BUIO

2858 Words
BUIO 1987 Rolando, a differenza della sua tenebrosa amica Elisa, non amava per nulla novembre. Era il mese del reale passaggio all’inverno, il mese in cui gli alberi si spogliavano per rivestirsi solo molti mesi dopo, il mese in cui il sole tramontava presto, il mese della nebbia e dell’umidità, non sarà stato certo un caso che il giorno dei morti fosse stato messo in questo mese. Sembrava che la natura in quel mese decidesse di mandare tutto in malora e di infischiarsene dei viventi, anzi sembrava quasi volesse deprimerli e annichilirli. Ma nell’87 novembre decise di mostrare il suo lato più tenero e comprensivo e gli fece un regalo inatteso. Pioveva a dirotto, le gocce producevano il loro suono ipnotico e soporifero battendo la loro incessante e ritmica melodia contro tegole, foglie, pietre, lamiere. Rolando era semiseduto sul suo letto appoggiato al cuscino messo in verticale e aveva appena finito di leggere un capitolo de La storia Infinita nel punto in cui Atreyu, alla ricerca di Morla, aveva perso il fido Artax nella palude della tristezza. Tra sé e sé meditò che un passaggio simile non poteva che essere letto in novembre, per l’appunto. Era una congiura, ne era convinto. Allungò la mano verso l’interruttore della luce quando sentì grattare alla finestra. Aveva appoggiato le imposte senza bloccarle e una delle due adesso era leggermente scostata. Guardò fuori senza veder nulla se non le stesse imposte e l’oscurità che passava tra di esse. Tese l’orecchio, sempre tenendo lo sguardo fisso alla finestra e nel frattempo tastò intorno agguantando un oggetto a caso da usare come arma di fortuna, ritrovandosi tra le dita una navicella metallica di Star Trek. Di nuovo il rumore raspante. La finestra, più precisamente la porta-finestra che dava su un piccolo balconcino, era in legno dipinto di bianco con la parte bassa pannellata, i vetri iniziavano più in alto, da qui dedusse che doveva trattarsi di qualcosa di piccolo o comunque di basso, visto che non riusciva a scorgerlo. D’un tratto un paio di zampette pelose con i polpastrelli rosei si poggiarono sul vetro facendogli fare un balzo all’indietro, poi tra le zampe emerse la testa di un gatto bianco tutto bagnato dalla pioggia. Andò subito ad aprire e il gatto entrò senza attendere l’invito, si diede uno scossone facendo zampillare gocce d’acqua tutto intorno. E tu chi saresti? Chiese Rolando al suo ospite, che però non rispose. Stai qui un attimo. Chiuse la finestra e uscì dalla stanza chiudendo dentro il gatto, non voleva certo che si mettesse ad andare in giro per la casa, se sua madre l’avesse visto l’avrebbe subito ributtato fuori. Tornò pochi attimi dopo con un asciugamano e lo passò sul felino che non disdegnò l’iniziativa, anzi ne sembrò compiaciuto. Aveva gli occhi chiari, quasi trasparenti ed era bianco come la neve, anche se in quel momento era ancora un po’ bagnato e sembrava neve sporca. Pensò di dargli del latte, ma era troppo rischioso, sua madre avrebbe potuto sentirlo, così ritenne che per quella sera aveva già fatto abbastanza per lui salvandolo dall’acqua e dal freddo. Prese il grosso gatto e lo mise sul letto. Il micione saggiò la consistenza del piumino mimando un massaggio con le zampe anteriori e, trovandolo di suo gradimento, si acciambellò e iniziò a far le fusa. Rolando spense la luce e in breve si addormentarono entrambi. Buio. Ti chiamerò Buio, disse al gatto prima che Morfeo lo rapisse, un po’ perché era giunto con le tenebre e un po’ per contrasto col candore del suo pelo. Ci vollero pochi giorni a sua madre per indovinare la presenza di un felino tra le mura domestiche, non fosse altro che per i peli bianchi che trovava quasi ogni mattina sul letto del figlio, ma fece finta di non accorgersene, non intendeva certo privare il ragazzino di un affetto che avrebbe potuto in qualche misura giovargli, aveva già dovuto salutare suo malgrado il padre, la nonna materna e il cane, togliergli anche il gatto lo avrebbe ulteriormente ferito, senza motivazione alcuna. Era un ragazzino sveglio e intelligente, ma inquieto e ribelle e troppo incline all’uso dei fiammiferi e degli accendini, c’era sempre il timore di tornare a casa e trovare, al posto delle mura, un mucchietto di cenere. E con gli animali dimostrava di avere un canale di comunicazione preferenziale, in qualche modo c’era sempre qualche quadrupede che lo avvicinava, era come se un sesto senso li inducesse a cercarsi reciprocamente, anche in giro per il paese o, talvolta, ad Asti non era insolito che un gatto gli comparisse tra le gambe o un cane al guinzaglio strattonasse il padrone per andare a prendersi una carezza dal ragazzino. La cosa strideva con l’attrazione che il fuoco esercitava su di lui, era più che noto fin dall’antichità che in genere gli animali hanno paura delle fiamme, ma evidentemente lui non rappresentava le fiamme, ne era solo attratto a livello istintivo. Le poche volte che la madre aveva cercato di domandargli perché tendesse a dar fuoco a tutto lui le aveva risposto in modo vago, adducendo a un senso di quasi necessità, dicendole che il fuoco era una forma di vita affascinante, di energia, di calore, di forza. Non sapeva come esprimersi, ma se avesse potuto le avrebbe detto che ognuno di noi ha un proprio lato oscuro incline alla distruzione, anche se stenta ad ammetterlo, anche se a volte nemmeno se ne rende conto e il fuoco è un tramite eccezionale per dar sfogo a questi istinti, ti permette di assistere a distanza alla disgregazione della materia, senza dover faticare e senza rischiare di ferirti, semplicemente basta innescare la fiamma e poi ci pensa lei, certo occorre arginarla e tenerla a debita distanza o ti si ritorce contro, ma l’illusione di poter controllare una forma di così vitale e famelica energia è più forte del senso di rischio che da essa scaturisce. Si sedeva incantato a guardare le fiamme divorare e modificare le forme e i colori della materia su cui si accanivano e sognava di essere lui a poter fare ciò che vedeva, di poter irradiare dalle proprie mani o dal proprio sguardo delle lingue di fiamme danzanti che avrebbero mangiato e incenerito i suoi nemici o i suoi ostacoli, ma non possedendo lui questi poteri si era piegato alla necessità e alla semplicità di un accendino e un po’ di liquido infiammabile e il risultato era più o meno lo stesso. Già da bambino perdeva la cognizione del tempo davanti alla stufa a legna della nonna quando, non visto da adulti, apriva di nascosto lo sportello per osservare l’incessante danza delle fiamme, la loro capacità di avvolgersi intorno ai ceppi e di rivestirli col proprio abbraccio letale, accarezzarli, scivolare su di loro con fedifraga sensualità, consumarne rapide gli strati esterni della corteccia, deformarli, mutarne il colore, farli crepitare e sibilare, tramutarli in fumo, calore, brace, cenere, alimentarsi della loro residua vita vegetale per cambiarla in fiamma luce calore movimento imprevedibilità pericolo energia piacere magia. Percepiva il calore irradiarsi sulla pelle del suo viso, la propria cute ardere fino alla soglia del dolore, gli occhi lacrimare per difendersi dalla temperatura eccessiva, i capelli fluttuare sospinti dal calore, ma non trovava la volontà di allontanarsi o di richiudere lo sportello, anzi gli veniva voglia di entrarci dentro, insieme ai ceppi devastati dalle fiamme, voglia di diventare fiamma lui stesso. Finché una mano più assennata della sua richiudeva la stufa riconducendolo alla più fredda e umana realtà. Non sarebbe stato certo un gatto a tenerlo lontano dalle fiamme o a donargli un equilibrio mentale, ma di certo non poteva fargli male e se non altro, in presenza degli animali, Rolando aveva sempre evitato di accendere fuochi, per rispetto verso la loro atavica paura. Il balconcino della camera di Rolando, al primo piano, era raggiungibile da Buio arrampicandosi sull’edera che cresceva rigogliosa dal basso e si arrampicava sul muro coprendo una parte di facciata della casa. Col tempo il gatto si fece benvolere anche dalla madre e da Rebecca e si guadagnò il diritto di passare dalla porta principale, ma quando la trovava chiusa, specie nottetempo, l’edera tornava a essere sua fida alleata. Era senz’altro un micio particolare, quando si usciva di casa a piedi seguiva passo passo i suoi compagni umani per poi sparire a tratti e ricomparire all’improvviso saltando giù da un muretto o da un albero, a volte sembrava mettersi lì ad ascoltare i dialoghi dei suoi famigliari; altre volte li fissava con uno sguardo profondo come se cercasse di dirgli qualcosa, miagolava pochissimo e si assentava da casa anche per intere settimane, soprattutto nei periodi dei calori delle gatte, ma non solo. Va a gattane, aveva detto Davide una volta facendo ridere di gusto Rolando. Era più che plausibile, tuttavia Rolando in più di un’occasione lo aveva visto dirigersi spedito verso la collina di Corveglia e sparire tra le fronde che facevano da baluardo al borgo abbandonato, e la cosa lo lasciava ogni volta un po’ perplesso, a meno che, pensava tra sé, il borgo non fosse diventato un rifugio dove i gatti avevano potuto creare indisturbati una loro colonia. Tuttavia di tanto in tanto lui si arrampicava sulla sophora col binocolo a tracolla per indagare i boschi e i colli intorno e per quanto riuscisse a vedere nel borgo sembrava che non ci fosse alcuna forma di vita, tolto qualche volatile di passaggio o nidificante sui tetti lasciati a se stessi, ma di villaggio a democrazia felina non pareva esserci traccia. Era un pomeriggio agli inizi di febbraio dell’88, aveva smesso di nevicare da poco, quando Buio si produsse in un gesto quanto meno insolito che Rolando interpretò come prodigioso. Il ragazzino era sceso in cucina a sgranocchiare una merendina e guardare dei cartoni alla tele, sua sorella era in stanza a studiare e sua madre al lavoro. Buio comparve alla porta-finestra e si mise a raspare contro il vetro finché gli fu aperto. Appena entrato in casa aprì, come aveva imparato a fare da solo infilando le unghie nella fessura, l’antina dell’armadietto dove tenevano i pacchi delle sue crocchette e con le zampe tirò giù la scatola facendone uscire un po’ del contenuto. Fin qui nulla di insolito, lo faceva già da tempo. Infilò la zampa nel pertugio del cartone e iniziò a estrarre altre crocchette creandone un bel mucchietto e compattandole tra di loro. Poi si mise a fissare Rolando e iniziò a miagolare. Beh, cosa c’è, non sono di tuo gusto? gli chiese l’umano. Il gatto lo fissò. Ne vuoi di più? Miagolò. Rolando prese la scatola e ne versò ancora. Il gatto rimase a fissarlo. Ancora? Buio, inizia a mangiare quelle che poi scoppi. Il gatto non si mosse, iniziò ad agitare la coda nervoso. Rolando soppesò la scatola, non ce n’era poi ancora molto, versò tutto. Il gatto diede uno sguardo alle crocchette, poi entrò nel mobiletto e fece cadere fuori un’altra scatola, guardò il ragazzo e miagolò. Ma sei impazzito? Gli chiese. Ma vuoi mangiartele tutte tu? Il gatto lo guardò, ne prese una in bocca e si diresse verso la finestra grattando per uscire. Il ragazzo, tra lo stupito e il divertito, aprì. Il gatto uscì, fece due passi nella neve e si voltò a guardare il ragazzo rimasto sulla soglia. Sempre reggendo il cibo in bocca emise un miagolio strozzato. Rolando finalmente capì che il gatto voleva essere seguito. Salì a mettersi la giacca e le scarpe e diede una voce alla sorella che sarebbe uscito un attimo. Appena uscito Buio lasciò cadere il cibo sulla neve e tornò verso la porta miagolando quasi arrabbiato. E adesso cosa c’è, gatto? Gli domandò Rolando che iniziava a sentirsi esasperato. Aprì di nuovo la porta e il gatto si avvicinò al mucchio di crocchette lasciate per terra, guardò il ragazzo e intanto le toccò con la zampa. Devo prenderle? Il gatto lo guardò con un’espressione che sembrava dirgli finalmente ci sei arrivato. Prese un sacchetto e le mise dentro, poi il gatto si avvicinò alla scatola nuova che aveva fatto cadere dal mobile poco prima e Rolando prese anche quella. Infine il gatto si mise a fissare il mobiletto e a miagolare, non ha mai miagolato tanto in vita sua pensò il suo padroncino. Nella piccola dispensa c’era ancora una scatola nuova di crocchette, ma Rolando si rifiutò di prenderla, già si sentiva mezzo scemo a dar retta a un gatto, non voleva esagerare, poi il suo sguardo venne attratto da una busta di cartone, era piena di pane secco che sua madre a volte usava per fare il pan pesto e lui a volte prendeva per farne briciole per gli uccellini in inverno. Gatto, anche se a te il pane non piace io lo prendo lo stesso, qualcosa mi dice che potrà tornarci utile, tanto non è per te questa roba, vero? Mentre iniziava a ridere di se stesso e dei discorsi che stava intavolando col felino, il gatto fece ancora un miagolio e di nuovo si diresse verso la porta-finestra. Iniziò a camminare nella neve caduta nella mattinata, fortunatamente non ce n’era molta e riuscì a procedere abbastanza agevolmente. Rolando si chiedeva che effetto avrebbe fatto a lui camminare sulla coltre bianca a piedi nudi e provò al contempo stima e pena per il suo amico gatto che però sembrava non risentirne affatto, di tanto in tanto si voltava per vedere se continuasse a seguirlo. Lo condusse, con stupore di Rolando, ad attraversare la strada e a scendere verso il bosco. Ma dove stiamo andando? Sei sicuro? Non è uno scherzo, vero? Non sono io pazzo? Chiedeva un po’ al gatto e un po’ a se stesso. Doveva perfino sforzarsi di non perdere di vista il micio che col suo pelo bianco si mimetizzava perfettamente nella neve. Giunsero in un piccolo spiazzo sotto un gruppo di alberi spogli che avevano in parte fermato la caduta della neve, a terra era bianco ma solo per un paio di centimetri. Buio si mise a miagolare in un modo strano e, pochi secondi dopo, emerse dai tronchi un altro animale, molto più grande di lui e dal pelo grigio. Rolando sentì le gambe cedere per la sorpresa, Gigio gli stava correndo incontro. Si fecero festa a vicenda e alcune lacrime rigarono il volto del ragazzino mentre, in disparte, il gatto li osservava. Poi il cane levò il muso al cielo e iniziò a produrre un verso simile a un ululato e in pochi istanti altri cani, come fossero comparsi dalla terra o come fossero mimetizzati tra i fusti delle piante, comparvero e raggiunsero l’inedito trio di uomo cane gatto. Rolando aveva più volte sentito parlare del branco di cani randagi che vagava per i boschi e le colline d’intorno, ma aveva sempre pensato fossero leggende locali. Il problema era che ne parlavano come di un gruppo di feroci cani organizzati per aggredire e dilaniare le loro vittime, anche umane se capitavano a tiro. Iniziò, per la prima volta in vita sua, a sentirsi un po’ preoccupato di fronte ai cani. Come se gli avessero letto nella mente, uno ad uno si sedettero a debita distanza e si limitarono a osservarlo. D’un tratto capì. Capì perché il gatto lo avesse condotto lì e avesse voluto che portasse del cibo. Non sapeva come fosse possibile, ma era evidente che il gatto si fosse prodigato per assicurare del cibo ai cani, evento che nemmeno nelle favole più ardite si potrebbe supporre come realistico, eppure non vedeva altre possibili interpretazioni. Si voltò a cercare Buio e lo trovò appiccicato a Gigio, entrambi lo guardavano con occhi eloquenti e compiaciuti. Questa poi me la spiegate voi due, eh! Disse rivolgendosi ai suoi amici. Prese tutto il cibo che aveva e lo distribuì per terra cercando di fare in modo che ogni cane ne ricevesse almeno un po’, si rese conto che ce n’era poco e si risolse di tornare a casa a prenderne dell’altro, prima di andarsene rivelò ai cani le sue intenzioni, sicuro che al suo ritorno non avrebbe trovato più nessuno. Invece erano ancora lì, educati come degli scolaretti e speranzosi come dei bambini. Ricevettero altro pane, altre crocchette e qualche biscotto, aveva quasi svuotato la dispensa, sua madre lo avrebbe scuoiato ma in questo momento la cosa non gli interessava affatto. Erano tutti magri come dei chiodi, evidentemente l’inverno era duro anche per loro. Rolando immaginava che uccelli, lepri, cinghiali e magari qualche pecora di tanto in tanto rappresentassero la fonte di cibo principale per quei cani e immaginava anche che nella stagione invernale ci fosse carenza di quelle prede naturali, pertanto se avesse potuto si sarebbe almeno in parte preso cura lui di quei poveri cani che adesso gli sembravano tutto tranne che feroci assassini. Ne contò diciotto. Qualche giorno dopo tornò nello stesso posto con del pane, ma dei cani non vi era traccia. Scoprì che il loro tramite era il gatto, da lì a fine marzo lo avrebbe avvisato altre tre volte e in tutti i casi i cani sarebbero stati lì ad attenderlo. Non sapeva dove andassero dopo essersi nutriti, cosa facessero durante il giorno e dove dormissero di notte, ma sapeva che c’erano e la cosa gli dava un senso di segreta gioia, specie sapere che il suo Gigio era ancora vivo e vegeto, un po’ magro sì ma pur sempre vivo e che si ricordava di lui. Per il momento decise di tenere questo segreto per sé, tanto probabilmente nessuno gli avrebbe creduto.
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