco che non aveva la forza per fare nulla che non fosse restarsene sdraiato e sperare che il letto lo inghiottisse. «Mi spiace, Dex. Davvero molto.» «Anche a me,» mormorò lui dolcemente. Due minuti dopo sentì la porta chiudersi e rabbrividì. Si strofinò gli occhi che bruciavano e si abbandonò di nuovo sul materasso. Avrebbe dovuto alzarsi e farsi una doccia. Invece, rimase sdraiato lì a fissare il soffitto bianco. Nella tasca, il cellulare cominciò a squillare. Lo ignorò e chiuse gli occhi. Dal telefono fisso uscì un suono stridulo e Dex si lasciò sfuggire un lamento. Di sicuro era suo padre. La segreteria fece un bip e una voce sdolcinata che di certo non era quella di suo padre, cinguettò: «Signor Daley, le ricordo gentilmente che deve riconsegnare l’auto noleggiata entro le diciotto di oggi. In caso di mancata restituzione ci vedremo costretti ad addebitarle sulla carta di credito una giornata di noleggio aggiuntiva. Ringraziandola per aver scelto Aisa Rentals le auguriamo una buona serata.» Dex guardò l’orologio. 17:59. Che. Vita. Di. Merda. Dex era ben indirizzato verso un’altra settimana gloriosamente fallimentare, anche se era quasi certo che le cose non potessero peggiorare ancora. Dopotutto, era stato un mese quasi epico al distretto del “vaffanculo”. Era andata così male che già non vedeva l’ora che quelle due settimane di permesso terminassero per tornare al lavoro. Ah, Dex, ragazzo ingenuo. Le cose possono solo migliorare. Non gli avevano detto così quella mattina? O meglio, la canzone che aveva sentito quella mattina mentre andava al lavoro non faceva che ripeterlo. Era l’ultima volta che permetteva a una canzone degli anni ottanta di tirargli su il morale. Avrebbe eliminato Retro Radio dalle stazioni preferite appena ne avesse avuta l’occasione. Era come se, dopo tutto quel casino, si fosse schiarito le idee abbastanza da capire la funzione di tutti quei pulsanti luminosi sul cruscotto della macchina. Niente di meglio che un pestaggio vecchio stile per iniziare alla grande la tua prima giornata di lavoro, al ritorno dalle ferie. Era chiaro che si aspettasse di trovare rabbia e ostilità nei suoi confronti dopo ciò che aveva fatto. Le occhiatacce, l’essere spinto contro gli armadietti o in altri spazi angusti, i documenti che si moltiplicavano come carta igienica in un bagno, i cassetti della scrivania riempiti di qualsiasi cosa, da giocattoli per cani a topi di gomma. Si aspettava di tutto. Era sgradevole, ma atteso. E la scazzottata amichevole? Quella non proprio. «Fazzoletto?» Con un cenno di ringraziamento, Dex afferrò il fazzolettino che gli porgeva il capitano McGrier e si picchiettò il labbro rotto. Raddrizzò la schiena, passando la lingua sulla ferita sul labbro che si era procurato con un morso dopo aver ricevuto il primo pugno in faccia. Gli faceva male tutto e la testa gli scoppiava, ma almeno era quasi sicuro di non avere una commozione cerebrale.
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