2La suoneria del telefonino la svegliò. Guardò l’ora sul display, segnava le 17:00, ma non riusciva a ricordare di quale giorno. La lasciò suonare finché non smise. Si alzò per andare in bagno. L’emicrania le martellava le tempie, impedendole di mettere ordine tra i mille pensieri che le affollavano la testa. Aprì l’armadietto dei medicinali, alla disperata ricerca di un’aspirina, ma non trovò nulla. Quello che trovò fu la presenza di Paolo in quella casa. Rasoi, creme, dopobarba, la sua colonia preferita. L’annusò e lasciò che il profumo la stordisse, dandole il voltastomaco. Dietro la porta era rimasto il suo accappatoio e le pantofole. Tutto era in ordine. Tutto era in attesa del suo rientro. Cristallizzato nel ricordo degli ultimi tre anni. Lanciò contro la vasca la bottiglietta che teneva in mano, che s’infranse in mille pezzetti di vetro colorato. Poi, stordita dal vuoto che sentiva dentro, distrusse tutto ciò che le capitava sotto tiro.
“Paolo!”.
Si lasciò cadere per terra. Rifugiò il viso sulle ginocchia, lasciandosi andare ad un pianto disperato.
Il citofono la riportò alla realtà. Qualcuno suonava insistentemente. Stette in ascolto qualche secondo, indecisa se rispondere o meno, speranzosa che chiunque fosse, alla fine, avrebbe desistito. Ma non fu così. Per ben dieci minuti il citofono suonò con intervalli regolari.
“Cazzo!”.
Non aveva voglia di vedere nessuno. Ma doveva far smettere quel suono infernale.
“Sì?”.
“Apri!”.
La voce imperativa della donna non lasciava spazio a nessuna replica. Aprì la porta e ritornò in bagno, nel vano tentativo di mettere ordine nel caos. Dimentica d’essere scalza, non appena rientrata, una scheggia le si conficcò nel piede, facendolo sanguinare copiosamente.
“Sara?”.
“Mamma… sono in bagno”.
“Ma santa ragazza!”
Le parole le morirono in bocca di fronte allo stato in cui trovò la figlia. Il bagno era un campo di battaglia. Chiazze di sangue erano sparse qua e là sul pavimento.
“Ma cosa è successo?”.
“Per piacere non ti ci mettere anche tu!”.
La madre rimase un attimo spiazzata dal tono aggressivo, ma lo smarrimento durò pochi secondi.
“Fammi aprire questa benedetta finestra che non si respira!”.
Sara alzò gli occhi al cielo con aria rassegnata. Sua madre aveva sempre avuto un sesto senso per apparire nei momenti meno opportuni.
“Dove tieni il disinfettante?”.
“Non credo di averne”.
Le due donne si fissarono per qualche istante.
“Tipico!”.
“Che vuoi dire?”.
La madre si morse il labbro inferiore. Sara conosceva bene quel ghigno che le appariva sul volto ogni qualvolta si sforzava di tacere per non innescare una lite. Non erano mai andate d’accordo. Troppo lontane come gusti, idee e soprattutto scelte di vita.
“Niente”.
“Dai mamma, non mi dire che ti sei fatta tutta questa strada per startene in silenzio! Vuoi sul serio osservare quel disastro di tua figlia, che trascina la sua inutile esistenza sul baratro del fallimento totale, senza propinare una delle tue magnifiche ramanzine?”.
“Non voglio litigare”.
“No?”.
La ferita continuava a sanguinare sporcando le mattonelle bianche del pavimento.
“Metti il piede sotto l’acqua fredda, così posso controllare se ti è rimasto del vetro all’interno”.
Si lasciò aiutare in silenzio. Voleva bene a sua madre, ma non aveva mai fatto nulla per dimostrarglielo.
“Tuo padre ed io siamo in pena per te!”.
“Cosa? E per quale motivo?”.
La donna srotolò della carta igienica per tamponare la lesione.
“Sono giorni che non ti fai vedere. Tieni il telefono per lo più spento. Non hai letto neanche uno dei messaggi che ti abbiamo inviato”.
“Magari non avevo voglia di vedere nessuno. Magari, cara mamma, non avevo voglia di sorbirmi un’altra delle vostre paternali”.
I gesti lenti e precisi della madre le solleticavano la pelle.
“Paolo è stato a casa nostra. Ha voluto parlare con tuo padre. Spiegargli il motivo del suo allontanamento”.
“Ma davvero? Che gran bravo ragazzo. Vieni a parlare con voi. Viene a cercare l’approvazione dei grandi!”.
Sara rise sguaiatamente.
“Non devi fare così. Quel povero ragazzo è arrivato al limite. Hai tirato troppo la corda”.
“Ma sei seria? Sei venuta a casa mia per difendere una causa di cui tu non sai proprio niente! Fottiti”.
Allontanò la madre con violenza.
“Sara!”.
“Sara, cosa? Non ho più cinque anni. Non puoi intimidirmi con quello sguardo severo che mi riservi ogni volta… Non puoi!”.
La madre si torse le mani nella speranza di calmare la frustrazione, che violenta, sentiva crescerle dentro. Non era mai riuscita a capirla. Sin dal primo momento che l’aveva presa in braccio, appena nata, non era mai giunta veramente ad interpretare i suoi malesseri.
“Non dovresti rivolgerti così a tua madre. Non è questa l’educazione che ti abbiamo dato”.
“Sai che c’è mamma? Tu non mi conosci, e non hai mai fatto nulla per venirmi incontro. Hai saputo impartire solo regole. Le tue regole. Che non mi hanno aiutato a vivere meglio o a fare le scelte giuste. Non fare questo, non fare quello, non rientrare tardi, non bere, non fumare. Ma non sei stata in grado di farmi capire un bel niente.”
Sentì gli occhi inumidirsi, ma ricacciò indietro le lacrime.
“Quindi, la colpa è mia? Io sono la causa dei tuoi fallimenti!”.
Non avrebbe voluto usare quel tono acido, ma la rabbia non è mai un sentimento chiarificatore.
“Fallimento? Quindi, stai ammettendo che per te sono un fallimento!”.
“Lo sai che non intendevo questo.”
La donna si spostò verso il tavolo della cucina e si lasciò cadere pesantemente sulla sedia.
“Ogni volta che parliamo, riesci a stravolgere il senso di ogni parola”.
Sara le si sedette di fronte. Cercava di mostrarsi indifferente, ma sentiva un macigno sul petto che le impediva di respirare.
“Cosa vuoi da me?”.
“Volevo sapere come stai!”.
“Come mi trovi?”.
“Rispondere ad una domanda con un’altra domanda non ti farà sentire meglio. Volevo parlarti da donna a donna. Darti la possibilità di sfogarti. Portare all’esterno la rabbia, che se non affrontata adesso, ti precipiterà in fondo ad un abisso da cui non sarà semplice uscire”.
La ragazza cominciò a tamburellare con le unghie sul tavolo, segno, questo, che la sua pazienza era finita.
Si alzò in piedi e si avviò rapida verso la porta d’ingresso, aprendola.
“Grazie della visita, mamma.”
La donna, le si avvicinò sconsolata.
“È davvero un peccato non esserci mai capite!”.
Provò a darle un bacio sulla guancia, ma lei si scostò.
Non appena fuori, le chiuse violentemente la porta alle spalle.