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3 12 novembre Caro Diario, questa mattina mi sono svegliata con un gigantesco ciuffo di capelli sul cuscino. Anche se sapevo che sarebbe successo, non ero preparata. La prima volta che i capelli iniziarono a cadere, mamma ne conservò un po’ in un sacchetto e li mise nell’album del combattente che aveva fatto per me. Questa volta, li ho appallottolati in mano, li ho fissati per alcuni minuti, poi li ho gettati nell’immondizia. Continuo a ripetermi: “Sono solo capelli. Ricresceranno.” Perché, a volte, il discorso d’incoraggiamento funziona davvero. Una volta sotto la doccia, ho fatto molta attenzione a lavarli. Ho usato più balsamo e li ho spazzolati nel modo più delicato possibile. I miei sforzi non sono stati sufficienti: lo scarico ne ha inghiottiti più del solito. Quando sono tornata nella mia stanza, ho cambiato idea e ho tirato via qualche ciocca dalla spazzatura. Le ho messe in un sacchetto di plastica, per mamma. Sono solo capelli. Ricresceranno. Ho pianto. Una ragazza a scuola, oggi, mi ha chiesto come mi sentivo. Non sapevo come rispondere. Nessuno studente me lo aveva mai chiesto prima. Le ho detto che stavo bene e l’ho ringraziata per avermelo domandato. Ha annuito con educazione e poi si è defilata, diretta alla lezione successiva. Adesso vorrei averle domandato il suo nome. Spero di sentirmi bene questo fine settimana. A mamma serve aiuto con i preparativi per il Ringraziamento, e non voglio restare seduta a guardare. Inoltre, mia madre, sotto la guida spirituale di Pinterest, riesce a distrarmi dai pensieri. È una specialista. * La curiosità ebbe la meglio e trascorsi il venerdì sera nella mia stanza, portatile alla mano, alla ricerca degli archivi del Des Moines Register. Di tanto in tanto, il giornale riportava gli incidenti d’auto mortali che avvenivano nello Stato; in caso contrario, avrei di certo trovato un necrologio. C’era un breve articolo datato 21 aprile di due anni prima. Il Register diceva che un veicolo con a bordo due passeggeri, Nora Lowell e il figlio, Liam, aveva perso il controllo durante un temporale e, slittando, era andato a finire contro la barriera dell’interstatale. Entrambi i passeggeri erano morti sul colpo. Trovai anche i loro necrologi, sul giornale uscito alcuni giorni dopo. Al momento della morte, Liam aveva diciotto anni, un anno in più di me, ora; era appena stato accettato nel programma preparatorio della facoltà di Legge a Yale. I funerali di madre e figlio erano stati celebrati insieme. Fissai lo schermo. Anche se la foto era in bianco e nero, Nora mostrava una sorprendente somiglianza con Damian e, ancor di più, con Liam. I fratelli erano così simili che avrebbero potuto essere gemelli. Tracciai con le dita la foto di Liam, sul monitor. Chissà se lui e Damian erano stati legati intimamente, come immaginavo lo fossero i fratelli? Sentii un nodo stringermi la gola e, quando chiusi il portatile, soffocai un singhiozzo. Mi avvolsi nella mia trapunta viola e mi addormentai con i jeans ancora indosso. Il sabato mi sentivo incredibilmente bene, malgrado i miei problemi di salute. Aiutai mia madre a preparare le torte di zucca da mettere nel congelatore per il Ringraziamento. Per alcune mamme, creare delle foglie decorative con l’impasto, da usare per adornare i bordi e il centro della torta, era un lavoro in più. Per mia mamma, era invece una necessità. Mentre le tre torte si cuocevano, l’aiutai a fare un bellissimo centrotavola: mamma era così brava nei lavori manuali, mentre io riuscivo a malapena a ritagliare una linea dritta! Tuttavia, pensai di aver fatto un lavoro strepitoso, anche solo mettendo la colla proprio nei posti giusti della cornucopia fatta con le mie mani. Ben sapendo quanto fosse sciocco come comportamento, per tutto il week-end, accantonai le parole di Damian, con cui accennava al “sapere dove trovarmi” il lunedì successivo, perché, tutto sommato, era solo un lavoro per lui. Eppure, desiderai con tutta me stessa di aver dimenticato i miei guanti all’ospedale, di modo che avessi una scusa per vederlo prima. * Leslie lasciò la stanza per andare a prendermi del succo d’arancia. Mi preparai per le due ore successive, chiedendomi se Damian si sarebbe fatto vivo. Il mio interrogativo non durò a lungo: con addosso un camice azzurro cielo, da cui spuntavano i grossi bicipiti, avanzò, tenendo in mano un bicchiere di plastica. Non fissarlo! Sogghignò, porgendomi il bicchiere, prima di annunciare: «Leslie ha detto: “Niente grappa alla pesca”. Mi spiace.» Sorrisi, quasi sorpresa di vederlo. «Grazie per averci provato. Comunque ti conviene. Non sono proprio così sicura che la grappa si possa mescolare bene con questo» replicai, facendo un cenno verso la sacca appesa all’asta. «Allora, che sarebbe quella roba?» Damian lanciò un’occhiata al punto che stavo indicando. «Un farmaco chemioterapico molto potente.» Si sedette al mio fianco. Riuscii a sentire l’odore di sigaretta sui suoi vestiti: aveva tentato di coprirlo con troppo profumo. Ignorai il leggero trambusto nel mio stomaco. «Fa male? Avere il cancro?» Sollevò le sopracciglia. «No, non fa male. Non sento di averlo. Sento solo gli effetti collaterali. È come avere un’influenza che non passa mai.» «Da quanto tempo ce l’hai?» «Il dottor Lowell... voglio dire, tuo padre, mi ha diagnosticato una lla, Leucemia Linfatica Acuta, quando avevo undici anni. Ho fatto la chemioterapia per quasi sei mesi e sono andata in remissione, quindi il conteggio dei miei globuli bianchi è tornato alla normalità. Poi, due anni fa, è ricomparsa. Abbiamo fatto un altro ciclo di chemio e di nuovo, un anno dopo, sono andata in remissione. E adesso è tornata.» «Ne parli come se ti stesse bene avere la leucemia» disse, confuso. Scrollai le spalle. «Ho provato a piangere, a urlare, a lanciare oggetti e a evitare le persone. È così e basta. Non ho scelto di avere il cancro, ma è successo.» Sbuffò mentre i suoi occhi si posavano su di me. «Cazzo, non potrei reggere. Starmene qui con le mani in mano, lasciare che le infermiere mi tormentino e mi punzecchino come se fossi un... cadavere.» «Lo faresti, se non avessi scelta.» Mi mossi sulla mia poltrona. «Quanto è durato? Sei anni? Non sarebbe più facile rinunciare e vivere finché puoi? Fare qualunque maledetta cosa tu voglia, senza essere frenata da quella merda come i farmaci e le cure mediche?» La sua voce si alzò di volume, mentre parlava. Giocherellai con un tubo, concedendomi un attimo per cercare di comprendere cosa intendesse. «A volte lo penso» risposi, calma. «Ogni volta che esco dalla remissione, ricominciare è più difficile. Ogni volta è più doloroso. La chemio diventa più forte, mentre io mi indebolisco. Perciò, sì, sarebbe più semplice decidere di non continuare.» Mi guardai attorno. Quella non era la conversazione che avevo immaginato, eppure, in qualche modo, non mi dispiaceva. «Potrei andare a Disney World. Vedere la Grecia. Scalare il monte Everest. Nuotare con i delfini. Guardare un vulcano eruttare. E non essere solo e comunque ammalata. Potrei godermi gli istanti che mi restano. O stare male e poi morire, e non fare nessuna di queste cose. Ma mi aggrappo alla speranza di poter fare tutto, non essere malata e non avere il cancro.» «Non credo che le statistiche giochino a tuo favore.» Aprii la bocca per rispondere, ma la richiusi. La maggior parte delle persone, una volta scoperto che avevo la leucemia, facevano una smorfia, si dicevano dispiaciute e mi davano degli incoraggiamenti. Staff dell’ospedale a parte, non avevo mai avuto una conversazione del genere prima: apprezzai la sua schiettezza. Sospirai. «Conosco le statistiche, e diventano più spaventose ogni volta che ritorno qui. Ma ci sono delle persone che contano su di me. Qualcuno occupa quella piccola percentuale di guarigioni. Perché non dovrei essere io? Avere un atteggiamento positivo è una medicina, lo sai.» Damian aveva un’espressione seria. Era il figlio del mio medico e mi chiedevo quanto ne sapesse... quanto il dottor Lowell parlasse del suo lavoro e dei tassi di sopravvivenza dei pazienti. Il suo sguardo si posò su di me. «Il tuo fascicolo era sulla scrivania di papà, così l’ho sfogliato.» Sollevai le sopracciglia, sorpresa e, per la verità, un po’ elettrizzata dal fatto che avesse preso quell’iniziativa. «C’è scritto che sei nella lista dei trapianti di midollo osseo.» Rabbrividii. Durante l’ultima ricaduta, la mia migliore amica era Molly, una ragazzina di nove anni che si sottoponeva ai trattamenti di chemioterapia, nello stesso periodo in cui li facevo io. Quando ero andata in remissione, lei non stava mostrando alcun segno di miglioramento e il dottor Lowell l’aveva inserita nella lista dei trapianti di midollo, una lista con oltre diecimila nomi. Non era mai stato trovato nessun donatore compatibile. Durante i suoi trattamenti, l’avevo raggiunta in ospedale per tenerle compagnia, finché, un giorno, lei... non ci fu più. Quando celebrarono il suo funerale diluviava; le avrebbe fatto piacere, amava la pioggia. «Sì» dissi, allontanando il ricordo di Molly. «Potrebbe essere la mia unica possibilità. E se ci riesco, le statistiche migliorano.» Mi schernì. «È una lista del cazzo.» «Lo è. Ma c’è sempre una speranza.» «I tuoi non sono compatibili?» Deglutii. «No, non lo sono. Li hanno testati l’ultima volta. Il loro tipo di antigene leucocitario non è compatibile.» «Allora, come si fa ad avere un antigene leucocitario compatibile?» Mentre parlava, le sue fossette si accentuarono: erano difficili da ignorare. «I riscontri migliori provengono dai fratelli. Io non ne ho.» Il suo sorriso scherzoso svanì. «Già, nemmeno io.» Per un attimo, le parole rimasero sospese nell’aria. Fissai il linoleum. Damian aggiunse, in modo sommesso: «Ti ammiro. Sei forte.» Ero forte perché il cancro era determinato, e non volevo che il mostro vincesse. «Ora mi conosci. E tu? Qual è la tua storia?» gli domandai. Lui sospirò, mentre aggiustava la targhetta con il suo nome. «Sono il figlio di Jackson Lowell, straordinario dottore. Ciò significa che ho molto tempo per me stesso. Suono la chitarra, scrivo musica, ho vinto a ogni gioco di Assassin’s Creed. E non sono all’altezza delle aspettative di mio padre. Maledizione, non sono all’altezza delle aspettative di nessuno.» «Sono certa che tuo padre desidera soltanto la tua felicità.» Damian grugnì. «Quale definizione di felicità? La sua o la mia?» Sollevò le sopracciglia. «La tua?» Scrollai le spalle. «Non ha soltanto una definizione, la felicità?» «Ce l’ha? Tu sei felice?» Ci pensai per qualche istante. Avevo sconfitto la malattia già due volte ed ero determinata a farlo ancora. Più di ogni altra cosa, ero felice di essere viva. «Sì, lo sono.» Strinse gli occhi. «Avere un tubo che ti esce dal petto, essere riempita di farmaci tossici, stare male... questo ti rende felice?» «Oh, be’, no. Ma...» «Non è così semplice, vero?» Il sarcasmo nella sua voce mi ferì. Non avrei saputo dire se stesse parlando di me o di se stesso. «L’esito del...» «Tu non conosci l’esito.» Sembrava arrabbiato, i suoi occhi ardevano. «Tu speri solo che ti renda felice, quando invece potrebbe ucciderti. Questa è la realtà.» Strinsi le labbra. «Vero, ma vedermi combattere rende felici i miei genitori.» «Cazzate! Non sono felici di avere una figlia che combatte contro il cancro! E se muori, be’, come possono esserne contenti?» «E se...» Damian m’interruppe. «Sì, “e se”. Molte cose sono basate su quella parola e non ci sono delle fottute garanzie a riguardo. Quello che ti rende felice ora potrebbe essere ciò che ti distruggerà in seguito. O lo farà a quelli che ami. E poi? Qualche volta, essere felici, non vale il rischio.» «E qualche volta lo vale» affermai piano. Damian s’illuminò di nuovo, offrendomi un debole sorriso. «Hai capito ciò che intendo? Nulla in questa vita di merda è facile.» «Solo perché non è facile, non significa che non ne valga la pena.» «Allora, dimmi: ne vale la pena?» I suoi occhi azzurri cercarono i miei. «Vale tutto il tempo che passi in questo posto?» Era una domanda che mi ero posta spesso, una per la quale non avevo una risposta. A volte non sembrava valerne la pena. Se avessi combattuto e perso, nessuno ci avrebbe guadagnato niente. Avrei sprecato gli ultimi anni, mesi, settimane della mia vita sperando. Sarei morta e i miei genitori avrebbero avuto il cuore spezzato: nessuno avrebbe vinto. Se avessi smesso di combattere, di fare la chemio e avessi accettato il mio destino, avrei potuto godermi gli ultimi momenti su questa terra. I miei genitori avrebbero potuto farlo insieme a me, creando ricordi a cui aggrapparsi per molto tempo dopo la mia morte. Ma se... Ma se avessi continuato a combattere? E vinto? Avremmo vinto tutti. Le probabilità erano scarse, lo sapevo. Non valeva comunque la pena resistere? Fissai il muro di fronte a me. «Non lo so.» «Potrei fare ciò che mi rende felice adesso e rischiare di essere infelice in seguito.» Sentii lo sguardo di Damian su di me, mentre parlava. «O potrei compiacere il buon dottore ed essere infelice adesso. Le scelte portano a delle conseguenze, alcune buone, altre cattive. È rischioso, ed è sempre, sempre basato sul “se”.» Deglutii con difficoltà e presi un sorso del mio succo prima di alzare lo sguardo su di lui. «Tuo padre vuole che diventi un medico?» Damian sbuffò. «Sono sicuro che lo vorrebbe. Ha scelto la sua carriera quando aveva la mia età, la scuola di medicina e tutto il resto. Io, be’, spero solo di diplomarmi.» Fece un mezzo sorriso, mostrando le sue splendide fossette. Mi si serrò lo stomaco. Non ora. Non un’altra volta di fronte a lui. Il suo sorriso svanì. «Ehi, stai bene? Sei pallida. Posso andare a cercare Leslie.» Scossi la testa. Non c’era tempo. Allungai svelta la mano di fianco a me, ma il cestino non era lì. Oh no! Mi sporsi in avanti e vomitai. Una volta finito, notai Damian di fronte a me, che teneva il cestino in una mano e l’altra appoggiata alla mia coscia. «Va meglio?» chiese, con la fronte aggrottata. Annuii, sorpresa che fosse rimasto lì. Lo sguardo era gentile, la sua espressione dolce. «Posso portarti un po’ d’acqua o qualcos’altro?» «Sì. Per favore.» La porta si aprì ed entrò Leslie. Le ci volle un millisecondo per analizzare la scena prima di precipitarsi da me. «Va tutto bene, Katie?» Raccolse il cestino pieno. «Vuoi un po’ d’acqua?» Damian comparve accanto a lei con in mano un bicchiere di plastica. «Ci ho pensato io.» Leslie lo osservò porgermi il bicchiere. Con la coda dell’occhio guardò prima lui e poi me. Aprì la bocca come se fosse in procinto di fare un commento, poi decise di tacere. Damian riprese il bicchiere che avevo svuotato e poi si voltò verso Leslie. «Stiamo bene.» Cosa? Ha appena detto: “Stiamo bene”? Noi? Cioè, io e lui insieme? «Be’...» iniziò Leslie lentamente «... allora, immagino che, se tutto è sotto controllo, io...» Poi mi guardò sospirando. Annuii, sperando di rassicurarla. Sapevo cosa stava pensando, l’espressione nei suoi occhi diceva: “Stai attenta, Katie.” Prima di uscire diede un’ultima occhiata a Damian. «Piaccio davvero alle infermiere, qui dentro» scherzò lui, guardando verso la porta chiusa. «In particolare a una.» «È solo protettiva. Questo è l’ultimo posto in cui vorrebbe vedere chiunque di noi sia già stato qui e ne sia uscito.» Damian si sedette accanto a me e sbuffò. «Ne dubito.» «Dubiti di cosa?» chiesi, perplessa. «A lei importa di noi, Damian.» «Non ho detto che non le importa» sbottò lui, le iridi azzurre che perforavano le mie. «Allora, cosa intendevi?» «L’ultimo posto in cui vuole vederti è in una bara.» Le sue parole erano dure e si abbatterono sul pavimento. Non appena le pronunciò, deviò quello sguardo triste verso i suoi piedi. Stava pensando all’ultimo posto in cui aveva visto la madre e il fratello? Non dissi nulla. Sedemmo in silenzio per qualche minuto, finché non spostò gli occhi sulle mie ginocchia. «Cos’è quello?» chiese. «Il mio diario.» Sembrò così infantile quando risposi. «Ehm, il diario sul cancro. È il mio diario sul cancro.» Certo, copertura geniale, imbranata! «Quindi scrivi cose sul cancro?» domandò Damian, fissandomi. «Sì. Un’infermiera del gruppo di supporto di mia madre gliel’ha suggerito quando me l’hanno diagnosticato la prima volta.» «Perciò nei hai sempre scritto uno, eh?» Avrei voluto liquidarlo come se non fosse altro che uno stupido diario, ma, in realtà, era importante. Mi aveva aiutato più di ogni altra cosa. «So che sembra sciocco, ma il diario mi capisce. Posso parlare con i miei genitori o le infermiere, ma nessuno di loro deve affrontare tutto questo. In realtà, sono sola. Così scrivo come mi sento ad avere il cancro, scrivo dei trattamenti, degli effetti collaterali, degli sguardi e dei sussurri dei ragazzi a scuola. Di qualsiasi cosa. Mi aiuta a gestirlo, è una specie di... terapia.» Ridacchiò. «Una terapia economica.» Inclinai la testa verso di lui e risi. «Già.» La porta si aprì, cigolando, e trasalimmo entrambi. Il dottor Lowell si schiarì la voce. «Mi dispiace interrompere, ma... Damian, posso parlarti un minuto? Nel mio ufficio?» Non riuscii a vedere il viso di Damian, ma la sua mano si strinse in un pugno. «Certo.» Il dottor Lowell annuì, poi richiuse la porta. Damian scosse la testa e mormorò qualcosa sottovoce. Poi, alzandosi, chiese: «Ti va ancora la cena alla mensa? Cibo scadente, ma, ehi, offro io.» Risi. «D’accordo.» «Quando finisci qui?» Diedi un’occhiata all’orologio. «Fra quarantacinque minuti.» «Ti passerò a prendere.» «Ci vediamo dopo.» Damian mi rivolse un sorriso con tanto di fossette, prima di sparire oltre la porta. Incapace di smettere di pensare a lui, aprii il diario e scrissi della nostra conversazione e di come fosse rimasto lì, al mio fianco, mentre vomitavo. La sua faccia aveva mostrato delle normali reazioni di ansia e preoccupazione, ma c’era stato anche qualcos’altro, qualcosa che non avevo riconosciuto. Scrissi della sensazione della sua mano sulla mia, di come non riuscivo a decidere se le farfalle nello stomaco fossero per la chemio, per il fatto che avessi appena finito di vomitare, o perché il suo tocco era stato meraviglioso. Ero così assorta nella scrittura che, a malapena, mi accorsi di Leslie in piedi accanto a me. Quando alzai lo sguardo, sussultai. «Scusa, Kate. Non volevo spaventarti.» «Oh, non fa niente. Non ti ho sentita entrare» replicai, facendo un respiro profondo. «Ti dispiace se mi siedo?» Strano. Non me l’aveva mai chiesto prima. «Fai pure.» «Volevo parlare con te» iniziò. «Riguardo Damian.» Leslie era più vecchia di mia madre e aveva due figli grandi. Mi aveva sempre trattato da pari, ma si capiva che questa sarebbe stata una conversazione in stile “mamma”. «So che mi hai detto di stare lontano da lui. Davvero, non l’ho fatto apposta. Non sta succedendo niente, però, siamo solo amici.» Spiegazzai l’angolo del diario, mentre faticavo a trovare le parole. «Non so se siamo amici... cioè... non siamo più che amici.» Arrossii. «Kate, Damian sta soffrendo molto.» La voce di Leslie era dolce. «Lo so, ma non penso sia un motivo per stare lontano da lui.» «No, non lo è.» Mise la mano sulla mia. «Non è questa la ragione per cui l’ho detto.» «Forse mettersi nei guai è lo strumento che usa per comunicare.» «È così» concordò lei. Ero confusa. L’ultima volta, Leslie aveva cercato di spaventarmi per far in modo che non avessi nulla a che fare con lui. Ora, all’improvviso, era d’accordo con tutto quello che avevo appeno detto. «Allora, cosa? Perché mi hai consigliato di mantenere le distanze?» «Non voglio vedere nessuno farsi male.» «Starò bene. Come ho detto, non sta succedendo niente.» Leslie sospirò. «Kate, ho visto il modo in cui ti guardava. In realtà non l’ho mai visto interagire con un paziente prima. Quello che ha fatto per te, qui dentro, be’, è questo ciò che mi spaventa.» Scossi la testa. «È stato solo un gesto gentile. Chiunque lo avrebbe fatto.» «Tu sei forte, puoi gestirla.» «Sì, ok, ma…?» Non sapevo dove volesse andare a parare. L’espressione sul suo viso si trasformò da preoccupata a triste. «Oh, Kate... Sono preoccupata per quello che tu potresti fare a lui.» «Che… che cosa vuoi dire?» Girò il volto, ma non prima di avermi mostrato i suoi occhi lucidi. Quando tornò a guardarmi, mi strinse una mano tra le sue. «Damian sta ancora piangendo la morte della madre e del fratello. La cosa lo sta divorando. Lui sta distruggendo se stesso. Damian non è forte come te, Kate.» Leslie si zittì e la osservai contrarre le labbra. Mi accarezzò la mano, continuando a tenerla tra le sue. «Se s’innamora di te, e a te succede qualcosa...» Deglutì a fatica. Fu allora che capii cosa stava per dire; quello fu il momento in cui compresi i suoi avvertimenti. Abbassai la testa, chiudendo gli occhi mentre lei finiva di parlare: «Se muori, se non ti riprendi, Katie, questo lo ucciderà.»
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