IL VIANDANTE

1958 Words
IL VIANDANTE 1987 Remo e Giovanni decisero di andare a passare la notte di ferragosto all’oratorio di Asserano Bivio, anche se sapevano già che non si sarebbero fermati a lungo. Don Bonino aveva organizzato una festa serale per i giovani dei paesini delle colline che non avevano la fortuna di essere andati al mare o in altre località vacanziere, pensava che sarebbe stato meglio tenerli riuniti (e, almeno in parte, sotto controllo) all’oratorio piuttosto che saperli in giro a fare stupidaggini adolescenziali. L’idea aveva riscosso più successo del previsto. Erano stati organizzati dei tornei serali di calcio e pallavolo, per i meno sportivi ping pong e calcio balilla, per i nullo sportivi erano disponibili giochi da tavolo o l’angolo dei canterini con tanto di chitarrista pronto a eseguire tutti i pezzi del canzoniere. Anche il bar era aperto per dispensare bibite e stuzzichini a prezzo dimezzato rispetto al solito. Il tutto sarebbe iniziato alle 18 e si sarebbe protratto, per chi voleva, fino alle 24 con il falò come gran finale. I genitori che avessero voluto rimanere ad assistere sarebbero stati i benvenuti e alcuni, in effetti, rimasero. Dopo esser stati entrambi espulsi dal torneo di calcio per gioco scorretto e violento, Remo e Giovanni decisero di andarsene. Presero i motorini e si immisero sulla provinciale verso Asti, dopo circa un chilometro deviarono su un tratto di strada asfaltata in disuso, ormai tutta crepata e piena di erbe selvatiche, quella che un tempo era la provinciale stessa prima che le dessero un tracciato nuovo e più rettilineo, poche centinaia di metri che sembravano appartenere a un’epoca lontana. Lungo questo tratto di strada c’era un distributore di carburante, anch’esso fatiscente e abbandonato. Era caduto in disuso ancora prima che la strada fosse deviata e il suo gestore, Pino Bertero, era caduto in disuso anche lui da quando, stanco di fare il pieno agli automobilisti, aveva iniziato a fare il pieno a se stesso, di alcool. Tutto era rimasto com’era, nessuno aveva provveduto a smantellare la struttura, i costi sarebbero stati troppo elevati. Rimanevano le tre pompe, benzina, gasolio e miscela, sopra di esse rimaneva la copertura di protezione antipioggia o adombrante a seconda delle giornate, rimaneva il gabbiotto che fungeva da ufficio e ricovero per il gestore e, sul retro, il piazzale si estendeva ospitando un piccolo capannone per uso officina. Aveva conosciuto un periodo molto florido, era l’unico benzinaio dei dintorni a cui si rivolgeva un’utenza frazionata ma numerosa, in un paio d’anni era stata tirata su la struttura che fungeva da officina meccanica e da gommista e anche questa aveva riscosso un buon successo commerciale e aveva dato da lavorare a diverse persone. Poi Bertero iniziò ad aprire sempre più in ritardo e chiudere sempre più in anticipo, a mettere il gasolio al posto della benzina e viceversa, a chiedere trentamila lire quando aveva dispensato carburante per diecimila oppure a non chiederne per nulla, a trattar sempre peggio i suoi dipendenti fino a licenziarli o a far sì che si licenziassero da soli. Quando non ebbe più soldi per pagare gli approvvigionamenti di carburante fu chiaro anche a lui di esser giunto al capolinea. Elargì carburante ancora per qualche tempo, poi lasciò che tutto andasse in malora senza curarsene più. L’insegna blu e arancione della IP si spense definitivamente nell’aprile del 1983 quando gli tagliarono la fornitura di energia elettrica per morosità. Poi si sparse la voce che la Provincia avrebbe apportato delle modifiche al percorso stradale e a nessuno venne in mente di rilevare la struttura, pur potendolo fare a prezzi bassissimi. Nel giro di un anno iniziarono i lavori e in sei mesi la strada fu deviata di qualche centinaio di metri. Il distributore rimase tagliato fuori dalla viabilità e divenne meta di vandali locali e coppiette in cerca di intimità. Bertero viveva da solo in affitto in un piccolo appartamento di Asserano Bivio, ma gli diedero lo sfratto. Per un po’ di tempo si trasferì a vivere nell’officina, poi non riuscì più a sopportare l’odore stantio di olio, motori, carburanti, polvere, ricordi e si trasferì in una baracca nel bosco; a volte si recava dietro la chiesa dove il prete e alcuni compaesani gli portavano di che sopravvivere, cibo, coperte vecchie, vestiti usati, qualche soldo, lui ringraziava e appena riusciva a mettere da parte un po’ di spiccioli, per non mostrarsi ai compaesani, camminava lungo la provinciale fino a Gallareto dove li investiva in liquori scadenti ed economici. Remo e Giovanni si infilarono con i loro mezzi dentro la vecchia officina il cui cancello era stato forzato già da tempo da alcuni balordi che, in più riprese, avevano portato via tutto quel che poteva avere un valore economico, si vociferava che fossero furti su commissione ordinati da altri meccanici e gommisti di zona. Aprirono gli zaini che avevano lasciato lì nel pomeriggio prima di andare all’oratorio e ne tirarono fuori una quindicina di bottiglie di birra. Ne scolarono cinque a testa fino a sentirsi sufficientemente ubriachi, uscirono a pisciare vicino alle pompe di benzina commentando che avrebbero avuto davvero bisogno di una pompa, di quelle che si fanno con le labbra, di come se la sarebbero goduta con le ragazzine dell’oratorio e di come avrebbero volentieri preso a bastonate il prete che non mancava occasione di rimproverarli, loro in fondo volevano solo divertirsi e se ogni tanto facevano piangere qualcuno era solo perché un tempo loro avevano subito le stesse cose e le tradizioni andavano mantenute. Remo prese Giovanni per un braccio e lo riportò nel capannone dicendo di avere una sorpresa. Prese una cartina, un po’ di tabacco e un pezzo di un qualcosa che a Giovanni sembrò fango, lo scaldò e lo sbriciolò nel tabacco e rollò tutto dentro la cartina. Accese e fece un tiro con aria soddisfatta, la passò all’amico che fece altrettanto. Viene dall’Albania, gli disse, costa un po’ ma ne vale la pena. Finita la canna si scolarono le birre restanti, erano fuori come due lampioni, si sdraiarono a terra sul selciato sporco di residui lubrificanti e iniziarono a ridere senza motivo. Continuarono per una buona mezz’ora finché sentirono da fuori una voce cantare sguaiatamente. Speriamo che sia una bella femmina, si dissero mentre si alzavano faticosamente. Barcollando raggiunsero il portone e sbirciarono fuori, la voce proveniva da un vecchio ubriaco che passeggiava sul piazzale del distributore, teneva in mano una bottiglia e si trascinava senza una direzione biascicando versi di canzoni che conosceva solo lui. Remo vide appeso al muro un lungo tubo di gomma verde, di quelli che si usano solitamente per irrigare i giardini, lo prese e disse a Giovanni che con quello avrebbero potuto legare l’ubriaco, così per divertirsi un po’. Uscirono barcollanti e gli andarono incontro. “Chi siete? Cosa fate nella mia proprietà? Se volete la benzina vi costa cinquemila al litro, abbiamo roba d’annata qui ragazzi, roba preziosa, sapete? Ma se volete mi pagate in whiskey e va bene lo stesso, anzi va meglio” disse ridendo. Era il signor Bertero, di tanto in tanto passeggiava fino al suo vecchio distributore, gli dava un’occhiata rabbiosa, sputava per terra e pisciava contro il gabbiotto. Mentre parlava ai due ragazzi si stava abbassando i calzoni per compiere il suo rito. “Ehi, vecchio ubriaco, tieni il tuo uccello nei pantaloni altrimenti ci prendiamo male che ci vuoi inculare” gli disse Remo senza ridere. “Tu non puoi darmi ordini a casa mia, sbarbatello. Cosa c’è, credi che vi piacerebbe? O me lo volete succhiare?” gli disse girandosi verso di loro e mostrandogli l’attrezzo che aveva tra le gambe. “Ma che schifo!” gridò Giovanni e si chinò a vomitare la troppa birra trangugiata. “Vedi di pisciare in un’altra direzione, vecchio” disse Remo. “Ehi Giovà, appena ha finito che si ritira su i calzoni gli facciamo passare la voglia di fare il fenomeno” disse poi a bassa voce. “Sì sì, dai dai” rispose eccitato l’amico. Si avvicinarono all’uomo che non era poi così vecchio, ma l’abuso di alcool l’aveva deturpato rubandogli decine di anni di vita non solo a livello epatico ma anche di aspetto esteriore. “Sei un vecchio di merda che vuol farsi i ragazzini?” gli chiese con fare arrogante Remo. Bertero cambiò espressione temendo di trovarsi in una situazione poco piacevole e ne ebbe la conferma quando il pugno del ragazzo lo colse sul sopracciglio sinistro facendolo cadere all’indietro. “Fermi! Fermi!” gridò da terra. “Cosa volete da me? Cosa vi ho fatto?” “Esisti” rispose Giovanni sferrandogli un calcio nello stomaco. “Sei un rifiuto della società, ecco cosa sei!” L’uomo rimase senza fiato e cominciò a tossire e ad annaspare, un altro calcio lo raggiunse sul volto facendolo rotolare sul porfido vicino alle pompe. Il naso, la bocca e il sopracciglio sanguinavano, sentiva sulla lingua il sapore metallico del sangue e la sensazione dura di qualche frammento di denti. “Basta! Maledetti! Basta! Andatevene, lasciatemi stare!” “Basta lo decidiamo noi!” gli gridò Remo sputandogli in faccia. Poi gli assestò un calcio fra i testicoli facendolo piegare su se stesso. Mentre giaceva inerme e una bava sanguinolenta gli usciva dalla bocca, Giovanni si abbassò i pantaloni e le mutande e gli orinò sopra. Ne aveva molta, riuscì a coprirne tutta la lunghezza del corpo. Remo iniziò a ridere di gusto trovando geniale e irresistibile la trovata dell’amico e lo imitò. “Ti piacciono ancora i ragazzini?” gli chiese Giovanni passandogli dietro e piantandogli una forte pedata sulle reni e poi un’altra e poi un’altra ancora. Presero il tubo di gomma e glielo strinsero attorno alle caviglie. “E mò?” chiese Giovanni. “E mò vedi! Tu rimani qui di guardia” rispose Remo con uno strano luccichio negli occhi. Sparì e tornò in sella al motorino. “Ma cosa?” iniziò a domandare Giovanni, poi capì. Legarono l’altra estremità del tubo al telaio del Sì, poi Remo accelerò a fondo gridando RODEO! All’inizio fece fatica, ma un po’ alla volta il corpo del signor Bertero fu trascinato sul piazzale acquistando velocità, fece due giri completi intorno alle pompe e all’officina, poi scese e fece provare il gioco all’amico che di giri ne fece tre. Bertero si lamentava flebilmente, ormai allo stremo, era un’abrasione unica, i vestiti a brandelli, le mani scorticate, il volto una maschera di sangue. Slegarono il tubo dal motorino e se ne andarono, raggiunsero ognuno la propria dimora e dormirono un sonno tranquillo come se nulla fosse successo. Dopo più di un’ora Bertero riuscì ad alzarsi, era quasi mezzanotte. Pur massacrandolo non gli avevano procurato nessuna frattura ossea rilevante, salvo forse a qualche costola. Si mise in cammino sorretto dall’adrenalina e dalla quasi certezza di morire, anche se le sue condizioni generali di salute suggerivano che non mancasse poi molto all’appuntamento con San Pietro, l’istinto di autoconservazione era tuttavia molto forte e, nemmeno lui seppe come, raggiunse l’oratorio attirato dalle fiamme del falò e dalle voci festose dei ragazzi. Quando si avvicinò alle fiamme e la luce del fuoco lo rese visibile a tutti, alcuni iniziarono a gridare e a scappare, altri rimasero immobili con espressione stolida a bocca spalancata o portandosi le mani al volto, altri ancora, prete in testa, gli si fecero incontro per aiutarlo. Cadde svenuto. Si risvegliò solo il giorno dopo all’ospedale e qui sarebbe rimasto in riabilitazione per quasi un mese se non fosse scappato prima in preda alle convulsioni e ai tremori per l’astinenza da etanolo. Durante la breve degenza ricevette la visita del parroco e dei carabinieri, entrambi gli chiesero cosa fosse successo e soprattutto chi fosse stato a ridurlo in quel modo. Disse che non ricordava, che era troppo ubriaco, che era buio e non aveva visto in faccia i suoi aggressori che per quanto ne sapeva potevano essere anche quattro o cinque, o magari erano stati dei cinghiali oppure un’auto che lo aveva investito. Non sapeva chi fossero, su questo era sincero, ma anche se l’avesse saputo probabilmente non l’avrebbe detto, tanto nessun giudice avrebbe mai dato ragione a un barbone ubriaco e nullafacente, uno scansafatiche, un reietto, nessun giudice avrebbe rovinato la vita di due ragazzi poco più che adolescenti, per quanto criminali, per aver alzato le mani su un rifiuto della società. L’unica conseguenza sarebbe stata istigare i due ragazzi o i loro amici e parenti alla vendetta, pertanto meglio rimettere insieme le ossa e dimenticare e continuare a sopravvivere fino alla prossima bottiglia.
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