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No, non se li sta sognando: la Cristofori e Garavello sono lì, stesi a terra.
Morti.
Morti sul serio.
Il barman ritira la testa. Chiude la porta.
Si passa una mano sulla faccia.
Guarda in giro. Nella hall: nessuno. Sul molo, i gabbiani sono volati via.
Oltre le travi: i passi felpati di Irina, cameriera addetta al primo piano.
«Ir…!».
No, non conviene chiamar gente. Gli altri sono sempre un problema. Ti guardano male, se attacchi a bere.
E Procaccioni ne ha assoluto bisogno, in questo istante.
Dio, se ha sete!
Rifà i ventitré passi. Va a cacciarsi dietro il bancone.
Nella tana.
Guarda il bicchere da cui prima ha bevuto il Glenlivet. Sembra un bicchiere intelligente, pronto a capire la situazione meglio di chiunque altro.
Afferra la bottiglia di Vecchia Romagna e ne versa con generosità. Aggiunge due cubetti di ghiaccio.
Forse il buon liquore annullerà l’immagine dei morti, stampata nel cervello.
La rende più evidente, invece.
Procaccioni si sporge dal bancone. Allunga il collo, strizza gli occhi: nessuno fa capolino nella hall.
Guarda le travi: non ode più i passi della cameriera.
Corre alle scale. Chiama: «Irina! Irina!».
Non c’è risposta.
«Irina!».
Sale tre scalini. Torna indietro.
«Niente. Devo occuparmene io».
Di nuovo dietro al bancone. A scuotere la testa. A guardare le bottiglie.
«Mi chiederanno un sacco di dettagli. Dettagli a non finire. Liste di dettagli».
Liste.
Le odia, lui, le liste.
Tutte.
Amaretto di Saronno.
Tre dita nel bicchiere intelligente. E poi giù, nel gargarozzo.
«Era l’ultimo», dice tirando il fiato.
Non ha neppure terminato la frase e già sente la lingua secca.
Guarda l’orologio: 9.40.
«Ma che c’entro, io? Non ho visto niente! Nossignori, io non mi sono mosso da qui! Non ci sono mica andato, stamattina, a consegnare la lista!».
Stronzate.
Sanno tutti che il venerdì, alle 9.30, Antonio Procaccioni presenta quella maledetta comanda alla direttrice dell’Hotel Levante.
Il barman ha l’impressione di essere circondato. C’è una folla alle sue spalle. Persone che ondeggiano, mentre lo indicano.
Sono accigliate. Cattive.
Si volta di scatto. Ansima.
C’è effettivamente qualcuno, di là dalla finestra: i due facchini.
Continuano a raccontarsela, comodi, nel battello.
«Disgraziati! Perché ve ne state là a far niente?!».
Ha gridato. Ma la finestra è chiusa. E la moquette attutisce i rumori.
«Basta!», urla pieno di rabbia. Afferra il cellulare. Compone tre cifre: 1-1-3.
Preme Chiama.
La voce d’un uomo risponde all’istante: «Pronto?».
Procaccioni guarda l’inutile foglio che ancora stringe in mano.
Vodka. Vodka alla pesca. Vodka al limone. Sambuca…
«Pronto?! Chi parla?!», ripete la voce.
«Son Procaccioni. Chiamo dall’Hotel Levante», dice il barman, controllando i movimenti della lingua e delle labbra. Recita bene la parte del sobrio, pure quando beve oltre misura. Comunque la sera, per servire i clienti, rifugge l’alcol come un astemio.
«Cos’è successo?», chiedono dall’altra parte della linea.
Procaccioni dice dei cadaveri.
È una telefonata rapida, molto più veloce del previsto.
Quando riattacca, il barman guarda ancora l’odiata lista.
Si sofferma sull’ultima riga.
Commenta: «Niente Champagne Brut Millésime. Ha vinto la puttana. Anche da morta».
PRIMA PARTE
L’Osservatore