VECCHIA BASTARDA-1

2061 Words
VECCHIA BASTARDA (27 giugno 1974 – Giovedì – Questura di Roma – Squadra Mobile – Ufficio del commissario Umberto Soccodato) Adelina Bernardini, di anni 84, aveva quattro figli. Tre ce l’ho qui, davanti a me, e solo a guardarli si capisce che pure fondendoli insieme non fanno un cervello come si deve. Altrettanto palese è che ad accomunarli sia soltanto il cognome paterno. «Mi parli di sua madre» chiedo a quello all’apparenza meno scemo. Un seccardino sui sessanta con la capoccetta pelata che pare un ginocchio. Ma non sa dirmi – o non vuol dirmi? – nulla oltre i tratti sbiaditi che forniscono i figli di genitori poco amati su cui, date le circostanze, si preferisce non infierire. Per prudenza, più che per rispetto. Adelina Bernardini è morta ammazzata. Viveva sola in un appartamento in Via Conte Verde che poteva passare per abbandonato da decenni se stamattina, al suo interno, non fosse stata rinvenuta lei, Adelina, sbudellata e fatta a pezzi. Sulla soglia della cucina, la testa mozzata, avvizzita, sdentata, orribile, con mezza lingua di fuori. Tutto il resto sparso per il corridoio buio e polveroso. Tutto eccetto una mano, per la precisione la sinistra, che stava rattrappita sotto una poltrona sfondata del salotto. È stata uccisa a colpi di mannaia. L’arnese che i macellai usano per spezzare le ossa! I vicini di pianerottolo, infastiditi dal tanfo che proveniva indiscutibilmente dall’appartamento della Bernardini, hanno telefonato all’amministratore del condominio. Questi ha avvertito i pompieri che sono entrati, hanno visto lo scempio e hanno chiamato noi. All’obitorio il dottor Paselli, quello con parrucchino e dentiera che somiglia a un’iguana, ha ricostruito il puzzle: un metro e quarantasei scarsi per una cinquantina di chili, computate pure le frattaglie che il patologo non ha ritenuto necessario ricollocare – pare sia difficilissimo, quasi impossibile! – nell’addome squarciato, ricucito prima di passare il lavoro ai becchini! Dicevo che la casa della vittima pare abbandonata perché oltre a muffa, disordine e fatiscenza, non c’è traccia del progresso che ha segnato gli ultimi sei-sette lustri. Niente lavatrice. Niente scaldabagno. Niente caloriferi, niente frigidaire… Addirittura non c’è il gas! Solo una cucina economica a legna che mi ha riportato agli anni di guerra e le pareti annerite da anni e anni di anacronistiche cotture! Nel bagno, tenuto poco meglio delle ritirate di una stazione dimenticata, fogli di quotidiani infilati a un rampino al posto della carta igienica e water senza tavoletta. Aggiungendo a quanto sopra le esigue scorte ancora commestibili in dispensa e una dozzina di bacarozzi sorpresi a far festa con le parti sanguinolente del corpo massacrato, si potrebbe ricavare l’idea che la povera morta fosse stata povera anche in vita. Qualcosa, però, m’ha indotto subito a scartare l’ipotesi: un quadernetto, pure questo fuori tempo, di quelli con la copertina nera rugosa e il bordo delle pagine colorato di rosso, pieno di nomi, date, indirizzi e numeri vergati con grafia svolazzante, più incerta nelle ultime pagine. Sull’etichetta di carta incollata al centro della copertina c’è scritto “dal 1970”. Non ci ho messo molto a realizzare di aver tra le mani il meticoloso libro mastro di una strozzina! Forse non l’unico, ma sicuramente l’ultimo, visto che la data prima delle pagine in bianco, accanto al nome di un tale Attilio Irace e alla cifra di “lire 1.500.000 (un milione cinquecentomila), è il 20 maggio 1974. Poco più di un mese fa. Denaro non ne abbiamo trovato, salvo poche migliaia di lire nel cassetto di un comodino. Il fatto che il quaderno si trovasse in bella vista sul tavolo di cucina porterebbe a escludere dal novero dei potenziali carnefici le signore e i signori registrati nelle sue pagine. A meno che l’omicida non abbia voluto giocare d’azzardo e d’astuzia puntando su questo particolare… I fratelli Cerulli – questo era pure il cognome coniugale della morta – si son dichiarati tutti non al corrente dell’attività con cui la madre integrava la pensione di riversibilità e, a onor del vero, non sembrano possedere i requisiti dei matricidi a scopo di lucro. Hanno lavori dignitosi: uno fa il tassista, un altro ha un banco di frutta e l’intellettuale, quello con la testina lucida, è impiegato al Ministero delle Poste. Non sono dei Paperoni, ma manco patiscono la fame. Tuttavia, siccome il poliziotto, un po’ come il medico, è il mestiere del non-si-può-mai-dire, incarico il raffreddatissimo (anche con la callaccia di giugno!) Santucci di studiare col lanternino la situazione economica dei neo-orfanelli. Il brigadiere sternuta. Si soffia il naso con la potenza di un DC-7 in decollo. Sternuta ancora – ne conto quattordici! – dice «Signorsì» e va a fare quello che gli ho ordinato. Intanto io cerco di rintracciare la quarta figlia di Adelina la strozzina, che i fratelli mi hanno detto chiamarsi Frine. Nei giorni euforici della Liberazione, sempre secondo il racconto dei fratelli, Frine ha conosciuto e sposato un americano e si è trasferita negli States. I Cerulli maschi asseriscono di non avere il suo indirizzo, né sue notizie dall’epoca del matrimonio, disapprovato dalla madre. Ai fratelli posso pure credere – sono venuto su ascoltando mamma ripetere l’adagio fratelli = coltelli – ma non penso che una madre si rassegni a ignorare dove viva la propria figlia. Perciò richiamo Santucci, che si ripresenta preceduto da una sventagliata di sternuti, per dirgli di setacciare anche agende, rubriche, blocchetti della Bernardini per trovare l’indirizzo e, se vuole Iddio, pure il telefono della figlia americana. Poiché non risultano altri parenti tanto prossimi da essere al corrente degli introiti della vecchietta e perciò interessati a una sua anticipata dipartita, i più quotati per il ruolo di assassino rimangono i clienti di Adelina, anche perché, non è un mistero, il rapporto tra usuraio e debitore quasi mai è improntato da sentimenti di tenerezza! Comincio, allora, dall’ultimo in ordine cronologico: Attilio Irace. Non deve più alla vecchia un milione e mezzo. E, se è innocente, ancora non lo sa. Prestare soldi a strozzo è redditizio per chi lo fa, ma assai meno per gli eredi che, per legge, non possono avanzare pretese sui crediti contratti illegalmente e in certi casi rischiano addirittura di rimetterci per le colpe del de cuius. Il debitore, invece, si ritrova automaticamente svincolato. (28 giugno – Venerdì – Ufficio del commissario Umberto Soccodato) Irace è un povero disgraziato che oltre ai debiti ha la malaventura di essere sposato con un’energumena grossa tre volte lui – così hanno riferito gli agenti che lo hanno prelevato e condotto da me – che probabilmente all’occorrenza lo picchia. L’energumena, al secolo Ubalda Fattacci in Irace, ha ereditato dal padre una macelleria a Primavalle e qui ha schiaffato il marito “a forza” (lo afferma egli medesimo). Lui, poveraccio, non ha proprio l’aspetto di uno cui garbi l’idea di trascorrere la vita tra quarti di vitellone, cascami e interiora sgocciolanti. E a riprova c’è quanto ammette senza reticenze: poiché la moglie sindaca con puntiglio su ogni spicciolo in uscita, per via degli affari non brillanti della macelleria, per acquistare un’automobile che desiderava da tanto tempo lui ha preso denaro in prestito dalla vecchia Bernardini di cui gli aveva parlato un fornitore. «Non potevo rivolgermi alla banca perché mia moglie versa tutti i proventi del negozio su un conto nominativo. Devo fare a lei motivata richiesta anche per mille lire con cui pagare il barbiere!» «Allora, mi scusi tanto, come pensava di onorare il debito?» «Sto tentando di vendere un pezzetto di terra che possiedo vicino Spigno Saturnia, dalle parti di Formia…» «Sì, conosco…» «Mia moglie non sa di questa terra che ho ereditato da uno zio, sennò me l’avrebbe fatta vendere chissà da quanto per mandare avanti quella maledetta bottega!» «Ho capito, ma allora… non poteva comprare la macchina direttamente con i proventi della vendita del terreno?» «Il fatto è, commissario, che non ho ancora venduto! Non è una gran terra e oggigiorno è difficile vendere… Però l’occasione m’è capitata adesso: un’Alfa GT di seconda mano ma praticamente nuova.» «Va bene. Ma… non per farmi i fatti suoi, cosa dirà a sua moglie quando si presenterà con la macchina?» «Lei non lo saprà. La macchina la terrò a Spigno. Ho ancora i miei che abitano lì e ci vado quasi ogni fine settimana. Almeno questo la padrona me lo consente!» «Sua moglie non va mai a Spigno con lei?» «Mai! Dice che non ci si trova in mezzo ai burini e che piuttosto preferirebbe passare una settimana all’ospedale!» «Carina!» «Non le dico! Proprio un bijou!» «Dove si trovava tra martedì 25 e il pomeriggio di mercoledì 26?» «Commissario! Mica penserà che abbia ammazzato io quella donna solo perché le dovevo dei soldi?!» «Beh… Le doveva un milione e mezzo e adesso non le deve più una lira. Considerando le difficoltà che, per sua ammissione, lei incontra per procurarsi i soldi, converrà che la mia domanda ha senso!» «A ogni modo… tutti e due i giorni ho sgobbato in macelleria fino alle otto di sera. Dopo il lavoro sono andato a casa. Questo glielo può confermare mia moglie anche se… Oh, Madonna!... Se glielo chiederete verrà fuori la storia del prestito! Vi prego, non mettetela in mezzo a questa storia!!» «Irace caro, se non ci indicherà qualcun altro che possa confermare il suo alibi, sarà inevitabile parlare con la signora. Meglio affrontare sua moglie che un’accusa di omicidio, non trova?» L’espressione del tristanzuolo rivela che forse per lui non è esattamente così… * * * In sala autoptica trovo Paselli in pausa con un bicchiere di spuma Egeria e un pezzo di pizza rossa, seduto sul bordo del tavolo anatomico in compagnia del paziente di turno con il torace aperto a Y e una smorfia verdognola sul viso tirato. «Ah, Soccodato, vuole favorire?!» «Come se avessi accettato…» riesco a dire trattenendo un conato. Il medico sogghigna, continua ad addentare con gusto la pizza che tiene con la mano destra mentre con la sinistra, poggiato il bicchiere ai piedi del tavolo, allunga un lenzuolo sul paziente verdognolo. «Lei viene sempre per la vecchietta… quella che ho rimesso insieme… vero?» «Sì, la Bernardini.» «Appunto. Dunque, le devo precisare che i colpi di mannaia sono stati assestati con forza, ma piuttosto alla cieca. Per tagliare le gambe, per esempio, ne sono stati inferti molti più di quanti ne sarebbero serviti sapendo dove colpire… mi spiego?» «Direi di sì. Quindi lei ne deduce che…» «Che, nonostante l’arma e le modalità, a fare quello scempio potrebbe non essere stato un macellaio…» «Già… in effetti… se fosse stato Irace ad ammazzare la strozzina in preda un raptus, perché farla a pezzi con la mannaia lasciando così la firma del macellaio?» E poi c’è la faccenda del quaderno: se si trovava dove lo abbiamo rinvenuto, l’assassino doveva per forza vederlo mentre ammazzava la vecchia. «Irace avrebbe avuto tutto l’interesse a farlo sparire o, per lo meno, a non lasciare la pagina con il suo nome!» «A mio parere, Soccodato, a parte il mestiere che lo avvezza all’uso della mannaia, strumento peraltro acquistabile da chiunque presso una qualsiasi coltelleria, quel macellaio è solo un povero diavolo…» «Può darsi… un povero diavolo che non riuscirà a nascondere a lungo alla moglie la cazzata che ha fatto, parlo della macchina comprata coi soldi presi a strozzo, e ne pagherà le conseguenze con gli interessi!» «Se la moglie è come me l’ha descritta lei, non lo invidio!» (2 luglio – Martedì – Questura di Roma. Ufficio del commissario Umberto Soccodato) Il ventilatore Marelli si fa in quattro per tagliare la cappa di afa appiccicosa che dalla mattina presto rende ’sta stanza una vera e propria sauna. In maniche di camicia – maniche corte, quelle che i colleghi giovani disapprovano – maledico in trasteverino i capoccioni dei piani alti coi loro condizionatori Westinghouse e fisso senza troppo impegno la pagina degli Esteri del Messaggero: un tale Marcus Wayne Chenault, ventun anni, n***o, appartenente a un gruppo estremista chiamato La Truppa, ha ammazzato la madre di Martin Luther King. Le ha sparato in chiesa, uccidendo pure un diacono e ferendo un’altra donna... Ho appena cominciato a leggere il coccodrillo del dittatore argentino Perón, morto ieri a settantotto anni, quando il rombo di un fuoribordo annuncia l’arrivo di Santucci con un fazzolettone bianco da resa incondizionata che gli nasconde metà dei connotati da gufo. Il brigadiere, a dispetto del suo aspetto non proprio scaltro, la sa lunga. A furia di scartabellare tra gli effetti della vecchia Bernardini, non solo ha trovato l’indirizzo della figlia americana, ma ha pure scoperto che la signora Frine attualmente è, per così dire, meno americana in quanto «si trova a Roma, alloggiata insieme con tale Mr. Jack Waterson, presumibilmente il marito, all’albergo Metropole, Via Principe Amedeo 5, telefono 47.03.41…» «Via Principe Amedeo… non lontano dall’abitazione della vittima…» «Stavo per farvelo notare, dotto’!» «Santucci! Due cose: il voi è stato abolito! E il dottore lo lasci all’ospedale, dove serve davvero!!» Anche se le reprimende sono sarcastiche, sortiscono effetti devastanti sulle mucose irritate del brigadiere, che attacca una serie di sternuti da corizza dicembrina a dir poco sorprendente! Fintanto che il subalterno si ricompone, finisco l’articolo su Perón: “[…] determinanti per il suo miracolo politico sono state due donne: Evita e Isabelita. Quando lo scorso marzo, dopo diciassette anni di esilio, un trionfo elettorale aveva riaperto la via del potere all’ex-dittatore, i politologi lo avevano comparato al generale De Gaulle, anch’egli rimasto nel cuore dei francesi per tutti gli anni del suo ritiro e poi riportato alla guida della Nazione”.
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