Capitolo 3 1998
Simon viveva a S. Gimignano in Toscana.
Esther lo incontrò in un bar della piccola piazza.
Era seduto solo ad un tavolino e stava leggendo un giornale locale. Lo riconobbe subito, era identico a lei. Finalmente assomigliava a qualcuno.
In quel momento trovarono risposta le mille domande con cui aveva assillato sua madre:
- Perchè non ti assomiglio come Hanna? Perchè non sono bionda come voi?
- Tu assomigli ai miei genitori" le diceva Miriam "In te vedo gli occhi di mio padre e il sorriso di mia madre... io sono molto contenta che i volti dei nonni siano rispuntati ancor più belli in te.
- Sono Esther - disse lei sedendosi con voce tremante.
- Lo so - disse lui chiudendo il giornale. Non un'emozione.
Vedeva sua figlia dopo ventisette anni e non tradiva nessuna emozione.
Lei attese.
Trovare qualcuno più coriaceo di lei era un avvenimento da contemplare e studiare.
Il fatto che lei non parlasse non metteva Simon in imbarazzo. Aveva addirittura smesso di guardarla e forse avrebbe ripreso la lettura del giornale se lei non avesse rotto il silenzio:
- Dunque sei tu mio padre.
- Sì - rispose lui.
- Non me lo hanno mai detto.
- Lo so. E hanno fatto bene.
- Non l'avrei mai saputo se non avessi avuto un incidente e mio pa... Samuel fosse stato costretto a dire che non poteva donarmi il sangue.
- Beh ora sai tutto.
- Non proprio tutto. Chi era mia madre?
- Una ballerina russa.
- E voi due...
- No. Niente matrimonio. Io dovevo stare nascosto per un po', scelsi San Pietroburgo... e in quel periodo conobbi Olga. Poi tornai alla mia vita. Alcuni mesi dopo una sua amica mi rintracciò. Fu davvero imbarazzante... mezzo mondo mi dava la caccia e una ragazzina russa, Tatjana Petrova, era riuscita a trovarmi in una settimana per consegnarmi te.
- Come facevi ad essere certo che ero figlia tua e di questa Olga?
- Lo sapevo. E poi guardati, siamo due gocce d'acqua.
Esther esitò. Ci sarebbero state mille cose da chiedere, ma quell'uomo dalla faccia di bronzo non tradiva la minima emozione. Era lì seduto al tavolino di un bar italiano, parlava a monosillabi e aveva tutta l'aria di non voler sapere nulla della giovane che lo guardava implorante e che sembrava chiedere: dai domandami qualcosa, non vuoi sapere come ho vissuto, che persona sono diventata? Non sei nemmeno un po' curioso? Lei lo era. Era divorata dalla curiosità, ma quell'atteggiamento freddo e impassibile la frenava. Eppure era un'occasione unica, che non si sarebbe mai più replicata e doveva essere sfruttata al massimo.
- E lei? Mia madre, era ebrea?
- Sì.
Un sollievo.
Sono ebrea. Almeno sono ebrea, pensò Esther.
- Com'era?
- Una straordinaria ballerina.
- L'amavi?
- Non lo so.
- Com'è morta?
- Un'infezione.
- Sapevi di me quando la lasciasti?
- No... non sai cosa vuol dire la mia vita... il mio lavoro... i mesi con Olga sono stati qualcosa di diverso.
- Chi hai amato nella tua vita?
- Solo mia sorella.
- E i tuoi genitori?
- Non me lo ricordo, è passato troppo tempo. Ho sempre studiato in collegio per prepararmi alla vita militare.
- Se tornassi indietro... cambieresti qualcosa?
- Non si torna indietro, Esther. Ricordatelo.
Poi tacquero di nuovo. A lungo.
Esther sapeva che il loro incontro stava per finire e che sarebbe stato unico.
Si alzò lentamente per dargli la possibilità di fermarla.
Lui allora le fece una sola domanda:
- Tua madre parlava di me?
- Sì. Pregavamo per te.
- Sono ancora vivo, ha funzionato" Simon sorrise con una punta di nostalgia.
- Lei faceva funzionare tutto. Grazie... non ci vedremo più, vero?
- Meglio di no. Sono in pensione ormai, ma ho rotto le palle a troppa gente.
- Addio, allora.
- Addio Esther. Non lasciare che tutto questo condizioni la tua vita, non ne vale la pena.
- E come può non condizionarmi?
- Tutto ciò che non puoi cambiare non ti deve condizionare. Per venire al mondo dovevi nascere da una ballerina russa e da me. È andata così. E poteva andare solo così. Ora vai avanti.
- Tu non...
- No. Tra noi finisce qui. Ti deluderei come padre e non sarebbe prudente. Addio Esther.
A quel punto Simon si alzò,si posò il cappello sul capo brizzolato e sorridendo si allontanò imboccando un viottolo ombreggiato.
Quindi andare avanti.
Facile per uno a cui avevano espiantato le emozioni, ma non per lei.
Lei era abituata a decidere, ad essere autrice, regista e prima attrice della sua vita e scoprire che qualcuno aveva riscritto i primi capitoli la mandava fuori dai gangheri.
Eppure doveva riconoscere che era vero quello che aveva detto Simon, quello che non si può cambiare lo si deve accettare.
Essere la figlia di Samuel e Miriam era stata la gioia della sua vita.
Lei così dura e spigolosa era stata amata e stimata dalle due creature più generose e gentili del mondo, gli apparteneva, era carne della loro carne. Lo aveva creduto per molto tempo e forse era ancora vero.
Essere figlia di Miriam voleva dire che da qualche parte in lei risiedeva la sua dolcezza, essere figlia di Samuel voleva dire che da qualche parte in lei risiedeva la sua pazienza e il suo giogo dolce.
E quindi la sua irruenza, il suo carattere scontroso potevano cambiare, potevano lasciare spazio, un giorno, alla saggezza e alla tranquillità, poteva insomma imparare ad assomigliare un po' a sua sorella.
Sogno infranto.
Non sarebbe mai stata come sua sorella. Perché Hanna non era sua sorella.
Altra cosa che non poteva cambiare.
Andò a sedersi sul belvedere.
Una vallata verde e punteggiata di rade case si apriva sotto i suoi occhi.
Un luogo incantevole.
In una di quelle case (quale? Mah...) viveva suo padre.
Si erano visti due volte e per lui erano state due seccature.
Addestrato a non legarsi a nulla, non erano riusciti però a cancellare l'amore per la sorella.
Sua figlia però, era arrivata quando i suoi sentimenti erano già atrofizzati.
E Olga?
1975
Olga era stata qualcosa di diverso.
Costretto a stare nascosto per alcuni mesi s'era legato ad una compagnia di ballerini come tecnico. Montava e smontava la scenografia durante le tournée.
E Olga ballava come un angelo.
Quando la vedeva ballare non era più una donna, era una visione.
Il soldato Simon era stato addestrato a non contrarre legami terreni, ma ultraterreni non era specificato.
E Olga in accademico nero non aveva nulla di terreno.
Vissero insieme accettando la provvisorietà della situazione.
Lui non poteva spiegarle nulla, e lei non aveva nessun bisogno di sapere.
La sua dimensione umana era del tutto secondaria. Olga viveva di danza e Simon era l'unico uomo che avesse accettato questo fatto.
Entrambi vivevano per altro da loro e nel tempo che trascorsero insieme si donarono l'uno all'altra senza pensare al domani, a cosa sarebbe stato di loro perché un loro come coppia esisteva solo nel presente momentaneo.
Poi il Mossad richiamò Simon per una missione in Asia.
- Devo partire - disse Simon ad Olga.
- Va bene - rispose lei.
- Non so se ci rivedremo.
- Lo so.
- La mia vita è così, Olga.
- Anche la mia. Abbi cura di te Simon.
Olga però era incinta.
Quando lo scoprì la sua personalità serafica ebbe un momento di panico.
- Abortisci - disse la sua amica Tatjana.
- Non posso. Non è solo mio. È anche di Simon.
- Ti sei innamorata!?
- Non lo so.
- Come non lo sai?
- Posso vivere senza di lui. Senza la danza no. Ma questa vita non è solo mia.
- Olga saresti una pessima madre.
- Lo so... Ma se Dio l'ha messo qui vorrà dire che gli serve questa pessima madre.
Per nove mesi Olga fu intrattabile. Quella protuberanza di ventre un tempo piatto la infastidiva oltre misura. Volle preparare personalmente la sua sostituta e la compagnia fu costretta a cambiarne tre perché le prime due, sottoposte alle urla di Olga, scappavano a gambe levate dopo due settimane.
Olga partorì il 3 gennaio del 1976.
Dopo che il medico ebbe tagliato il cordone ombelicale sentì la voce di Olga domandare:
- Quando posso riprendere a ballare?
- È una femmina e sta bene - rispose il medico.
- Non è quello che ho chiesto.
- Era infatti la domanda sbagliata.
- So perfettamente che è femmina, l'ho avuta dentro per nove mesi e so che sta bene visto quanto strilla. Ora vuole dirmi quello che non so?
- Se non allatta la bambina al seno può riprendere a ballare anche fra un paio di mesi.
Di allattare al seno non se ne parlava proprio.
La piccola Esther fu affidata ad una tata e Olga tornò in teatro dopo una settimana.
C'era una tournée che partiva a metà febbraio e lei doveva essere pronta.
Forse fu quella fretta, la nostalgia lacerante per la danza a far ammalare Olga.
Riprese a ballare troppo presto quando il suo corpo aveva ancora impresso il segno del parto.
I primi di febbraio le venne la febbre. La ricoverarono in ospedale. Era livida di rabbia, impaziente, adirata come se fosse imprigionata ingiustamente.
Setticemia.
Quando comprese che non avrebbe più ballato e nemmeno vissuto, pensò alla piccola Esther.
- Devi darla a suo padre" disse a Tatjana.
- Olga... Smettila.
- Promettimi che troverai Simon.
- E come?
- Sei la trovarobe della compagnia, no?
- Questa bambina è già partita male, perché dovrei darla a uno che non...
- Perché è suo padre.
- La terrò io. La manderò a scuola di danza. Me la caverò meglio di te.
- Non nasciamo per stare bene, abbiamo un compito. Esther ha il suo. E non lo troverà se non cresce con i suoi... Promettimi. Promettimi.
Tatjana esitava.
- Promettimi Tatjana. Ho poco tempo. Ho avuto ciò che volevo. Ho ballato. È durato poco ma è stato magnifico. Voglio che anche lei abbia il suo destino... È tutto ciò che posso fare per lei.
- Olga non sei lucida.
- Sto per morire. Ho le idee chiarissime. So che sarei una pessima madre perché sarei lontana sempre, ma le garantirei di seguire la sua rotta. La obbligherei a trovarla. È l'unica cosa che sarei in grado di fare per lei, perché è quello che ho avuto e di cui sono grata a mia madre. Lascia che io faccia lo stesso per Esther.
Olga morì poche ore dopo.
Era il 12 marzo 1976.
Tatjana fu tentata di disobbedire alla volontà di Olga. Quella deliziosa bambina le spezzava il cuore, ma poi pensò che i morti vanno rispettati e così si inventò il modo per trovare Simon.
Sapeva che era ebreo israeliano il che restringeva il campo.
Ricordava che era omertoso e schivo e il fatto che fosse sparito in un amen accese un'unica lampadina: servizi segreti.
Tatjana prese la bambina e andò al consolato israeliano.
Come trovarobe Tatjana era strepitosa, ma come piantagrane era imbattibile.
Occupò il territorio Israeliano dell'ambasciata con una passiva ostinazione degna del mahatma Gandhi.
Cosa potevano fare i soldati, gli impiegati, i diplomatici ad una donna che stringeva tra le braccia una bambina piccolissima dicendo a chiunque si avvicinasse: "Questa bambina è ebrea, è figlia di Olga Olenska e Simon Paquin"? Nulla. Solo arrendersi. E dopo due giorni si arresero e le cominciarono a cercare l'uomo che doveva essere il padre di Esther.
Ovviamente Simon Paquin non era il vero nome del padre della bambina.
Appena l'ambasciata si mise al lavoro venne fuori che quella bambina era un pacco un po' più delicato del previsto.
Tentarono di allontanare Tatjana dicendo che avevano trovato Paquin che sarebbe arrivato e che.... No, non avevano capito un bel niente! Lei, e solo lei!, avrebbe consegnato la bambina a Simon. Cosa ne sapeva di chi avevano trovato quei testoni? E se arrivava l'uomo sbagliato? Voleva vederlo in faccia e dirgli alcune cose di persona. La bambina era sua fino a che non fosse arrivato il vero padre.
Simon arrivò dopo una settimana che Tatjana era istallata all'ambasciata.
Era molto diverso da come se lo ricordava, ma era lui. Decisamente: stessi occhi ipnotici della piccola Esther.
Fu lui a dire che voleva parlarle da solo e quelli dell'ambasciata obbedirono senza fiatare.
- Allora sei un pezzo grosso" arrivò al sodo Tatjana appena la porta fu chiusa.
- Non esattamente.
- Più grosso di quando stavi con noi.
- Non ero... Non sono un tecnico di palcoscenico.
- Dimmi qualcosa che non so.
- Non posso dirti nulla.
Tatjana tacque stringendo la bambina a sè.
- Questa è tua figlia, lo sai?
- Sei sicura?
- Guardala.
Simon le diede un'occhiatina di sfuggita. Impossibile ribattere.
- E Olga?
- È morta.
Un pallore fugace attraversò il volto di Simon.
- Olga mi ha chiesto di trovarti e di portarti la bambina.
- Olga non sapeva...
- A Olga non importava chi sei veramente, credo che sapesse che non eri quello che ci hai fatto credere, ma era ostinata come un mulo e mi ha fatto giurare che la vostra bambina l'avrei data a te.
- Non posso crescere questa bambina. Non so come spiegartelo, ma non posso.
- Senti Simon ho implorato Olga perché l'affidasse a me, ma non ha voluto saperne. Devi trovare il modo di rimanere legato a lei. Devi farlo per Olga.
- E' il casino peggiore in cui mi sia mai trovato.
- Giurami che ti occuperai di lei.
- La proteggerò. Questo solo posso prometterti.
- Olga voleva che trovasse il suo destino, era certa che se non fosse cresciuta con la gente della sua famiglia si sarebbe persa.
- Crescerà con la sua gente. Questo posso prometterlo.
Tatjana capì che Simon stava promettendo solennemente e con la morte nel cuore consegnò la piccola a suo padre.
Poi la baciò sulla fronte, certa che non l'avrebbe rivista mai più.