IL BATTESIMO D’AGNESINA FRAGALÀ, BELLA FIGLIA DI PAPÀ
- Agnesina Fragalà, bella figlia di papà, - diceva il giovane padre, curvo sulla culla di ottone luccicante come oro, tenendo aperte le cortine di merletto tutte annodate da nastro color di rosa, e vezzeggiando con le parole, con lo sguardo, col sorriso, la neonata rosea che dormiva placidamente, - Agnesina, Agnesina, Agnesina, - egli continuava a dire, ridacchiando fra sé - tu mi pari assai bellina…
- Zitto, Cesare: farai svegliare la bimba, - mormorò sottovoce la madre, dalla toilette presso cui era seduta.
- Tanto si dovrà svegliare più tardi, - rispose il padre, abbassando però la voce e socchiudendo le cortine. - Non la dobbiamo mostrare ai nostri invitati?
- Sì: purché non si metta a strillare nel salone! - ribatté la giovane madre, con un sorriso fra la scherzosa paura e la beatitudine materna.
- Bah! - esclamò il giovane padre, staccandosi dalla culla e venendo presso sua moglie. - Gli invitati staranno attenti a mangiar le paste, i dolci, a sorbire le granite, a ingoiare gelati. Vedrai che pappatoria, Luisella mia!
Il lieve edificio dei nerissimi capelli di Luisa Fragalà era stato costruito con sapienza e con leggiadria: qualche ricciolo ombreggiava la breve fronte bruna e il giovanile volto ovale, dalle nere, sottili sopracciglia che sembravano arricciate, dai lunghi occhi d’Oriente di un bigio scintillante, fra dolce e malizioso, dal naso un po’ lungo, un po’ grosso, ma non goffo, dalla bocca infantile, rossa come un garofano, aveva un fascino di gioventù, di freschezza che facea sorridere di compiacenza l’ancora innamorato marito. Anche Cesare Fragalà era giovane e bello; un po’ feminilmente bello, forse; aveva la pelle bianca come quella di una donna e i capelli castani ricciuti, ricciuti fin sulla fronte, fin sulle tempie, scoprendo, talvolta, la cute bianca della testa; il volto era rotondo, ancora un po’ infantile, malgrado i ventotto anni; ma un pallore uguale, caldo, meridionale, tutto virile, era sulle guancie accuratamente rase; ma un paio di mustacchi castani, folti, un po’ arricciati alle punte, correggevano subito il carattere feminile e infantile di quel volto d’uomo. E ambedue, nati borghesi, da razze non degeneri, avevano il carattere della gioventù napoletana, maschile e feminile: l’uomo robusto, ma indolente; naturalmente bello, e dedito assai alle cure della persona; con la tenerezza mescolata alla furberia e tralucente dal contrasto che si notava nella figura; con un’aria di grossolanità che si temperava nella bonomia: e la donna, bruna, fine, con quel sangue che pare abbia delle vampe scure, con quella risoluzione di volontà in certe linee del profilo e del mento, che indicano nel cuore feminile una forza segreta, latente, pronta a tutte le passioni e a tutti i sacrifici. E intorno a loro, tutto ad essi rassomigliava: il lusso un po’ volgare del broccato crema e rosso, di cui erano parati i mobili e coperto il letto, e a cui rassomigliava, nel disegno, la carta di Francia che copriva le pareti; la toilette racchiusa in una cupola di merletto, prezioso lavoro fatto dalle mani della fidanzata, mentre aspettava il giorno delle nozze; e il grande armadio di legno bruno, a filettature di oro, l’armadio a tre porte di cristallo, l’armadio a tre specchi, che era in quell’epoca il grado supremo del lusso borghese; e le numerose immagini di santi, di santini, di santarelli, un san Luigi, tutto di argento, col volto di cera, un san Cesare, di stucco con una tonacella da frate, insieme ai rosarii, ai reliquiarii, al cero pasquale che formavano due trofei, ai due lati del letto maritale; e infine la lampadetta di argento accesa innanzi al piccolo Bambino Gesù, nella sua nicchietta; e nella stessa stanza coniugale, così, per tenerezza borghese, per quel senso invincibile di patriarcalità napoletana, la culla tutta infiorata di nastri, dove dormiva, nella sua cuffietta ricamata, la piccolina nata da un mese soltanto. Tutto era intonato, finanche i loro vestiti: Cesare Fragalà, aspettando presto i suoi invitati, era già in marsina, col fazzoletto nello sparato del panciotto, correttamente pettinato a furia di colpi di spazzola per domare le ribellioni dei suoi capelli ricciuti, - ma avendo una catena di orologio troppo brillante, dei bottoni di polsini troppo grossi e portando una cravatta di raso bianco, invece che una cravatta di battista bianca; Luisa Fragalà molto graziosa nel suo vestito di raso giallo, coperto, per farsi pettinare, da un accappatoio di mussola bianca, ma troppo fulgida di brillanti, alle orecchie, al collo e alle braccia. Giusto, in quel momento, finendola di pettinare, il parrucchiere le aveva fissato fra i neri capelli, sulla fronte, una stella di brillanti.
- Non ci vuole altro? - chiese ella, con un lieve sospetto di essere poco adorna.
- No - disse il parrucchiere, con aria convinta. - Meno cose si mettono nei capelli e miglior figura si fa, - soggiunse, profondamente.
- Vi pare?
- Lasciatevi servire da chi conosce l’arte, - soggiunse l’artefice, mentre raccoglieva i pettini e i ferri da arricciare.
- Stai benone, - mormorò il marito a uno sguardo interrogativo della moglie. E la considerava con una tenerezza appassionata, minutamente, per osservare se nulla mancasse.
- Se mi riesce una combinazione, - soggiunse Cesare Fragalà, mentre il parrucchiere, a cui avea dato cinque lire e una di mancia, si licenziava silenziosamente, per non risvegliare la bambina. - Se mi riesce questa combinazione, Luisella, ti voglio comperare un filo di brillanti per il collo.
- Che combinazione? - domandò ella, mentre si metteva della cipria sulle braccia mezzo nude. E aggrottò le sottili sopracciglia, con l’improvviso sospetto delle donne, contro tutti gli affari che esse non conoscono.
- Poi ti dirò, - disse lui, ridacchiando.
- Dimmelo adesso, - domandò lei, fermandosi, tenendo in mano i lunghi guanti.
- Niente di fatto, ancora, Luisella, - mormorò lui, un po’ confuso, annoiato dell’essersi lasciato sfuggire quelle parole.
- Promettimi di non decidere mai niente, senz’avermi domandato, - diss’ella, levando una mano.
- Prometto, - egli rispose, con una sincerità profonda.
Ella si chetò: si sedette rassicurata, infilando i guanti, mentre suo marito, fermo innanzi allo specchio, si arrotondava ancora le punte dei mustacchi, macchinalmente, sorridendo alla propria immagine e alla vita.
La famiglia Fragalà contava nientemeno che ottanta anni di prudenza commerciale e di crescente fortuna, avendo cominciato, il nonno di Cesare, con una misera botteguccia di pasticciere, in via Purgatorio ad Arco, a quartiere Pendino; anzi, peggio, dicevano gli invidiosi, essendo un venditore ambulante di pasticcini a un soldo, schierati sopra una tavoletta di legno portata sul capo, o sotto il braccio o sostenuta al collo da una correggia di cuoio. Infine, sulla tavoletta o in questa botteguccia, questi pasticcini erano fatti di una mediocre farina, conditi con zucchero di terza qualità e con uova di equivoca freschezza, cotti con lo strutto spesso assai rancido e ripieni piuttosto di mele cotte al forno o di cotogne cotte sotto la cenere, che di conserva di pesche o di conserva di amarena. Ma che importa! Tutti i meridionali, uomini, donne, fanciulli e vecchi, adorano i dolci, tutti i dolci, anche le ciambellette di biscotto, cosparse di un po’ di zucchero anisato: i pasticcini a un soldo comparivano e scomparivano nella botteguccia di nonno Fragalà, insieme alle caramelle colorate e attaccaticcie, insieme alle ciambelline che portano il nome di ancinetti. Nonno Fragalà giunse presto, a furia di soldi, a produrre il pasticcetto da tre soldi, la cosiddetta sfogliatella, la sfogliatella che si divide in due qualità: la sfogliatella riccia, larga, piatta, sottile, come fatta a scaglie finissime e croccante sotto i denti, mentre la piccola quantità di crema di cui è ripiena si liquefà sulla lingua; e la sfogliatella frolla, grassa, grossa, due dita alta, con la pasta che si sfarina, mangiandola, e con un fitto strato di crema dentro, che copre le labbra e le mascelle. Bene è vero che il nonno Fragalà era accusato di mescolare una quantità d’ingredienti sporchi e pericolosi alle sue sfogliate: amido, gomma, zucchero rosso, grasso di vaccina, colla forte e financo crusca. Ma che importa! Nelle giornate di domenica e in tutte le altre feste comandate, le sfogliatelle si vendevano come il pane e più del pane, dalle nove alle due pomeridiane: alle due, nonno Fragalà chiudeva, perché non aveva più sfogliatelle da vendere, sebbene ne avesse preparate moltissime, e perché era un uomo timorato di Dio. Pian piano, egli aveva aperto un’altra bottega a San Pietro a Maiella, mettendovi un suo figliolo; poi più tardi un’altra bottega a strada Costantinopoli, verso il Museo Borbonico, mettendo un altro figliuolo; e infine, alla sua morte, il suo primogenito aveva osato di affrontare la via di Toledo, ma nella sua parte più alta, aprendo una pasticceria a tre porte, cioè con tre botteghe, all’angolo dello Spirito Santo, una magnificenza! Sussistevano ancora, in possesso degli altri minori fratelli Fragalà, le pasticcerie di via Purgatorio ad Arco, quella di via San Pietro a Maiella, quella di via Costantinopoli, tutte più o meno nerastre, sudicie, piene di mosche ronzanti, ma esalanti quell’inebriante odore di zucchero cotto, di miele cotto, di frutta cotte, di pasta croccante, che è la nostalgia dei ragazzi, delle donne, dei vecchi napoletani.
Anzi, a Purgatorio ad Arco, i pasticcini si vendevano anche a due soldi, una media fra il soldo di nonno Fragalà e i tre soldi del pasticcetto moderno. Ma la bottega, ma le tre botteghe riunite di via Toledo, allo Spirito Santo, erano fiere nella loro insegna, pasticceria fondata nel 1802 - lettere d’oro su marmo nero - tutte a marmi bianchi, a vetrine di nitidi cristalli ripiene di confetti colorati, a cassetti lucidi di metallo e di vetri limpidi, ripieni di biscotti, ad alti vasi rotondi pieni di pastiglie, forti e dolci, per lo stomaco guasto o per la tosse, a scaffaletti di cristallo, dove i pasticcetti, le sfogliatelle si mantenevano in fila.
La pasticceria di via Toledo aveva un aspetto superbo, ma in mezzo alle sue ghiotte innovazioni non aveva tralasciata la vecchia e sicura specialità napoletana, la immortale sfogliatella, immortale e popolare sempre, malgrado il progresso della pasticceria, nelle sue due forme di riccia e di frolla; e alla domenica, tutte quelle patriarcali famiglie che uscivano dalle messe delle tante chiese intorno, Spirito Santo, Pellegrini, San Michele, San Domenico Soriano, andando o venendo, comperavano le sei, le otto sfogliatelle destinate a dare la gran nota finale, festiva, al pranzo della domenica. Il padre di Cesare Fragalà aveva aggiunto, alle sfogliatelle, anche tutte le altre specialità dolci che si mangiano a Napoli, in tutte le feste dell’anno: la pasta di mandorle o pasta reale a Natale; il sanguinaccio a carnevale; il biscotto quaresimale, in quaresima; il mustacciolo e la pastiera a Pasqua; l’osso di morto, fatto di mandorle e zucchero candito, il giorno dei Morti; il torrone, per la festa di San Martino; e ancora tante altre, la croccante, gli struffoli, il sosamiello, tutti i dolci partenopei, a base di molte mandorle, di molto zucchero, di molto cioccolatte, dolci squisiti al palato e grevi allo stomaco, ma che sono la delizia della folla napoletana e che vanno in provincia, ogni festa, a cassette, a casse, a cassoni, a vagoni. Oh, sempre fra gl’invidiosi di casa Fragalà, vi erano quelli che susurravano contro i misteriosi ingredienti con cui quei dolci erano manipolati e colorati, ma erano malignità innocue, a cui gli avventori non davano retta, o di cui non si preoccupavano affatto, anche credendoci. Il napoletano filosofo, l’avventore di don Peppino Fragalà diceva: se si sapesse che cosa si mangia, nessuno vorrebbe più mangiare. La casa Fragalà era solida: Cesare Fragalà aveva ereditato da suo padre una bella fortuna e un credito intatto. È vero, egli aveva una certa ripulsione, nel suo istinto di borghese arricchito, per le brune botteghe dei suoi zii e dei suoi cugini, a Purgatorio ad Arco, a via San Pietro a Maiella, a via Costantinopoli, dove ronzavano fastidiosamente le mosche, come sature, come ammalate di indigestione di cattivo zucchero e di cattivo miele: ma era anche prudente, non disprezzava le sue origini e accoglieva volentieri i suoi parenti ai pranzi di famiglia: e quando doveva fare delle innovazioni alla sua bottega in via Toledo, ci pensava su, si consigliava - massime con la moglie.
Tutto questo aveva pensato Luisa Fragalà, mentre si infilava lentamente i guanti e mentre suo marito era andato di là, in cucina, a vedere se tutti i rinfreschi erano preparati e se i servitori di piazza, presi per la circostanza, erano in tenuta corretta. Ora, ella si era alzata e tenendo in mano lo strascico di raso giallo, aveva anch’essa sollevata la cortina di merletto della culla e guardava appassionatamente sua figlia Agnesina. Oh, giammai, giammai suo marito Cesare avrebbe fatto nulla senza consultarla: l’aveva sposata per amore, senza un soldo, contro la volontà di tutti e la trattava quasi ella avesse portato ventimila ducati di dote, come una signora. Ora che vi era anche Agnesina, Agnesina Fragalà, figlia bella di papà, come egli diceva vezzeggiandola, era impossibile che costui nascondesse mai nulla alla Luisella, alla mammarella di Agnesina. Chissà, si trattava forse di quella grande bottega di pasticceria, in piazza San Ferdinando, nel centro della vita ricca napoletana, una bottega tutta moderna, che da un pezzo Cesare Fragalà sognava di aprire, senza osare di arrischiare un forte capitale. Forse era questo…e la bruna madre, dal volto fresco e piacente, sottovoce benedì la piccola creatura dormiente, e la pregò che facesse benedire dal Signore i disegni di suo padre e le speranze di sua madre.