CAPITOLO 3

1171 Words
CAPITOLO 3: "Tre anni dopo" La sveglia suona alle 6:27. Liana apre gli occhi. Non dorme più da ore. Le occhiaie sotto i suoi occhi sono così profonde che ci si potrebbero annegare i ricordi. Si alza, infila la vestaglia e guarda dalla finestra. La tenuta Donovan si estende a perdita d'occhio. Ettari di prato impeccabile, alberi secolari, una piscina a forma di lacrima, una serra dove non mette più piede. Quel paesaggio, un tempo un sogno, è diventato una prigione. Scende le scale. Kaël è al tavolo della colazione, solo, immerso nel telefono. Non alza gli occhi quando lei entra. «Buongiorno,» dice lei. «Buongiorno.» Una parola. Fredda. Distante. Lei si siede di fronte a lui. Tre anni fa, le prendeva la mano. Le sorrideva. Le diceva "moglie mia" con voce di miele. Oggi guarda lo schermo come se cercasse una via di fuga. «Hai dormito bene?» chiede. «Non abbastanza.» «Neppure io.» Lui non chiede perché. Non chiede mai perché. Liana posa la mano sul tavolo. Le sue dita tremano. Ha voglia di toccare le sue. Non osa. Tre anni. Tre anni che tutto è cambiato. Tre anni che guarda suo marito allontanarsi da lei come una nave che lascia il porto, inesorabilmente, senza uno sguardo indietro. I primi mesi erano stati idilliaci. Notti di passione, mattine di tenerezza, passeggiate in giardino, risate condivise. Kaël le scriveva parole dolci su post-it che attaccava allo specchio del bagno. "Moglie mia." "Vita mia." "Amore mio." Li aveva conservati tutti. Sono in una scatola, sotto il letto. Li rilegge a volte, la notte, quando Kaël dorme e lei non trova sonno. Per ricordarsi che è esistito. Per ricordarsi che l'uomo che ha sposato non è sempre questo straniero glaciale. Ricorda la luna di miele. Le Maldive. Una spiaggia di sabbia bianca, un mare turchese, un bungalow sulle palafitte. Kaël l'aveva presa tra le braccia, portata fino al mare, e avevano fatto l'amore nell'acqua, sotto le stelle, come dei dimenticati dagli uomini. «Non ti lascerò mai cadere,» aveva promesso. Lei ci aveva creduto. Lei ci credeva ancora, forse. Ma qualcosa si era spezzato. Il primo segnale: un anno dopo il matrimonio. William Donovan aveva annunciato che andava in pensione. Kaël, il figlio prediletto, ereditava la direzione dell'impero. Sébastien, furioso, era stato relegato a un ruolo secondario. La guerra per la successione era cominciata. Kaël era cambiato. Diventato distante, ossessionato dal lavoro, irritabile. Passava notti intere in ufficio. Non la toccava più che per obbligo, come un dovere coniugale, senza passione, senza desiderio. Liana aveva cercato di parlare. «Kaël, cosa sta succedendo?» «Niente.» «Sei diverso. Non mi guardi più.» «Ho lavoro, Liana. Molto lavoro.» «Sono tua moglie.» «Lo so.» Lo aveva detto come si dice "so che piove". Senza emozione. Lei si era sentita improvvisamente vuota. Invisibile. Come se fosse solo un mobile nella casa dei Donovan. Il secondo segnale: Eleanor. La matriarca aveva intensificato i suoi attacchi. Osservazioni acide a ogni cena. Critiche sul suo abbigliamento, la sua pettinatura, il suo modo di parlare. "Non sei abbastanza elegante, Liana. Non sei abbastanza raffinata. Non sei abbastanza." Liana aveva smesso di rispondere. Aveva smesso di difendersi. Aveva imparato a incassare, a sorridere, a scomparire nell'ombra della propria vita. Un giorno, Eleanor le aveva detto: «Sai, mio figlio non ti ha mai amata davvero. Era solo affascinato dalla tua diversità. Ma il fascino passa.» Liana aveva stretto i pugni sotto il tavolo. «Perché mi dice questo?» «Perché meriti di sapere la verità. E perché mi piace vedere la gente soffrire. Soprattutto quelli che credono di poter prendere ciò che non è loro.» Quella sera, Liana aveva pianto in bagno per due ore. Kaël non era tornato. Aveva inviato un messaggio: "Cena di lavoro. Non aspettarmi." Lei non lo aspettava più. Il terzo segnale: Chloé. La sua migliore amica era diventata un'estranea. Più messaggi. Più chiamate. Più caffè condivisi. Chloé era sempre lì, alle cene di famiglia, agli eventi mondani, ma sorrideva a Liana come si sorride a una conoscente. Liana aveva cercato di riallacciare i rapporti. «Chloé, possiamo parlare?» «Certo.» «Sei distante. Ti manco?» Chloé aveva riso. «Mi manchi? Liana, sono qui. Sono sempre qui. Sei tu che sei cambiata.» «Io?» «Sei diventata una Donovan. Sei diventata arrogante, distante, fredda. Non mi vedi più come un'amica. Mi vedi come una serva.» Liana era rimasta sbalordita. «Non è vero.» «Sì. E lo sai.» Chloé si era alzata, le aveva voltato le spalle, e non si era mai più voltata. Liana non sapeva che Chloé aveva un appuntamento con Sébastien il giorno dopo. Che era la sua amante. Che aveva già cominciato a fabbricare le prove del suo tradimento. Non sapeva nulla. Non sapeva più nulla. Quella mattina, al tavolo della colazione, Liana guarda suo marito. Ha i capelli più grigi. Rughe agli angoli degli occhi. È bello come il primo giorno, ma è altrove. Perso. Assente. «Kaël.» Lui alza gli occhi. «Cosa?» «Volevo dirti... ti amo.» Lo dice come una supplica. Come una mano tesa verso un naufrago. Lui la guarda. A lungo. Poi distoglie lo sguardo. «Anch'io.» Non dice "ti amo". Dice "anch'io". Come una risposta meccanica. Un obbligo. Liana sente il cuore spezzarsi. «Mi vuoi ancora?» chiede, la voce rotta. Lui sospira. «Liana, non ora.» «Quando, allora?» «Non lo so. Più tardi. Forse.» Si alza. Prende la giacca. Sta per andarsene. Lei si alza anche. Lo raggiunge. Posà la mano sul suo braccio. «Resta.» «Non posso.» «Solo cinque minuti. Parlami. Guardami.» Lui si volta. La guarda. Davvero, per la prima volta da settimane. Vede le sue occhiaie. La sua pelle pallida. I suoi occhi arrossati. Vede la sofferenza che non nasconde più. E qualcosa, in fondo a lui, vacilla. «Liana... io...» Si avvicina. Posà la mano sulla sua guancia. Il suo pollice accarezza la curva del suo zigomo. «Mi dispiace,» mormora. «Mi dispiace tanto.» Lei non sa di cosa si scusi. Ma lo prende tra le braccia. Lui la bacia. Un bacio dolce. Lento. Come un ritorno. Le sue mani scivolano sulla sua nuca, tra i suoi capelli. Lei sente il suo corpo premere contro il suo. C'è ancora calore. Ancora desiderio. Ancora amore, forse. «Ricomincia?» chiede lei. Lui non risponde. La solleva, la porta fino al tavolo. Fa cadere il suo caffè. La tazza si rompe. Il liquido nero si spande sul marmo. Non se ne cura. La adagia sul tavolo, solleva la sua vestaglia, e la prende. Brutalmente. Appassionatamente. Come il primo giorno. Lei grida. Lui geme. Si aggrappano l'uno all'altra come naufraghi a un salvagente. Quando hanno finito, lui resta in lei un istante. I loro respiri si mescolano. «Ti amo,» dice lei. Lui non risponde. Si alza. Sistema la giacca. Se ne va. Lei resta lì, sul tavolo, la vestaglia aperta, il corpo tremante. Non sa che sarà l'ultima volta. Non sa che tra tre giorni dei poliziotti sfonderanno la loro porta. Non sa che, per la prima volta, Kaël le volterà le spalle. Non sa nulla. È felice, per un minuto, solo un minuto. Poi il minuto passa. E tutto crolla.
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