IN RIVA AL MARE, DI NOTTE-2

2000 Words
Voglio Paoloooooooo!!!!!! So che se Imma deciderà di starci, faranno tutto! Imma fa impazzire i maschi, con quelle tette enormi, i capelli corvini, gli occhi truccati da belva famelica! Persino papà ha detto più di una volta che Imma è notevole! Lo ha detto in inglese, remarkable, per buttarla sullo scherzo… Che possibilità ho contro di lei? Ho tre anni di meno, sono vergine, non uso il trucco perché papà si incavola… E poi sono una frana, mi emoziono, piango, sogno. Invece Imma fa quello che i maschi vogliono, e basta. Così li ha tutti ai suoi piedi, è sempre allegra e sfotte. Troia! Dopo l’incidente con Paolo, pettegolezzi e gelosie hanno avvelenato l’atmosfera e i legami tra noi della comitiva ne risentono: non riusciamo manco a metterci d’accordo per l’appuntamento serale e sono due sere che non ci vediamo. Soffro. Non mi sbottono, ma i miei si sono accorti che soffro. Sono sicura che papà ha sperato fino all’ultimo che la cosa si risolvesse fra donne, cioè tra me e mamma, ma ora ha deciso di intervenire. Stasera non ce l’ho fatta a imprigionare le lacrime dopo un’altra attesa vana sul balconcino della cucina. Alle 22 loro, gli amici, Paolo e gli altri, ancora non sono apparsi all’angolo fra Corso Italia e via Serapide. Papà mi chiede se ho voglia di accompagnarlo a prendere una bibita verso Gaeta vecchia. Volendo, dice, ci possiamo fermare un po’ all’asta di quadri di Gigino Amato, a Porta Carlo III. Accetto. Immediatamente. Le mie membra fremono non meno dell’anima e uscire comunque – sotto sotto, con la speranza che gli amici passino e non mi trovino – mi pare una vera liberazione! “All we hear is Radio ga ga Radio goo goo Radio ga ga All we hear is Radio ga ga Radio blah blah Radio, what’s new? Radio, someone still loves you!..”3 Gigino Amato, banditore dell’asta di quadri incorniciata nei bastioni borbonici di Porta Carlo III, è un emblema delle estati a Gaeta. Impeccabile in grisaglia a doppio petto pure nelle notti senza respiro di luglio, Gigino – contitolare della Galleria d’Arte Fratelli Amato di Napoli – vende discutibili opere di discutibili maestri napoletani descrivendole con il contegno che spetterebbe a immortali del calibro di Dalì, De Chirico o Picasso. Contegno contrappuntato da ironia partenopea, citazioni raffazzonate e congiuntivi deliranti. Durante l’asta notturna i quadri stanno in parte appesi e in parte accatastati lungo le mura secolari di uno degli angoli più spettacolari di Gaeta. L’andito al cuore segreto, un po’ saraceno, un po’ spagnolo, della gemma tirrenica. Il pubblico locale segue la vendita con serietà. Quasi Gigino fosse un’autorità. Forse perché porta la cravatta o perché viene dal Capoluogo, o per la dialettica istrionica che cattura le menti semplici descrivendo “pennellate di tramonto”… “un’opera che canta”, “le voci dei pennelli”… Ma pure le menti semplici, benché ammaliate, non comprano. È più facile che cacci fuori il portafogli qualche sottufficiale americano mezzo brillo. Allora Gigino saluta l’acquisto con sperticate lodi al compratore a voce rotta per l’emozione. Ma è raro. La gente si ferma a Porta Carlo III più che altro per assistere gratis a una sorta di spettacolo comico itinerante. E Gigino – che per vendere inventa di tutto, addirittura l’asta al buio, cioè con il quadro coperto da un drappo e un prezzo di partenza irrisorio – si trasforma in uno dei burattini che, poco distante, animano il teatrino dei Fratelli Mercurio sotto i platani di Montesecco. Malinconica spettatrice della pulcinellesca metamorfosi del banditore è sua figlia, seduta a un tavolinetto che funge da ufficio-cassa. Una bella ragazza con folte chiome castane e iridi di mare che raramente sorridono. Rimaniamo all’asta di Gigino non più di un quarto d’ora. Papà domanda se voglio proseguire verso il borgo medievale, ma preferisco tornare indietro. Al chiosco dei cocomeri, quello all’imbocco di Via Firenze, dopo l’ufficio postale, prendiamo una Coca-Cola per me e una Nastro Azzurro per papà. Camminiamo in silenzio sorbendo le bevande. Odore di lantane. Arriviamo all’hotel Mirasole. Non mi piace l’ala nuova dell’albergo, costruita una decina d’anni fa. Preferisco l’edificio vecchio, carico di passato, coi corridoi che sanno di linoleum e di antiche vacanze. Ero più piccola di Miriam quando mi hanno portata a Gaeta per la prima volta, nel ’72. Ci sediamo sul muretto del lungomare all’altezza del Lido Risorgimento. Zitti. Un grillo nascosto nei cespuglietti sulla sabbia canta la sua gioia estiva. Sarà quello che sentivo l’altra sera quando ero qui con Paolo? Papà si guarda i sandali. Li compra sempre qui, a Gaeta, da Sabatino in Via Indipendenza. «Maria, ti va di parlare, di aprirti con me?» Pensa che prendendola alla lontana incontrerà meno resistenza. Ma io mi barrico subito: «Cosa vuoi dire?» Una Centoventisette celeste sta ultimando un parcheggio stentato. Mi distraggo un istante per leggere la targa: LT, Latina, seguita da sei numeri… «Maria, a te piace quel ragazzo?» L’orologio dal Santuario della Montagna Spaccata suona le 23. C’è l’odore dei jeans di papà. Porta ancora i vecchi Jesus a zampa d’elefante. Il vero tessuto jeans ha un odore caratteristico… «Quale ragazzo?» «Paolo.» Non rispondo. Scusa papà, lo so, ti sto rendendo il compito più difficile, ma proprio non ce la faccio… «Ti piace Paolo? Mi pare che tu stia soffrendo un po’ per come lui si comporta. Sono due-tre sere che non esci con gli amici e resti a casa. C’è qualcosa che mi vuoi dire?» Ha lanciato il salvagente. Dovrei solo aggrapparmi… «Paolo è un amico, ma a me non interessa…» Chiuso. Papà pare sollevato. E posso capirlo: mica la sa tutta! Credo abbia deciso di non insistere. Dovrei sentirmi sollevata pure io e affrettarmi a cambiare discorso. Invece, spinta dalla logorrea che accompagna la coscienza sporca, rilancio: «Perché pensi mi piaccia Paolo?» Gli occhi di un gatto si accendono improvvisi sotto una Centoventiquattro color sabbia. Roma G86288. «Beh, sai, mi sembrava… da come lo guardi, da come ci scherzi e ne parli… del resto non ci sarebbe nulla di male, stai crescendo… è normale… Lui è un po’ più grande, fa lo spiritoso con le altre, per esempio con Imma, e tu ci soffri…» «No! Ti ripeto: è un amico come gli altri. E poi, cosa significa: anch’io ho notato che tu ti trovi bene, ridi e scherzi con Marianna, la moglie di Gianni, ma non per questo credo che ti piaccia!» A dire il vero sono convinta che papà ce l’abbia un debole per Marianna! E lo conferma il fatto che mi stia dando ragione: trovarsi bene e scherzare con una persona, ammette, «in effetti non dimostra che si provino sentimenti superiori all’amicizia». Punto e basta. Argomento esaurito. Papà sta a posto, ha fatto il suo dovere. Io mi sento impastata in uno di quei sogni in cui si è inseguiti e per non essere presi si deve fare un salto di cui si ha paura perché potrebbe pure finir male! Il salto io l’ho fatto. Paolo sulla spiaggia m’ha fatto perdere la cognizione del tempo! Non abbiamo scopato, è vero, però adesso so cosa si prova quando un uomo ti fa certe cose! Il salto l’ho fatto e dall’altra parte ci sono passata, anche se atterrando mi sono ammaccata parecchio… “…kalimba de luna take me tomight show me the way to get right on time E-O-U-A onda nueva sient dint à l’oss…” 4 * * * A chi tutto e a chi niente! Ho avuto Paolo per poco più di un’ora e non ce l’ho più. “Sei una ragazza stupenda…” ha detto “…ma io amo Imma”! Volevo Andrea, ma pure Andrea ce l’aveva Imma, per quanto non so come facesse a sopportare che lei lo cornificasse con tutti praticamente sotto il muso! Imma è morta. L’hanno trovata ieri mattina con il cranio sfondato in mezzo alle sterpaglie sulle falesie del Monte Orlando. I Carabinieri ci hanno interrogati tutti. Io sono scoppiata a piangere. Devo aver fatto pena pure al maresciallo perché a un certo punto mi ha fatto una carezza e mi ha mandata via. Ma io non piangevo per Imma. Certo, ha fatto una fine orribile, però non la sopportavo perché faceva soffrire Andrea. Piangevo, invece, proprio per Andrea… perché ho il sospetto che sia stato lui a spaccarle la testa! Poche ore prima che la trovassero morta, Imma aveva toccato il fondo! Sono ancora sconvolta per quello che ho visto l’altra sera, forse più che per la fine di Imma! Stavamo tutti al bar Hermes, quello dove fanno bene la Banana split. Insieme con noi c’era un gruppetto di amici degli amici, come si dice, tre ragazzi e due ragazze. Uno dei tre, Willy, è un coatto schifoso più grande di noi di qualche anno. Romano pure lui – si chiama Guglielmo ma si fa chiamare Willy, e questo basterebbe a descriverlo! – mi sta altamente sulle scatole perché si sente fico e guarda noi ragazze con la tracotanza di uno che pensa “se non me te faccio è solo perché non voglio io!” Beh, da non crederci, Imma s’è messa subito a flirtare con ’sto tipo. E Andrea lì!! Faceva finta di niente, ma io vedevo che soffriva dentro, povero amore! Imma ha… aveva l’abitudine di sedersi in braccio ai maschi. Sulla spiaggia, al bar, sul muretto… ovunque si trovasse, quando uno la attizzava, cioè sempre, gli si avvicinava, gli faceva annusare un po’ le lunghe chiome nere o gli ballonzolava le tette ad altezza naso e poi paffete gli si piazzava sulle ginocchia. Ma non in punta, proprio sulle gambe, avendo pure cura di accomodarsi incassando il più che generoso deretano contro il bacino di turno. I maschi, si sa come sono: due, tre mosse del genere e gli viene duro. Così ha fatto pure con il coatto, complimentandosi a voce alta per il consenso che sentiva aumentare sotto il sedere. Avrei voluto darle un cazzotto, davanti a tutti. Andrea era pallido. Gli sono andata vicino per cercare di distrarlo. Gli ho preso una mano tra le mie. Era gelata. Eppure faceva un caldo boia. Ci siamo messi a parlare, anche con gli altri. A un certo punto qualcuno ha chiesto dove fosse Imma. E ci siamo accorti che mancava pure Willy! «Andiamo a cercarli!» ha detto Lucio. «Veniamo pure noi!» mi sono alzata senza lasciare la mano di Andrea. In pratica l’ho obbligato ad alzarsi e a seguirci. Sono stata stronza, lo so. Per una volta ho fatto la carogna: se li becchiamo mentre fanno roba, ho pensato, può essere la volta che Andrea si stufa, la molla e si accorge di me! Abbiamo cercato all’interno del locale, siamo andati a vedere alla Triestina, ai Platani e negli altri bar di Montesecco. Niente. Abbiamo attraversato la strada per percorrere il lungomare. Stavano con noi fino a un quarto d’ora prima, non potevano essere andati tanto lontano! Lucio ha avuto l’intuizione di andare a guardare dietro le giostre di Piazza della Libertà. Un pezzetto di terra di nessuno, tra il vecchio pontile del motoveliero-ristorante Cajattas, che si sta decomponendo nell’acqua bassa, e la darsena di Montesecco. C’era una macchina ferma, al buio. Una Ritmo targata Roma. Lucio s’è piegato sulle ginocchia e si è avvicinato piano come un guastatore. Lo abbiamo seguito. Ha girato intorno all’auto fino a raggiungere il lato del guidatore. Con gesto rapido e deciso da perfetto incursore, Lucio ha sollevato la testa, ha guardato nell’abitacolo e contemporaneamente ha spalancato la portiera della Ritmo. Willy il coatto, semisdraiato sul sedile di guida tirato tutto indietro, s’è voltato con gli occhi liquidi un po’ a mezz’asta e un ghigno di rabbia e sorpresa… Aveva la patta dei jeans sbottonata e dalla foresta di pelacci si spenzolava un arnese tozzo, grigiastro, enorme, la cui sommità era tutta avvolta dalle labbra vermiglie di Imma china all’altezza della sua cintola!! Ha guardato pure lei verso di noi, senza interrompersi! Più che altro infastidita dal contrattempo. Ma, dico, porca miseria, l’aveva conosciuto mezz’ora prima!! E poi… che schifo… chissà se quello s’era lavato!! «Ahò, me lo date er tempo de veni’?!» ha protestato il becero. Non so quanto tempo siamo rimasti davanti a quello spettacolo desolante! Forse pochi secondi, ma mi son sembrati eterni perché la realtà mi è scoppiata in faccia! Pensavo ad Andrea, che adoro in segreto e a cui darei tutto l’amore e la dolcezza di cui sono capace. Imma lo stava umiliando senza ritegno! Willy ha allungato il braccio sinistro e ha afferrato la portiera, che s’è chiusa con un tonfo sordo. Il colpo mi ha riportata alla realtà. Mi sentivo come uscita da un vortice nelle cui spirali spazio e tempo fossero fusi in una vertigine nauseabonda. «Andiamo via! Andiamo via!» Lucio mi tirava verso le giostre. I bambini sul carosello, i genitori, i passanti, il motocarro Ape di Pascarieglie carico di giocattoli gonfiabili e balocchi marinari, le automobili sulla strada… vedevo tutto come da dietro un oblò! Mi pareva di stare sott’acqua. E Andrea? Il mio Andrea… «Dove sta Andrea?»
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