Capitolo 4 1998
Quando Esther tornò dall'Italia trovò nella posta una busta molto elegante chiusa con la ceralacca.
Si sposava qualcuno.
La sua rivista di moda riceveva spesso inviti a matrimoni importanti, a casa però non ne erano mai arrivati. Quell'invito non era infatti per la direttrice del giornale, ma per Esther, la sorella della sposa.
Hanna si sposa.
Con chi?
Non so nemmeno chi se la porta via.
Aprì febbrilmente la busta rompendola in malo modo.
Hannah Rosenthal e Alexander Baker sono lieti di annunciare...
Tutti e cinque gli anni le piombarono addosso come un macigno.
Cosa si era persa? Cosa era successo?
Hanna si era innamorata, aveva conosciuto qualcuno, sicuramente avrebbe voluto confidarsi con lei e lei non c'era...
E ora? Ora c'erano le nozze.
Hanna avrebbe indossato l'abito della mamma o ne avrebbe scelto uno tutto tulle e merletti? Avrebbe dovuto scegliere le bomboniere, i piatti e i bicchieri... i posti a tavola, i parenti, gli amici... e poi lui Alexander... era l'uomo giusto per lei?
No, non lo avrebbe saputo a breve. Non era pronta per tornare aveva ancora alcune cose da sistemare.
Tornare.
La parola “tornare” era transitata nella sua mente.
Tornare ad essere la figlia di Samuel e la sorella di Hanna. Tornare ad essere quella che aveva imparato ad essere, l'unica identità nella quale si era sentita amata.
Sì voleva tornare, era quello il suo obiettivo finale, ma non subito. Prima c'era qualcos'altro da fare. Voleva sapere di più su sua madre.
E l'unica persona che poteva dirle qualcosa era Tatjana Petrova.
Esther prese il cellulare e chiamò l'ufficio.
- Passami Fred... ciao Fred... devi trovarmi una certa Tatjana Petrova, viveva a San Pietroburgo negli anni '70 e lavorava come trovarobe nella compagnia di Olga Olenska... e poi trovami qualche informazione anche su un certo Alexander Baker... questo è facile vive a Londra e ho anche il suo numero di telefono. Non deve sapere perché e chi fa le domande. Come sarebbe per quando? Adesso, Fred! Devi metterti al lavoro immediatamente.
- Sei fortunata! - sbraitò nel telefono Fred due ore dopo - Decisamente fortunata. Tatjana Petrova è la moglie di un impresario teatrale e vive a Kensington, Londra. L'altro tizio invece restaura dipinti antichi. Attualmente lavora per la regina. Direi che è più referenziato di te. Vuoi intervistarli? Ti fisso un appuntamento?
- Grazie, Fred, ci penso io.
Esther fissò i numeri scarabocchiati su un pezzetto di carta.
Il passato e il futuro.
Conoscere il passato per affrontare il futuro.
Quindi compose il numero di Tatjana.
- Salve... sono Esther Rosenthal... la figlia di Olga.
Tatjana viveva in una signorile casa bianca a Kensington, una casa completamente inglese dal tetto alle cantine e le era rimasto solo un velato e remoto accento russo nella voce.
Aprì la porta e spalancò gli occhi che si riempirono immediatamente di lacrime e, prima che Esther potesse erigere la sua algida corazza, si ritrovò strizzata in un abbraccio e in una cascata di parole di cui afferrava solo la lontanissima cantilena russa.
Esther rimase a casa di Tatjana due giorni interi. Prima di poter essere lei a porre le proprie domande fu travolta da un autentico uragano di parole, abbracci, carezze...
Finalmente la bambina di Olga era tornata, Tatjana aveva vissuto quasi trent'anni allevando tre figli suoi senza mai dimenticare il faccino sereno di Esther scaricata come un pacco tra le braccia rudi di Simon... e finita poi chissà dove. Per obbedire a Olga aveva promesso di lasciare Esther a suo padre, ma lasciare Esther era stato veramente un lasciare. Anzi un abbandonare con la certezza di non sapere più nulla di lei.
E poi all'improvviso una giovane donna identica a Simon bussava alla sua porta.
Allora l'aveva davvero protetta.
Quella meravigliosa creatura era lì e voleva sapere tutto di sua madre.
E lei sapeva tutto di sua madre.
Erano state inseparabili. Si erano conosciute quando erano poco più che bambine e poi avevano condiviso ogni attimo della carriera strabiliante di Olga.
Tatjana conservava ancora alcune cose appartenute ad Olga: un paio di scarpette e un accademico nero. E la locandina di uno spettacolo del 1975.
- Tieni tutto tu. Non osavo nemmeno sperare che un giorno ti avrei consegnato questi preziosi ricordi - disse Tatjana.
Esther aprì il manifesto. C'era la silhouette elegantissima di Olga in primo piano e un'ombra maschile sullo sfondo.
- E' tuo padre quello" sorrise Tatjana "per sbaglio venne nella foto, ma al regista piacque quella sagoma che s'intravedeva nell'angolo buio. È l'unica foto in cui ci sono tutti e due... e credo che ci fossi già anche tu.
- Si amavano?
- Follemente.
Tatjana tacque poi riprese: - Follemente è la parola giusta perché nessuno dei due se ne rendeva conto e perché tutti e due amavano soprattutto qualcos'altro. Lei la danza... lui... non so.
Esther sospirò.
- Sei identica a lui. E altissima. Pessima ballerina.
- Mia madre aveva provato a farmi prendere lezioni di danza da bambina... ne uscivo sconvolta, trasfigurata. Dopo ogni lezione ero intrattabile, più del solito intendo, e così i miei decisero che dovevo smettere. Non perdo un balletto, però -
Tatjana sorrise.
- Sei venuta al mondo per caso, come tutti del resto, ma tu decisamente più a caso degli altri. Tua madre e tuo padre si sono sfiorati nella vita. Noi che vivevamo con loro eravamo abbagliati dal loro magnetismo, non ho mai visto due persone più attratte l'uno dall'altra e più votate a qualcos'altro."
Mentre Tatjana parlava del rapporto tra Simon e Olga, Esther ripensava alle striminzite parole scucite a Simon, alla sua reticenza. Un passato lontano, lontanissimo, vago e al quale non voleva pensare. La sua vita era scorsa altrove: quei giorni, quelle persone erano un'anomalia non prevista. Vai avanti senza di me, le aveva detto suo padre.
Quando Esther uscì dalla casa di Tatjana era confusa.
E il matrimonio di Hanna era alle porte.
Era disposta a perdere il matrimonio di sua sorella in nome di una presa di posizione?
In nome di una presa di posizione Esther era disposta a tutto. Ma non a quello.
Dalla casa bianca di Kensington andò dritta a casa sua, dove era cresciuta.
Suo padre era nello studio ad esaminare delle stampe antiche con la sua inseparabile lente d'ingrandimento. Alzò appena lo sguardo e vide sua figlia in piedi davanti alla porta; sospirò compiaciuto. Non urlò di gioia e non le gettò le braccia al collo, fece deflagrare la sua gioia con uno straordinario sforzo d'autocontrollo e si limitò a sorridere sornione:
- Hanna è di là con una sarta. Sta impazzendo a scegliere l'abito da sposa."
Esther aprì la bocca per... poi la richiuse. Delle diecimila cose che avrebbe voluto urlare non ne uscì nemmeno una. Richiuse la bocca e solcando il corridoio con un passo da granatiere, raggiunse la porta chiusa della stanza di sua sorella. Poi si fermò.
Era un punto di non ritorno, bussando si spezzava l'esilio, rivedere Hanna voleva dire non tornare indietro.
Fece un lungo respiro. Bussò. Ed entrò.
Hanna invece gridò. Urlò di gioia e si precipitò a volo verso sua sorella abbracciandola e calpestando uno strascico di seta che s'afflosciò a terra come un palloncino.
- Oh mio Dio! Sei tu! Oh Esther!!! Esther!!
Appoggiato allo stipite della porta c'era Samuel. Due lacrime silenziose gli rigavano le guance.
- Non credevo che... oh Esther è il dono più bello... sei qui.
- Detta legge nella moda," s'intromise Samuel "potrebbe sistemare l'odissea del vestito.
- Chi se ne frega del vestito! Mi sposerò con un sacco di juta se lei sarà lì con me.
- Facciamola finita con gli estremismi! Voglio una sposa normale! Avanti voi due, datevi da fare per mettere insieme uno straccio che non mi faccia vergognare di essere il padre della sposa!
Sdraiate sul letto Hanna ed Esther cucirono insieme quei cinque anni.
Esther ascoltò il ritratto di Alexander dipinto da Hanna e a sua volta lei le raccontò della sua solitudine.
- Siamo cugine... ora. Lo sai? - sussurrò Esther a notte fonda.
- Siamo gemelle. Sono un medico, me ne intendo di queste cose - poi tacquero e dormirono abbracciate come facevano da bambine.
A colazione la mattina dopo Samuel era euforico.
Chiacchierava a ruota libera, di fiori, bomboniere, rinfresco, tutte cose delle quali non s'era minimamente occupato fino a quel momento, ma che rappresentavano un magnifico terreno neutro. Il tempo s'era ricucito a meraviglia, come se cinque anni non fossero passati.
Hanna ed Esther sfogliavano riviste di moda e discutevano sull'altezza del nastro da allacciare in vita: né troppo alto né troppo basso e in gradazione, ton sur ton.
Poi si diedero appuntamento in centro per il pranzo, a St. Martin in the Fields, lì vicino c'era un atelier che Esther conosceva e aveva lanciato anni prima, avrebbero cucito il più romantico abito da sposa mai comparso a Londra.
Hanna uscì canticchiando per andare in ospedale.
Esther e Samuel rimasero soli.
Se con Hanna era bastato dormire abbracciate per recuperare i cinque anni di esilio, Samuel meritava almeno qualche parola. Difficile dirle però.
- Dio è immensamente abile: è riuscito a far ragionare anche te" ancora una volta fu lui a rompere il ghiaccio, ad andarle incontro.
- Era necessario, papà. Tutti abbiamo diritto di sapere da dove veniamo. E a farci pace.
- Sì. E' vero.
- Ho visto Simon. Vive in Italia. Ha avuto una vita strana. Penso che abbia fatto bene a portarmi qui. Gliene sono grata, ora. E sono grata a voi.
- Non si deve essere grati verso i genitori. Lo saprai quando avrai dei figli. Quello che i genitori danno è infinitamente piccolo rispetto a quello che ricevono. Avere avuto te ed Hanna piccole insieme, avervi cresciute è stato per me e tua madre un dono che nemmeno Salomone avrebbe potuto eguagliare.
- Oh papà... mi sei mancato.
- Anche tu. Litigare con te mi mantiene in forma. Ho provato a litigare con Hanna, ma non c'è nessun gusto.
Poi la baciò in fronte e se ne andò giulivo a scarabocchiare qualche appunto nel suo studio.
Alexander Baker passò inaspettatamente il rigido esame di Esther.
Gelosissima del tizio che le avrebbe scippato la sorella, Esther antepose un'antipatia solida e coriacea alla figura del restauratore di tele di Buckingham Palace.
Si immaginava un ometto pelle e ossa tutto dedito all’arte, uno che avrebbe ispirato una certa compassione, dopo la congrua dose di gelosia. E invece era alto e bello. Biondo come Hanna, occhi celesti e un’empatia talmente rapida che bruciò ai blocchi di partenza tutti i pregiudizi che Esther aveva messo in piedi.
Le raggiunse a St. Martin in the Fields e le trovò intente a sfogliare i bozzetti che la stilista gli aveva preparato. Hanna, luminosa come un cielo coi fuochi d’artificio, si affrettò a far sparire i disegni e poi li presentò.
Esther fu amabile.
Forse si sentiva in colpa per i cinque anni di silenzio che aveva imposto alla sua amatissima sorella o forse trovò Alex immediatamente degno di rispetto.
Rimasero a lungo seduti sotto gli archi di pietra del ristorante, circondati da gente che mangiava in fretta e poi toglieva il disturbo. Alex si fece raccontare l’infanzia dorata dal punto di vista di Esther cogliendo la profonda diversità di quelle due ragazze e scoprendo che il cuore di Hanna si poteva conquistare solo con il rispetto di Esther.
Poi Hanna disse di dover tornare in ospedale e Alex si offrì di portare Esther a vedere la magnifica tela che stava restaurando, un ritratto della Regina Vittoria.
Esther inaspettatamente accettò.
Fino a che non furono davanti alla tela parlarono di arte poi, quando Alex prese in mano gli attrezzi per spiegare in che cosa consisteva il suo meticoloso e noiosissimo lavoro, Esther se ne uscì così:
- Non siamo gemelle, lo sai, vero? Non siamo nemmeno sorelle.
- Non sono ancora entrato nella vostra famiglia, non credo di avere voce in capitolo, ma per me conta quello che conta per Hanna. E per lei sei la sua gemella.
- Non so se sarà così per me, io non ho potuto scegliere.
- Nessuno sceglie. La famiglia capita. Qualcuna è più incasinata di altre. E ora guarda questo passaggio.
Versò un liquido azzurrognolo su una pezza che teneva in mano poi tamponò delicatamente un dettaglio del dipinto: "Fra cinque minuti il fazzoletto che la Regina tiene nella mano sinistra diverrà bianco e splendente come se fosse fresco di bucato."
E così fu.
Alex ed Hanna si sposarono e andarono a vivere in un appartamento vicino all’ospedale.
Esther e Samuel rimasero nella villa fuori Londra.
Sembravano mutilati.
Contenti di essersi ritrovati, ma sofferenti per la mancanza di Hanna e impazienti che arrivasse il venerdì, sera in cui lei ed Alex venivano a cena.