Uscendo dalla stanza, incontrò il marito:
- E dove è la nutrice? - ella chiese.
- Nella stanza vicino alla cucina, con donna Candida.
- Andiamo a vedere - diss’ella avviandosi, seguita dal marito, attraversando la parte posteriore della casa, stanze di sbarazzo, stanze delle serve e riuscendo nell’anticucina.
La balia di Frattamaggiore, una magnifica e grassa donna, dalle guancie rosee, dagli occhi grandi ma sporgenti, dalla espressione di beata serenità, aveva messo il suo vestito di damasco azzurro, guarnito di una larga fascia di raso giallo e così ricco di pieghe sui fianchi che pareva ondeggiasse, a ogni passo che ella faceva, largo, duro, come un edificio di stoffa. La balia portava un fazzoletto di crespo bianco sul petto, sopra cui ricadeva la collana d’oro, a grossi grani vuoti, a tre fili; un largo grembiale di battista le copriva il davanti del vestito, e sul grembiale erano incrociate le mani tutte inanellate. I capelli castani erano tirati strettamente, sulla nuca, da una grande pettinessa di argento e un grosso fiocco di raso azzurro ne pendeva.
Accanto a lei, donna Candida, la levatrice, una invitata di obbligo, aveva indossato un vestito di seta rossa, dei grandi battesimi, e portava, sul petto, per spillo, una larga miniatura dove era ritratta la buona anima di don Nicodemo, suo marito; nei capelli bigiastri ella portava una camelia rossa di stoffa. Tanto lei che la nutrice, due personaggi importantissimi, aspettavano pazientemente, scambiando qualche parola.
- Prosit! - esclamò la levatrice, vedendo la bella puerpera.
- Grazie, donna Candida. Siete venuta presto? Non vi seccherete di aspettare? Volete prendere qualche cosa? Nutrice, tu vuoi certo qualche cosa? - e la voce di Luisella aveva la gran tenerezza naturale, profonda, delle madri per le nutrici delle loro creature.
- Come piace a Vostra Eccellenza, - disse la nutrice, levando i dolci occhi color dell’olio, un po’ stupidi.
Essendo andato di là Cesare Fragalà, un cameriere portò del marsala, biscotti, paste, confetti, canditi, alla balia e alla levatrice. Inteneriti, marito e moglie, ritti in piedi, guardavano le due donne che mangiavano quietamente, continuamente, di tutto; e quando esse si fermavano un momento, Luisella Fragalà spingeva il vassoio di argento verso la balia. E la levatrice che era donna compita, levando il primo bicchiere di Marsala, esclamò:
- Alla salute di donn’Agnesina! Possa crescere bella e buona come la sua mamma!
- Alla salute di quella piccerella mia! - disse la balia, ridendo.
E il marito e la moglie, commossi, si guardarono, con le lagrime della contentezza negli occhi, ringraziando col capo. A un tratto, la madre disse:
- Nutrice, la bambina piange.
La nutrice si asciugò precipitosamente le labbra bagnate di vino, depose il candito che mangiava e scappò via, con un grande fruscìo di stoffe seriche, aprendosi il corpetto, macchinalmente, con quell’affettuoso e istintivo moto materno.
Ma nel salone di ricevimento, tutto mobiliato di divani, poltrone, poltroncine e sedie in damasco color granato, a cornice di legno dorato, illuminato da grandi carcels, appoggiate sopra il freddo marmo bigio delle mensole di legno dorato, e dal largo lampadario di bronzo dorato a pendolini sfaccettati di cristallo, la gente già cominciava ad arrivare. Quelli che si conoscevano, si erano riuniti in un gruppo e parlottavano a bassa voce fra loro, vivamente, per darsi l’aria di persone di spirito, di persone di società, senza guardare neppure gli invitati sconosciuti; e costoro, famiglia per famiglia, si erano messi negli angoli, avevano avvicinate le sedie e le poltrone, si erano formati in altrettante fortezze, donde gettavano intorno, sul lampadario e sulle persone, sul tappeto e sulle mensole, sguardi fra curiosi e diffidenti, subito smorzati dall’abbassamento delle palpebre, quando pareva loro di essere stati sorpresi. Giusto così, la famiglia di don Domenico Mayer, un impiegato all’Intendenza di Finanza abitante un quartierino al quinto piano di quell’alto, largo, immenso palazzo Rossi, a piazza Mercatello, un palazzo che sporge su quattro vie diverse, e dove spesso i vicini non si conoscono fra loro, neppure per nome, dove si possono passare anni, accanto, senza incontrarsi, tanto è l’imbroglio delle due grandi scale e delle due scale piccole.
Don Domenico Mayer, dalla ciera misantropica e dal nero soprabito burocratico, guidava una misantropica famiglia, composta di sua moglie dalle guancie floscie e scialbe, sofferente sempre di nevralgie mascellari; di sua figlia Amalia, una giovanottona alta, grassa, con certi grossi occhi a fior di testa, grosso naso, grosse labbra, grosse treccie nere e sofferente di furiose convulsioni isteriche; di suo figlio Alfonso, detto da tutti famigliarmente Fofò e sofferente di un crescente cretinismo, di un appetito continuo. La misantropica famiglia si era formata in quadrato, le donne avevano raccolto le povere ma decenti gonne intorno alla sedia, il padre e il figlio stavano seduti in punta alla poltrona, rigidi, taciturni. Come loro si erano isolate altre famiglie, d’impiegati, di piccoli commercianti, di commessi, tenendo un contegno serio, stringendo i gomiti ai fianchi, passando talvolta, macchinalmente, la mano sul castoro lucido, nonché trentenne, dei loro soprabiti; mentre dall’altra parte vi erano tutti i Fragalà e con loro i Naddeo, forti negozianti di stoviglie a Rua Catalana; gli Antonacci, forti negozianti di panni e di pannine ai Mercanti; e i Durante, forti negozianti di baccalà alla Pietra del Pesce: tutti insieme, gli uomini in marsina, le donne in abito di broccato o di raso, coperte di gioielli, specialmente di braccialetti, come Luisella Fragalà. La cui leggiadra apparizione nel salone fu salutata da un generale movimento: tutti si alzarono, lasciarono i loro posti: i più arditi o i più famigliari la circondarono, mentre i più timidi si tenevano un po’ lontani, aspettando compostamente di esser visti, di esser salutati. Tutti si rallegravano con lei per il rifiorimento della sua salute chiamandola mammà, mammà, augurando meridionalmente questo ed altri cento, in buona salute, cioè altri cento figli, nientemeno: ed ella diventava rosea per il piacere, abbassava la testa, ringraziando, facendo scintillare la stella di diamanti che aveva nei capelli, che era poi l’oggetto dei commenti di tutte le altre Fragalà, di tutte le Naddeo, le Antonacci, le Durante e che era la segreta sospirosa ammirazione di tutte le altre invitate più umili, le cosidette mezze signore. Poi mentre Cesare Fragalà chiacchierava con gli uomini, ridendo, passandosi la mano guantata fra i capelli ricciuti, vi fu un generale movimento di retrocessione verso i divani e le poltrone: tutti si sedettero. Luisella Fragalà, ritta in mezzo al salone, appena vedeva arrivare qualche signora, si avanzava sino alla porta, salutava, sorrideva, accompagnava la signora sino a una poltrona, formando un largo circolo feminile dove sugli opulenti petti, stretti nei vestiti di broccato, lentamente si agitavano i ventagli. Solo il divano di mezzo restava vuoto: era il posto d’onore, tutti lo guardavano e guardavano la porta, aspettando gli sconosciuti invitati che dovevano occuparlo, sapendo che senza di essi la festa non era realmente cominciata, sapendo che non si sarebbero offerti rinfreschi, se quegli invitati di gran pompa non fossero comparsi. Difatti, come il tempo passava, Luisella e Cesare scambiavano un’occhiata interrogativa. A un tratto, come una coppia entrava nel salone, Luisella Fragalà ebbe un rapido moto di gioia e abbraccio con effusione la signora, strinse la mano sorridendo, al signore: un mormorio vi fu nel salone, qualcuno si levò in piedi, un nome fu mormorato.
Era proprio lui. don Gennaro Parascandolo, il famoso don Gennaro, l’uomo alto, forte, simpatico, con una fisionomia spirante onestà, lealtà, bontà, una persona la cui stretta di mano aveva qualche cosa di energicamente affettuoso, una persona il cui sorriso rincorava la gente più scorata, una persona il cui sguardo incoraggiava a vivere: un uomo ricchissimo, infine, il compare della piccola Agnesina Fragalà, un riccone senza figli. Ah, ne avevano avuto, dei figli, lui e la sua pallida moglie dai capelli brizzolati e dagli occhi malinconici, che restava volentieri chiusa nella sontuosa casa silente, e quando lo accompagnava. sembrava l’ombra di una donna, vivente fantasma di dolore! Avevano avuto tre bei figli due maschi e una femmina, tre figli belli, sani, forti, per i quali don Gennaro Parascandolo aveva fatto, per arricchirli, terribilmente e freddamente, il suo freddo e terribile mestiere di usuraio aristocratico: non meno di cinquemila lire, alla volta, ed anche duecentomila lire, in una volta sola, sempre con l’interesse del dieci per cento al mese: così, spietatamente, per i suoi figli. Ma, la difterite era entrata nella sua casa, furtivamente e irrimediabilmente: in venticinque giorni, non scienza dei più illustri medici, non disperazione di padre e di madre, non danaro profuso, nulla, nulla aveva potuto salvare i tre figli: tutti tre erano morti soffocati, in un modo così straziante che la ragione della signora Parascandolo, per molto tempo parve ne fosse profondamente colpita. E anche il robusto uomo parve crollato, un istante: non si riebbe che lentamente, lentamente, viaggiò più spesso, comparve a tutte le prime rappresentazioni, donò fiori e gioielli alle illustri attrici e alle illustri ballerine, ma tutto ciò con una suprema indifferenza, senza noia, ma senza allegrezza. Ogni tanto, raramente, compariva accanto a lui sua moglie, smorta creatura taciturna, incapace di togliere il pensiero e il cuore, anche per un momento, dai tre figli perduti: ma allora don Gennaro diventava gaio, sfoggiava un grosso buon umore borghese, a cui sua moglie rispondeva con qualche lieve, distratto sorriso. Giusto, quella sera, don Gennaro Parascandolo, poiché aveva deciso la sua ombra a uscire dall’ombra, era tutto lieto, e mentre Luisella Fragalà aveva condotto la signora Parascandolo al divano d’onore, egli circolava di gruppo in gruppo, seguito da Cesare Fragalà, scherzando, ridendo, mentre tutti, per dove egli passava, gli facevano coro, con quella tendenza all’adorazione della ricchezza che è in tutti, ma specialmente nella gente meridionale. Oh! erano gente ricca, i Naddeo, gli Antonacci, i Durante, i Fragalà, ma le cose del mondo possono cambiare, da un giorno all’altro: e don Gennaro era così ricco, e non sapeva proprio che cosa farsene, delle sue ricchezze! In quanto alla mezza gente della sala, impiegati, piccoli commercianti, commessi, lo guardavano da lontano, rispettosamente, intimiditi dalle larghe spalle, dal largo torace, dalla testa leonina. E il nome era susurrato sempre, qua e là, con i commenti fatti a voce anche più bassa.
- Don Gennaro Parascandolo… don Gennaro Parascandolo…
Ma Luisella Fragalà e Cesare parve che avessero un’altra scossa elettrica, provocata dall’arrivo dell’altra persona che aspettavano. Era una vecchia signora che si avanzava gravemente, vestita di un antichissimo abito di seta marrone, alla foggia di trent’anni prima, una stoffa dura e forte come un cartone, arricciata a canna d’organo, e con amplissime maniche; sulle spalle aveva uno scialle di merletto nero, anch’esso molto antico e fermato sul petto da un largo spillo di rubini e turchesi, legato in argento; le mani magre, rattrappite dall’età, portavano i mezzi guanti di seta e stringevano una borsa di velluto nero, tutta ricamata a punto buono, portante da un lato un ritratto di un cagnolino, sopra un cuscino, e dall’altro la figura leziosa di una contadinella dall’ampio cappello di paglia. Luisella Fragalà, rialzando lo strascico di raso giallo, le corse incontro, le fece una profonda riverenza e si chinò a baciarle la mano, che la vecchia si lasciò baciare, conservando l’espressione arcigna del suo volto di vecchia civetta, col naso adunco, dagli occhietti rotondi e bigi. Un mormorio, nuovamente, percorse la sala:
- La comare marchesa, la comare marchesa…
Nessuno diceva che ella era la marchesa di Castelforte: ella era la comare marchesa, niente altro: non vi era che una sola comare marchesa nella famiglia Fragalà, ed era la madrina, la protettrice di Luisella, una dama rispettata e temuta da tutta la parentela, una marchesa, infine, una titolata, una nobile, una persona di razza superiore. Persino don Gennaro Parascandolo, che non aveva bisogno di nessuno, come tutti sapevano, andò a inchinarla, mentre la vecchia lo squadrava col suo sguardo. Ora, sul divano d’onore non vi era più posto: nel mezzo sedeva Luisella Fragalà, a destra vi era la comare marchesa che mostrava le sue scarpe di prunella nera e stringeva la sua borsa di velluto, a sinistra sedeva la signora Parascandolo, triste figura muta, vestita di un abito di Parigi e coperta di magnifiche gemme, ma curvante il capo sotto i ricordi, sempre, irrimediabilmente. E come tutti si furono seduti, nel salone si fecero due minuti di perfetto silenzio.
Tutti aspettavano ancora, sogguardando furtivamente la porta, fingendo di pensare ad altro: delle signore nascondevano qualche lieve sbadiglio, dietro il ventaglio: le ragazze avevano quell’aria di sonnambule, che le fa parere distaccate da qualunque interesse umano:gli uomini si torcevano i mustacchi e i ragazzi avevano quell’aspetto di ebetismo assoluto, di cui Fofò Mayer era la nota più acuta. Ma Cesare Fragalà era sparito. E dopo tre minuti di quel silenzio comparvero i rinfreschi. E allora tutti si misero a discorrere, rumorosamente, fragorosamente, per aver un contegno disinvolto, fingendo di non badare ai rinfreschi. Ma ne arrivavano da tutte le parti, continuamente, diffondendo nel salone la letizia del desiderio che era per soddisfarsi, per la delizia di tutti quegli affamati di dolci, di quei golosi di roba dolce, uomini, donne, fanciulli, fanciulle, vecchi.