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4 «Potrebbe sembrare purè di patate, ma ti garantisco che non lo è. Penso provenga da una scatola e lo miscelino con una sorta di purè di rapa e sabbia bianca. Posso invece suggerirti una patata cotta al forno?» Damian ne raccolse una, avvolta nella pellicola, e la lasciò cadere nel mio piatto. Poi afferrò un pezzo di burro da un bicchiere di carta. «Il burro è davvero burro.» Mi fece l’occhiolino. Ridacchiai. Dentro di me, le parole di Leslie si ripetevano all’infinito. «Ho visto il modo in cui ti guardava... Non l’ho mai visto interagire con un paziente prima... Se s’innamora di te, se tu muori, questo lo ucciderà.» Volevo solo godermi la cena. Ok, forse godermi non era la parola giusta. Tollerare la cena e godermi Damian. Ma come potevo godermi il piacere di stare con lui, fissare quegli occhi del colore dell’oceano e non pensare che avrei potuto ucciderlo? No. Scrollai le spalle, nella mia testa. Era ovvio che Leslie stesse esagerando. Però... avrei avuto una persona in più da deludere, se non avessi combattuto con sufficiente tenacia? Un passo alla volta. Concentrati soltanto a mandar giù questo cibo di fronte a lui. «Mais o broccoli?» mi domandò. «Mmm.» Guardai alternativamente le due scelte. «Vada per il mais. È mangiabile?» Damian rise. «Be’, nessuna di queste cose è mangiabile.» Raccolse un cumulo di mais dal mio piatto e ne gettò dell’altro nel suo. Come le battute sulla mensa scolastica, anche quelle sul pessimo cibo dell’ospedale si sprecavano. Trovammo un tavolo vuoto e ci sedemmo. «Continuo a pensare che stai rischiando la vita con quel polpettone» commentò. «Be’, ero indecisa, non capivo se la tua fosse carne di pollo o di gatto.» Feci un cenno con la testa alle fette di pollo nel suo piatto. «È cibo da ospedale, non cinese!» Sembrò infastidito. «Comunque, penso che siamo condannati.» Risi. «Alla salute!» Damian sollevò il bicchiere di Mountain Dew. I nostri bicchieri tintinnarono, mentre li accostavamo l’uno all’altro; poi, bevemmo un sorso. «Allora, parlami della tua vita prima del cancro» disse Damian, prendendo un boccone del suo purè di rapa e sabbia. Piegai la testa e osservai il suo cucchiaio. Rise. «Sono immune. Inoltre, mi piace la sabbia.» «Dunque, durante le remissioni, io e mio padre andavamo spesso al country club e al golf. Penso non mi dispiacerebbe unirmi all’associazione di golf femminile. Mio padre dice che sono piuttosto brava» sostenni a testa alta. «Voglio davvero entrare nella squadra di golf della scuola, questa primavera.» «Bleah! Una ragazzina viziata del country club, eh? Probabilmente fai tutto quello che ti dicono i tuoi genitori, non è così?» Mi sforzai di sorridere. Dopo tutto ciò che avevano fatto per me, era il minimo che potessi fare. «Tuo padre è un dottore, sono sicura che hai bazzicato anche tu in qualche club ai tuoi tempi.» Lui brontolò: «Stereotipo.» Alzai le sopracciglia e feci un sorrisetto. Damian si leccò le labbra con malizia, scosse la testa e si arrese: «Lezioni di golf private. Ogni estate. Da quando avevo sette anni.» «Lo sapevo!» esclamai, raddrizzandomi sulla sedia. Damian rise. «Non metto piede in un campo da golf da oltre due anni.» «Perché no?» Si strinse nelle spalle. «Non ho mai giocato con mio padre. Era una specie di cosa fra me e mio fratello. E ora...» I suoi occhi si offuscarono e la voce si abbassò, non appena si rese conto di ciò che aveva detto. «Be’, non gioco più.» Abbassò la testa e prese un boccone di mais. Distolsi lo sguardo, imbarazzata dall’avergli ricordato il fratello. «Magari possiamo giocare insieme, qualche volta?» proposi, chiedendomi se il cambio di argomento sarebbe stato sufficiente. «Non lo so. Probabilmente mi faresti il culo.» Si mosse sulla sedia. Poi si schiarì la voce. «Dio, ho bisogno di una sigaretta. Scusa, torno subito.» Quasi rovesciò la sedia, mentre si alzava e usciva di corsa dalla mensa. Mi sentii una stupida, mentre lo guardavo allontanarsi. Rimasta sola, appoggiai il gomito sul tavolo e spizzicai il cibo. Mangiai qualche boccone e posai la forchetta. Una parte di me si chiedeva se sarebbe tornato. Avevo colpito un nervo scoperto, con il ricordo di Liam. «Damian non è forte come te, Kate.» Che fantastico primo appuntamento. Ma lo era? No. Respinsi quell’idea ridicola dalla mia mente. Un ragazzo che sedeva accanto a me, nella stanza della chemioterapia, e poi un incontro alla mensa dell’ospedale non potevano bastare per definirlo “appuntamento”. Mentre rimuginavo, mi passai le dita tra i capelli. Quando guardai la mano, era piena di ciocche ramate. Le fissai. Perché l’avevo fatto? I capelli erano morbidi e bellissimi, ma non avrebbero dovuto essere intrecciati alle mie dita. Cosa avrebbe pensato di me Damian, con nient’altro che pelle in cima alla testa? «Kate, ho visto il modo in cui ti guardava.» Mi avrebbe guardato come tutti i ragazzini a scuola? Dispiacendosi per me? Evitandomi? Non l’avrei biasimato se l’avesse fatto. Il tempo passò alla velocità della luce. Non mi accorsi nemmeno che era tornato a sedersi al tavolo, perché stavo ancora fissando la mia mano coperta di capelli. «Sta andando in fretta, eh?» La voce di Damian era dolce. Per qualche minuto, non dissi nulla e non alzai lo sguardo. Tutto ciò cui riuscivo a pensare era perché non mi fossi sbarazzata dei capelli. In questo modo, non aveva visto soltanto che li stavo perdendo, ma aveva anche visto la mia insicurezza. Sollevai lo sguardo e annuii, districai le ciocche dalle mani e le gettai. «Mi dispiace» affermò. «Alcune persone indossano delle parrucche, no?» «Sì. Io no. Prudono» risposi, ignorando quanto mi infastidisse davvero quel discorso. «Sono solo capelli. Ricresceranno. Lo fanno sempre.» «Ma devi ancora affrontare il fatto che continuerai a perderli, finché non saranno caduti tutti. Quello di stasera è soltanto un promemoria di ciò che accadrà.» Lo ha detto sul serio? «Effetto collaterale della chemio.» Alzai le spalle, sperando che non avesse sentito la crepa nella mia voce. Avrei voluto portarmi una ciocca dietro l’orecchio, ma temevo che sarebbe caduta. Invece, presi il bicchiere d’acqua e lo tracannai. Il telefono di Damian squillò, la suoneria era una vecchia canzone dei Journey, qualcosa che ascoltava anche mio padre. Lo afferrò e toccò lo schermo. S’irrigidì e poi ficcò l’iPhone in tasca. «Se devi andare...» «No. È solo il vecchio. Può aspettare» spiegò, infilando una cucchiaiata di cibo in bocca. «Allora, dove vai a scuola?» «Roosevelt.» Esitai. «Tu?» «Sono di passaggio tra una scuola e l’altra, adesso. Inizierò alla Valley a gennaio.» Avrei voluto chiedergli il motivo per cui era stato espulso e invece mi uscì un: «Perché hai rubato una macchina?» Le sopracciglia di Damian si sollevarono più veloci di un razzo. «Te l’ha detto la mia infermiera preferita?» «Più o meno.» «Puttana» mormorò fra sé. Poi sorrise. «Per vedere se ci riuscivo.» Il suo telefono suonò ancora. Questa volta lo tirò fuori, lo maledisse e lo spense. «Sarà meglio che vada prima che lo stronzo mi chiami dall’interfono.» «Già. Sarebbe imbarazzante.» «Grazie per aver mangiato con me, stasera» disse. «Ci vediamo giovedì.» Si voltò e se ne andò prima che avessi la possibilità di replicare. Lo osservai fino a quando il suo camice azzurro non fu che una piccola macchiolina lungo il corridoio. Spinsi il vassoio da parte e posai la testa sulle braccia, facendo un respiro profondo. Desiderai che la mia vita fosse registrata su un lettore DVD. Il pulsante riavvolgi sembrava davvero un’ottima idea in quel momento. Se solo avessi buttato i capelli. Se solo non ci avessi fatto scorrere le dita, in primo luogo. Se solo fossi riuscita a impedire alle parole di Leslie di ripetersi nella mia testa. Se solo non avessi menzionato il golf. La lista andava avanti all’infinito. Il pulsante riavvolgi sarebbe stato indaffarato. Sospirai e frugai nella borsa, alla ricerca del mio diario. 15 novembre Caro Diario, il peggior non-appuntamento di sempre! In cosa mi sono cacciata? Non ho idea di quello che sto pensando! Certo, Damian mi ha attirato con i suoi incredibili occhi, e be’, diciamocelo: è stupendo! Ma sta portando in giro più bicchieri di plastica che carrelli dei farmaci. Oh, e lui non è il mio tipo. Ehm, ok, credo di non avere un tipo. Tutto quello che so è che non avrei mai immaginato di prendere una cotta per un ragazzo che fuma, che in apparenza odia il padre, che è stato arrestato e Dio solo sa cos’altro. Credo di aver perso la ragione. È l’unica spiegazione. A meno che… ehm. Non ci avevo pensato. Lo vedo come il mio personale “caso umano”? Qualcuno che posso aiutare? Non so. E poi teneva il cestino dei rifiuti, mentre vomitavo, per l’amor del cielo! Ma quale ragazzo adolescente lo farebbe? Devo essere impazzita. Mi piace il fatto che non abbia paura di sfidarmi. Non mi tratta come se potessi rompermi. O come se avessi il cancro. Mi sento quasi normale con lui. Sa che i miei capelli stanno cadendo e non ne ha fatto un gran problema. Sa chi sono, una malata di cancro, e mi parla ancora. Ci tengo a ciò che pensa e a come mi vede. Cosa potrei significare per lui? Mi chiedo cosa stia facendo adesso. Se sta pensando a me. Se si preoccupa per me. Tutto questo non ha senso. Non sono mai stata più confusa in vita mia! * Essere calva d’inverno era più bello che esserlo d’estate. Di solito riuscivo a trovare cappelli carini che si abbinavano ai miei vestiti, ed ero grata che l’amministrazione della scuola facesse un’eccezione per me, lasciandomeli indossare in classe. Riduceva le occhiatine e gli sguardi dispiaciuti dei miei compagni. In generale, li toglievo durante i trattamenti, dal momento che non mi sentivo a disagio nel reparto di oncologia. In effetti, era forse l’unico posto in cui mi sentivo normale, in un certo senso. I capelli si erano diradati a tal punto che cominciavo ad assomigliare a Gollum. Tenni il cappello in ospedale perché Damian aveva detto che sarebbe stato lì. Leslie non parlò molto, mentre agganciava la flebo al tubo che spuntava dal mio petto. Tamburellai con le dita sul diario e guardai l’orologio. Alle quattro e trenta mi sfiorò l’idea che forse se n’era dimenticato. Alle quattro e trentacinque avevo rinunciato all’idea che si presentasse. Alle quattro e trentotto Damian abbassò la maniglia ed entrò. «Carino il cappello.» Indicò la mia testa con le dita. «Mi piace quella piccola specie di... fiorellino.» Risi dei gesti bizzarri delle sue mani. Vederlo in piedi sulla soglia mi risollevò il morale. «Puoi lasciare la stanza?» chiese. Lo scrutai, notando il borsone nero che nascondeva dietro la schiena. Lo guardai di traverso. «Sì. Ma l’asta della flebo viene con noi.» «Eh, suppongo di sì, se deve.» Damian mi tese la mano. La presi con riluttanza e lui mi aiutò a rimettermi in piedi, prima di lasciarla. «Dove stiamo andando?» Aprì la porta. «In una delle stanze vuote.» Lo osservai per qualche istante, mordendomi l’interno della guancia. Aveva un sorriso strambo e gli occhi danzavano, mentre mi fissava. Si allungò, prendendomi di nuovo per mano e tirandomi in avanti. «Ehi, andiamo.» Una comitiva dall’aspetto un po’ bizzarro s’incamminò lungo il corridoio: Damian trascinava me e io trascinavo l’asta della flebo. Non stavo pensando a dove fossimo diretti o al borsone sulla sua spalla. Mi godetti soltanto la sensazione della mia mano nella sua. Mai, prima di allora, un ragazzo, che non fosse imparentato con me o non mi curasse, mi aveva presa per mano. Damian non aveva esitato, non aveva pensato che potessi essere contagiosa, si era allungato, l’aveva afferrata e non l’aveva lasciata andare. Di fronte alla sala infermieri, aumentammo l’andatura. Percepii tre paia d’occhi seguirci, inclusi quelli di Leslie. Damian non sembrò accorgersene. Svoltammo nel corridoio successivo ed entrammo nella seconda stanza sulla destra. Lui lasciò andare la mia mano, per chiudere la porta dietro di noi, e mi accorsi che rivolevo subito indietro il calore del suo tocco. «Cosa stiamo facendo?» gli chiesi. Mi prese di nuovo per mano. Oh, perfetto! «Qui dentro» disse, mentre mi conduceva nel bagno e chiudeva a chiave la porta. «Siediti.» «Sul gabinetto?» Guardai verso il basso. «Non c’è una sedia.» «Quello o il pavimento.» Damian appoggiò il borsone sul bancone e lo aprì. «Hai intenzione di dirmi perché ci hai rinchiusi in bagno?» Fece un ampio sorriso, voltandosi verso di me. «I tuoi capelli.» Mi mossi a disagio. «I miei capelli? Cosa vuoi dire?» Mi tornò in mente la cena di lunedì: io che fissavo le ciocche aggrovigliate tra le mie dita e gli occhi compassionevoli di Damian su di me. I sentimenti che avevo cominciato a provare per lui resero il momento ancora più imbarazzante. Adesso i miei capelli erano la ragione per cui eravamo chiusi in un bagno insieme. Magnifico! «Ho visto come li guardavi, l’altra sera. Deve essere fastidioso perderli a poco a poco in quel modo.» I suoi occhi erano dolci. Tirò fuori dal borsone un paio di forbici e un rasoio elettrico. «Ho pensato che potrebbe essere più facile se te ne sbarazzi in un colpo solo. E poi niente più preoccupazioni.» Per qualche secondo non riuscii ad aprire bocca, mentre metabolizzavo le sue parole. Aveva pensato a me. Aveva escogitato un piano. Wow... Si avvicinò di un passo. Percepii il suo respiro sulla fronte. Odorava di fumo di sigaretta e di gomma da masticare alla menta. «Cosa ne dici?» sussurrò. Sbirciai nei suoi bellissimi occhi. Non riuscivo a formare una frase per dirgli quanto pensavo lui fosse meraviglioso. Quanto apprezzavo che pensasse a me in questo modo. Amavo la sua idea. Annuii. Damian sorrise, si allungò e mi sfilò il cappello nero, lavorato a maglia, dalla testa. Dopo aver fatto scorrere un paio di volte le dita fra i miei capelli, mi asciugò una lacrima dalla guancia. Dei brividi mi scivolarono lungo la schiena e tremai al suo tocco. Mi fece cenno di sedermi. Spostai l’asta della flebo dietro al gabinetto e mi accomodai, rivolta verso la vasca da bagno. Lo sentii pettinare le ciocche ramate. Mi tagliò i capelli e li fece cadere sul pavimento. Poi ne prese una manciata e me la porse. «Ecco, ne vuoi tenere un po’?» Li presi, toccando le sue dita di proposito. «Grazie.» Sentii il rasoio prendere vita e il metallo scivolare sulla mia testa. Chiusi gli occhi e ascoltai quel ronzio, mentre Damian mi rasava ogni singolo capello. Dopo qualche passata, fece scorrere la mano sulla mia pelle nuda. Ripeté quel gesto finché tutti i miei capelli non si furono posati a terra. Mi girai per osservarmi allo specchio. Damian stava rimettendo il rasoio nella borsa. Passai la mano sulla testa. L’immagine riflessa mi sembrava normale. Vidi Damian mettersi una noce di crema bianca in una mano, e poi cominciare a sfregarla insieme all’altra. Sogghignò. «Non sapevo se portare la crema o il dopobarba.» Risi, grata che avesse scelto la crema, e mi chiesi se avesse davvero preso in considerazione il dopobarba. Le sue mani si mossero con grazia. All’inizio rabbrividii per il freddo, ma presto il tocco dei suoi palmi caldi mi fece rilassare e chiusi gli occhi per godermi la sensazione. Mi massaggiò per qualche minuto; le sue dita si spostarono dietro le mie orecchie, le spalle e lungo le braccia. Poi, premette le labbra sulla mia testa. Deglutii. Un’ondata di emozioni mi travolse. Appoggiai le mani sulle ginocchia e le sue vi si posarono sopra. Non sapevo se muoverle o no. Dovevo girare i palmi verso l’alto e prenderle fra le mie? Quando aprii gli occhi, si era inginocchiato di fronte a me e mi fissava. «Sei bellissima.» Cercai il suo sguardo. Se non fosse stato per le farfalle che volavano nel mio stomaco, e mi dicevano il contrario, mi sarei chiesta se non fosse un idiota. Si allungò ad accarezzarmi un lato del viso, poi, tirandomi con dolcezza la mano, mi fece scendere. Scivolai giù dal trono di porcellana, non proprio romantico, e mi inginocchiai sul pavimento. Damian posò entrambe le mani sul mio viso, i suoi occhi fissi nei miei. Si sporse, avvicinandosi. Avevo le labbra secche? Avrebbero dovuto esserlo? E se ci avessi passato sopra la lingua? Non mi lavavo i denti dalla mattina e... Prima che avessi il tempo di finire quel pensiero, le labbra di Damian si posarono sulle mie. Chiusi gli occhi, perché era quello che succedeva in televisione, e rilassai le spalle. Nuovi interrogativi mi attraversarono la mente, quelli vecchi li avevo dimenticati: avrei dovuto respirare o trattenere il respiro? Cosa avrei dovuto fare con le mani? Le labbra dovevano rimanere chiuse o aprirsi? Per favore, ti prego, non vomitare! Tenni le mani sulle ginocchia per un momento, ma quando la sua bocca si schiuse per succhiarmi il labbro inferiore, le mie braccia si avvolsero da sole attorno al suo collo. Rispose posando le mani sulle mie spalle e facendole scivolare lungo le mie braccia. Le sue labbra si muovevano con tenerezza sulle mie; poi mi abbracciò. Quando il bacio terminò, lo fissai. Piccoli brividi correvano lungo la mia spina dorsale e tutto il mio corpo fremeva. Damian sorrise. Mi baciò la punta del naso e spostò le dita lungo il mio collo. Di fronte all’espressione del suo viso, la mia insicurezza si dissipò. «Kate, ho visto il modo in cui ti guardava.» Adesso riuscivo a vederlo anche io: era lo scintillio nei suoi occhi; il modo in cui l’angolo della bocca si curvava in un sorriso malizioso. Si sporse e mi baciò sul collo, dove prima erano state le sue dita. «Hai un buon sapore» mi sussurrò all’orecchio. Forse era colpa della chemio che danzava nel mio flusso sanguigno, perché a un tratto mi sentii la testa leggera. D’altro canto, in genere, la chemio non mi faceva sentire bene. Damian mi baciò di nuovo sul collo e, per la prima volta, sentii delle piccole punture di spillo ricoprirmi il corpo. Avevo il desiderio ardente di baciarlo ancora, volevo che mi avvolgesse tra le braccia, mi attirasse contro di sé e mi tenesse lì, per sempre. «Damian non è forte come te, Kate. Se s’innamora di te, e a te succede qualcosa... Se muori, questo lo ucciderà.» Ignoravo cosa provasse lui. E, che fosse o meno una buona idea, non aveva importanza, perché, nel momento stesso in cui aveva tirato fuori le forbici e mi aveva guardato negli occhi, avevo saputo che avrei corso il rischio di innamorarmi di Damian Lowell.
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