Capitolo I - Sofia
Aurora continua ad aggiornare la pagina, convinta — forse — che continuando a cliccare il mouse i risultati si decideranno a comparire per sfinimento.
Quel rumore mi gratta i nervi; se fosse stato chiunque altro, il mouse avrebbe già fatto un triplo carpiato fuori dalla finestra.
Ma lei... non è solo mia sorella.
È il mio dannatissimo punto debole, e finisco sempre per concederle tutto.
Inspiro a fondo, cercando di mantenere la calma con la stessa disciplina di un monaco tibetano... ma con decisamente meno successo.
«Auri,» sussurro, «se continui così il computer si arrende prima che pubblichino i risultati.»
Si mordicchia la guancia, un gesto automatico quando è preoccupata, e continua come se non avessi detto nulla.
Clicca di nuovo.
E di nuovo.
Signore, dammi la forza.
Mi alzo dal letto con cautela, ma quando il mio sguardo incrocia il suo viso resto incantata.
Succede sempre.
La guardo e mi perdo, come tutte le volte.
Non è solo affetto: con Aurora sembra impossibile trovare un difetto.
Ogni linea del suo viso sembra scelta con cura: zigomi alti, naso delicato, labbra carnose.
E quegli occhi — enormi, di un blu così intenso che sembra di affogare in un oceano — capaci di farti dimenticare tutto il resto.
E i capelli? Dio, quasi la odio per quei capelli sempre perfetti.
Un biondo lucente, senza una doppia punta nemmeno a pagarla. Tornasse pure da tre ore di prove di danza, restano in ordine come appena usciti dal parrucchiere.
L'umidità non osa nemmeno sfiorarla.
Niente a che vedere con me, che mi sono dovuta accontentare dei pezzi di ricambio rimasti dopo la sua nascita.
Viso più tondo. Naso arrotondato. Occhi scuri che non hanno nulla di speciale se non la forma allungata, così noiosamente difficile da truccare.
Capelli sottili che al primo accenno di pioggia si trasformano in un cespuglio anarchico.
E un corpo che non è mai abbastanza: più bassa, più morbida, senza le proporzioni perfette di mia sorella.
Non è che passi le giornate a piangermi addosso.
Ma accanto a lei mi sento sempre la versione beta.
Il prototipo difettoso.
E la cosa peggiore?
La gente non manca mai di farmelo notare.
Ma nonostante questo, non c'è alcuna rivalità tra noi.
Anche perché contro di lei sarebbe inutile. E decisamente deprimente.
No, Aurora la guardo come si guarda la luce del sole: tanto luminosa da essere perfino accecante... eppure non ti viene mai voglia di spegnerla.
È bella dentro e fuori.
E sì, a volte sembra quasi ingiusto.
Da bambina era già così: buona fino all'ostinazione, fragile e forte insieme.
Piangeva di rado, litigava ancora meno. Trovava sempre una scusa per tutti, incapace di credere che le persone potessero essere cattive.
Io invece l'opposto.
Forse tutta la parte negativa del mondo è finita nel mio pacchetto: diffidente di natura, pronta a vedere la fregatura anche quando non c'è.
Quante volte ho dovuto tirarla via da situazioni in cui la sua ingenuità l'avrebbe fatta a pezzi.
Lei tende la mano.
Io le sto alle spalle, inclino la testa e mostro i denti.
Eppure quella visione del mondo non l'ha mai persa.
Il suo sogno? Sempre lo stesso: diventare medico.
Non per il titolo appeso al muro, ma per stare dove serve davvero.
Non gli ospedali scintillanti: lei vuole il fronte, gli ospedali da campo, i posti in cui pochi hanno il coraggio di mettere piede.
«Mancano cinque minuti» dice all'improvviso, tirandomi fuori dal torpore.
E continua a cliccare, ostinata, come se negli ultimi dieci minuti non avesse fatto esattamente la stessa cosa.
Chiudo gli occhi ed inspiro.
«Aurora Maria Cardano. Se mancano cinque minuti, mi spieghi il senso di ridurre quel povero mouse a un rottame?»
«Magari li pubblicano prima.»
«Ma non sperarci nemmeno.»
Avanzo di qualche passo e la sposto col sedere per guadagnare un pezzetto della sua sedia.
«Conosci i tempi della burocrazia.»
«È un'università seria, Sofi» mi ribatte con una gomitata, ma io sollevo un angolo della bocca in una smorfia eloquente.
Oggi escono i risultati del test di Medicina alla Biomed & Applied Sciences Academy — la famigerata BASA.
Nientemeno che una delle università più prestigiose del paese.
Ambizioni alte, certo.
Ma se qualcuno può permettersele, quella è Aurora.
Peccato che, oltre a essere prestigiosa, costi come due anni di lavoro di papà.
Stipendio lordo, ovviamente.
Insomma: per noi è fuori portata.
Ma l'unico vantaggio di avere un genitore che lavora in una raffineria che ti avvelena pure l'anima è che, per lavarsi la coscienza, l'azienda regala ai figli dei dipendenti una manciata di benefit: dentisti, viaggi studio e perfino qualche borsa di studio nelle università più rinomate.
Poche, ovviamente. Trenta in tutto, da dividere tra migliaia di aspiranti studenti sparsi in tutto il paese.
Quindi non basta passare il test, che già di per sé miete candidati come il DDT con le zanzare.
Bisogna anche piazzarsi tra i primi dieci della facoltà che si vuole frequentare, per ottenere la borsa.
Per me sarebbe follia pura.
Se qualcuno può farcela... beh, insomma, si è capito: lei può.
Eppure eccola qui: mani che tremano, occhi fissi sullo schermo, mentre cerca di tenere a bada la tensione in attesa del verdetto.
«Smettila di essere così ansiosa. Abbiamo ricontrollato le tue risposte fino alla nausea, erano tutte giuste!»
«Potrei aver risposto diversamente,» mormora, mordendosi il labbro. «O magari ricordo male. Sai, la tensione fa brutti scherzi.»
Sbuffo, mi passo una mano tra i capelli e fisso il soffitto, come se da lì potesse arrivare l'illuminazione divina su come calmarla.
Ovviamente, niente.
So che ce la farà, ma la sua agitazione mi entra sotto pelle.
«Forza,» dico, scuotendo appena la testa e prendendole la mano. «Tra meno di tre minuti staremo saltando per la stanza urlando di gioia.»
Le do una spinta leggera con la spalla.
«Nel frattempo, che ne dici se ci distraiamo un po'? Ti va di cantare una canzone? Adori cantare.»
«Una canzone?»
Solleva un sopracciglio, lo sguardo incerto.
Ma almeno si stacca dallo schermo. E, grazie al cielo, smette con quell'irritante ticchettio.
«E quale, scusa?»
«Una stupida, così ridiamo. Tipo... Nella vecchia fattoria?»
Rido piano, cercando di strapparle un sorriso.
Lei mi osserva, le braccia incrociate, con quella tipica espressione scettica che le fa arricciare la bocca in una smorfia troppo buffa per prenderla sul serio.
«Ok, allora una natalizia, visto che il periodo è quello,» dico, scrollando le spalle. «Tu ami il Natale.»
E come sempre, il sorriso le sboccia sul volto.
Il Natale con lei funziona come un interruttore: basta nominarlo e si illumina.
«Va bene,» dice, con gli occhi che brillano. «Però mi accompagni al piano?»
Sa che non mi piace suonare davanti a nessuno, tantomeno davanti a lei, ma oggi non posso dirle di no.
Ci alziamo insieme e andiamo in soggiorno.
Io mi siedo al pianoforte, sistemo le mani sui tasti ingialliti; lei si mette davanti al leggio, pronta a esibirsi.
Attacco con Carol of the Bells, poi passo a Bianco Natale.
Le mie dita non saranno esperte, ma bastano a starle dietro.
Ridiamo per le note storte, per gli accordi sbagliati.
Per un attimo tutto il resto sparisce: solo noi, la musica e quella magia che ogni dicembre ci colpisce puntuale, nonostante tutto.
Anche se, con Auri, quella magia c'è sempre.
Aurora ride, gli occhi che le brillano spensierati.
Il mondo fuori non esiste più — nemmeno i risultati — così continuo con un'altra canzone.
La guardo mentre le mie mani scivolano goffamente sui tasti, con un sorriso che dice missione compiuta.
Do un'occhiata all'orologio digitale: sono passati dieci minuti da quando sono usciti gli esiti, e lo stomaco mi si stringe.
Schiaccio gli ultimi accordi dell'Hallelujah di Cohen — non so nemmeno io come ci siamo arrivate fin lì — poi inspiro.
«È il momento,» sussurro, indicando l'orologio.