1Settembre quell’anno si era presentato come ultimo strappo di un’estate torrida. Dopo giorni di caldo estenuante, i flash rossastri dei lampi annunciavano l’imminente cambio di stagione. Dalla finestra socchiusa, un lieve odore di terra bagnata accompagnava il fruscio del vento che, lentamente, s’insinuava tra le fronde degli alberi.
“Hai deciso di partire?”
Non aveva voglia di guardarlo in faccia. Non sopportava l’idea di farsi vedere in quello stato. Ma le parole le si spezzavano in gola, tradendo, suo malgrado, il bisogno di mantenersi calma e distaccata.
“Credo sia la cosa migliore per entrambi”.
Lo sentiva muoversi nervoso per la stanza.
“Se non fossi d’accordo?”.
Rimase col fiato sospeso, pentendosi di aver parlato prima di valutare l’effetto che quella frase poteva fargli.
Si spostò alla finestra, mentre le prime goccioline di pioggia bagnavano il terreno arso dal sole. Le nuvole si erano addensate all’orizzonte piombando il primo pomeriggio in una tarda serata invernale.
“Ti prego non ricominciare… Non farlo!”.
Il suono stanco della sua voce le procurò un lieve sussulto.
Le andò vicino, cauto. Aveva voglia di confortarla. Stringersela al petto. Evitarle tanta sofferenza. Ma si fermò immediatamente, consapevole che le azioni di quel momento avrebbero deciso della loro vita.
Sara si girò di scatto ritrovandoselo vicinissimo.
“Non voglio che tu esca dalla mia vita… Non così!”.
Le lacrime avevano preso a solcarle il viso. Fece un passo in avanti annullando la breve distanza che separava i loro corpi.
“Guardami!”.
Gl’intrappolò il viso tra le mani tremanti, poi, spingendosi sulle punte dei piedi, incollò le labbra alle sue. Le lacrime erano diventate un pianto silenzioso trasformando la sua bocca in un ristagno d’acqua salmastra. Si scostò lentamente da lui per afferrargli la mano che aveva lasciato penzoloni lungo il corpo. La sollevò per appoggiarsela al viso. Il ragazzo non si mosse.
Sentì le lacrime offuscargli la vista. Il cuore fermarsi per un attimo. Che diavolo stava facendo? Che patetica, stava dando il peggio di se. Si voltò di scatto e asciugò gli occhi con il dorso della mano.
“Scusami! Forse è meglio che vada”.
Si avviò verso la porta.
“Sara, aspetta…”.
Si fermò, con la mano sulla maniglia, senza voltarsi.
“Guardami, ti prego! Non distruggiamo quello che di bello c’è stato tra noi. Capisci che così non possiamo andare avanti? Ci faremmo del male e di noi non resterebbe niente! Lo capisci questo, vero?”
Annuì in silenzio mentre le lacrime le solcavano veloci il viso. Avrebbe voluto sbattergli in faccia l’enormità del suo dolore. L’assenza che ormai era diventata parte della sua vita. Ma preferì restare in silenzio.
“Ho provato con tutte le mie forze a far funzionare questo rapporto. Ma più m’impegnavo e più ti deludevo. Non credo che la vita a due debba essere un continuo esame. Non si può vivere nella paura di sbagliare. Di dire o fare qualcosa che, alla fine, ti possa fare andare fuori di testa. Non posso, non è giusto!”.
Si voltò di scatto e lui rimase per un attimo stordito da quel volto stravolto dal pianto.
“Questo è quello che sono stata in tutti questi anni, un continuo esame da superare?”.
L’uomo si spostò verso la finestra. I vetri appannati lasciavano passare una luce tenue.
“Lo sai che non intendo questo!”.
“Ah no! Cosa allora?”.
Ad un tratto il suo tono era diventato duro, freddo quasi violento. Sbatté una mano sul tavolo con troppa forza ed il rumore sbigottì anche lei.
Paolo la guardò con aria stanca.
“Intendevo questo… ”. Scosse la testa rassegnato. “Tutta la rabbia che covi e alla prima piccola discussione fai esplodere come un uragano che travolge tutto e tutti. E come un uragano, dopo la distruzione, lasci dietro di te solo detriti.”
Si lasciò cadere pesantemente sul letto, quasi non avesse più la forza di proseguire.
“Ho capito sai. Ho capito tutto”. Lo afferrò per un braccio. “Vattene e non rimettere mai più piede in questa casa. Sono stata una stupida. Una povera, matta, stupida”.
Era persa dentro un turbinio di emozioni che non riusciva in alcun modo a controllare.
“Smettila. Smettila!”.
Le afferrò i polsi.
“Lasciami, mi stai facendo male”.
“È questo quello che mi fai. Mi stai uccidendo”.
La spostò con violenza facendole perdere l’equilibrio. Chiuse la valigia con le poche cose che aveva messo dentro.
“Manderò qualcuno a prendere il resto”.
Ed uscì senza voltarsi indietro.