L’OSSARIO E IL PIEDE
1987
Nel giugno dell’87 Elisa ebbe un’idea quanto meno originale.
Disse che gliela avevano suggerita i fuochi fatui. Quando aveva ancora sette o otto anni, in una calda sera d’estate si era ritrovata ad accompagnare Rolando e suo padre fino al cimitero del paese. La casa di Elisa era posta all’estremità orientale di Primiglio, lei era in giardino a giocare quando fuori dal cancello vide passare il suo amico col papà. Lui la salutò e lei gli chiese dove stessero andando. Le rispose che stavano andando al cimitero. Al cimitero? A quest’ora? Ma tra un po’ farà buio, replicò la bimba. Appunto per questo ci stiamo andando adesso, quando fa caldo e diventa buio al cimitero possono capitare delle strane magie, le spiegò Rolando lanciando un’occhiata complice al padre.
Quali magie? Voglio vederle anch’io.
Ma le femmine han paura, cercò di zittirla Rolando che in fin dei conti non la voleva tra i piedi, preferiva restare solo col suo papà speciale.
Certe femmine forse sì, ma non io. Si stizzì lei. Dai, posso venire? Posso?
Solo se i tuoi genitori te lo permettono, le disse il signor Bellini.
Lei corse in casa e dopo un attimo era già di ritorno accompagnata dal padre che si disse dispiaciuto di non poter venire anche lui, ma aveva dei documenti di lavoro urgenti da completare, comunque Elisa poteva andare con loro. Con buona pace di Rolando.
Si diressero lungo la via che scendeva verso valle finché si trovarono di fronte al vecchio cancello arrugginito del piccolo cimitero che si aprì cigolando. Buona parte delle sepolture, da queste parti, avveniva ancora in terra viva, in casse non sigillate, e di recente ce n’era stata una; si trattava di un anziano del paese, pesava quasi un quintale e questo dettaglio prometteva bene per il verificarsi della magia.
Ecco, è qui, disse Riccardo Bellini fermandosi di fronte a un cumulo di terra rialzata. Il sole era già scomparso dietro le colline e il buio stava calando su di loro. Era tutto calmo, tutto silenzioso, si sentivano solo alcuni cani latrare in lontananza e qualche debole eco di una moto che circolava sulle colline intorno. Non c’era un filo d’aria.
Allora? Chiesero quasi all’unisono i due bimbi. Quale magia deve succedere?
La magia del fuoco che non brucia, fu la risposta. Ne sapevano quanto prima.
Fate silenzio, respirate piano e aspettate, gli consigliò. Passarono alcuni minuti senza che nulla mutasse, poi improvvisamente accadde.
La prima ad accorgersene fu Elisa che si lasciò scappare un “oh” sussultando. Poi la vide anche Rolando che sgranò gli occhi incredulo.
Sopra il cumulo di terra si era formata una fiammella azzurra che danzava nell’aria, a tratti spariva, poi tornava a manifestarsi all’improvviso, poi spariva di nuovo.
Ma cos’è, papà? Un fantasma? Chiese Rolando.
Il papà rise e allungò una mano verso la fiamma. No! Si preoccupò il bambino cercando di tirarlo indietro. Non preoccuparti, non brucia, è magico, disse passandoci la mano sopra.
Anche i due bambini ci provarono, divertendosi. Rimasero lì una buona mezz’ora, poi la fiammella sparì del tutto.
I due bambini appresero di aver assistito a un fuoco fatuo che sembrava sì una magia, ma in realtà era solo chimica. I corpi, le masse biologiche in genere, una volta morti si decompongono. Se vengono seppelliti in terra viva i prodotti della loro decomposizione possono diffondersi nella terra stessa e, tra questi prodotti, si formano anche alcuni gas molto leggeri che per loro natura vanno verso l’alto uscendo dalla terra, tra cui il fosforo. Il fosforo a contatto con l’aria prende fuoco spontaneamente, ma data la bassa quantità prodotta da un cadavere umano non produce calore. Più un corpo è grosso e più alta è la temperatura esterna, più è probabile che la magia si verifichi.
I bimbi andarono a letto estasiati da quanto accaduto, soprattutto Elisa, e nei giorni seguenti raccontarono a tutti di aver visto lo spirito infuocato del signor Peretti danzare sulla sua stessa tomba.
A distanza di qualche anno Elisa di tanto in tanto continuò ad andare, a volte anche da sola di nascosto, a vedere se le capitava la fortuna di assistere ad altri fuochi fatui, ne era rimasta irrimediabilmente ammaliata, così come da tutto il mondo dell’aldilà e dalle tenebre in generale.
Quindi nessuno dei suoi amici si stupì quando un giorno di giugno se ne uscì fuori proponendo un modo alternativo di passare la giornata.
“Andiamo a visitare l’ossario e prendiamo qualche teschio” propose.
Nessuno le rispose, attesero che continuasse.
“Al cimitero, so come si apre, è facile ma da sola non ne ho la forza, pesa troppo.”
Ancora nessuno dei tre ragazzini parlò.
“Dai! Poi sai che scherzi possiamo fare con teschi e ossa?”
“In effetti...” le fece eco Rolando.
“Ma si può sapere come ti vengono queste idee?” le domandò Gaui, un po’ inquieto.
“Me le suggeriscono i fuochi fatui” gli rispose fissandolo con gli occhi sbarrati.
Davide deglutì, era chiaramente una bugia, ma gli fece quasi paura, a volte Elisa era proprio un po’ strana.
“Va bene, visto che siete tutti d’accordo, andiamo. Servono una corda e una pila. E un sacco, oppure un cestino” li istruì lei.
“Perché tutte ’ste cose?” chiese Michele.
“La corda perché non so quanto è profondo l’ossario, uno di noi va dentro e magari poi non riesce più a uscire, con la corda lo tiriamo fuori. La pila per far luce, là sotto è sicuramente buio. E il sacco per metterci dentro le ossa. Tutto chiaro?”
Tutto chiarissimo. Si divisero i compiti e si diedero appuntamento al cimitero verso le sette di sera quando, speravano, più nessuno sarebbe andato a trovare il caro estinto.
Remo e Giovanni erano due perditempo, il primo di Primiglio, l’altro di Asserano Alta, che nell’87 avevano 17 anni, erano amici di Samuele, il ragazzo che l’anno prima era rimasto infilzato da un ramo cadendo dalla collina di Corveglia. Durante le vacanze estive di solito passavano le giornate in giro sui loro motorini o andavano fino all’oratorio di Asserano Bivio, a volte si spingevano fino ad Asti, ma quel giorno erano rimasti in paese e videro i quattro ragazzini dirigersi verso il cimitero. Incuriositi, li seguirono di nascosto.
“Allora, andiamo?” spronò tutti Elisa.
Entrarono guardandosi bene intorno per sincerarsi che non ci fosse nessuno. C’era solo un gatto bianco sdraiato immobile sul muretto, ma non ci badarono.
“Che fai Davide, non entri?” gli chiese Elisa vedendo che era rimasto fermo al cancelletto.
Riluttante, il ragazzo si mosse e si unì a loro.
“Venite, venite. Eccolo, è proprio qui.” Elisa indicò a terra una cosa che sembrava un coperchio di pietra, un tombino rotondo senza feritoie. Nel centro c’era un buco e dal buco spuntava una semisfera di metallo brunito, assomigliava alla capocchia di uno spillo gigantesco. Elisa la prese con due dita e la tirò verso l’alto, dopo una ventina di centimetri si fermò di colpo, era il dispositivo per sollevare il coperchio. Provò a tirare ma il coperchio non si mosse.
Michele e Rolando, usando una mano a testa e mettendoci molto impegno, riuscirono a smuovere il coperchio, che però ricadde al suo posto. Diedero un secondo strattone mettendoci molto più impegno e il coperchio venne via, mancò poco che non gli schiacciasse i piedi. Il buco era largo abbastanza per far passare un adulto. Quattro paia di occhi si affacciarono sulla buca indagando il buio sottostante. Elisa accese la torcia elettrica e il fascio di luce illuminò un ammasso di ossa sporche di ogni dimensione e qualche teschio sparso in giro.
“Wow!” esclamò la ragazzina. “Ce n’è da fare una collezione! Chi scende a riempire il sacco?”
Nessuno si offrì. Il salto era alto, non sarebbero riusciti a uscire da soli.
“Allora tireremo a sorte” disse lei.
“No, io non posso” disse Michele. “Peso troppo, poi non riuscite più a tirarmi su. E poi con questa mano...” mostrò la mano destra a cui mancavano mignolo e anulare “...non riesco nemmeno ad aggrapparmi bene alla corda.” Aveva ragione, pesava quasi 70 chili e la sua presa non era salda.
“La pensata è tua, perché non ci vai tu?” chiese Davide a Elisa.
“Che cavaliere valoroso! Hai forse paura?” rispose lei guardandolo fisso e vide nei suoi occhi qualcosa di simile al terrore, pensò che se ne sarebbe chiamato fuori ma lui non lo fece e sostenne il suo sguardo. “Allora tra noi tre. Lo zio Tibia sarebbe fiero di noi!” concluse lei.
Prese un lungo filo d’erba e lo divise in tre parti di differente lunghezza, poi ne appaiò le estremità da un lato e le fece sbucare dalla mano.
“Ne prendiamo una ciascuno, chi prende la più corta scende giù.”
Toccò, naturalmente, a Davide. Sentì un brivido lungo la schiena, ma non era di piacere.
Si avvicinò incerto e contro voglia, gettò prima il sacco, per vedere se una mano scheletrica lo agguantasse, ma il sacco rimase lì dov’era caduto, quindi prese la pila e si calò dentro.
Era umido e freddo, l’odore era quello dei luoghi che stanno troppo tempo chiusi e non vedono mai la luce, odore di terra bagnata e aria malsana, stantio e pungente, c’era una quantità di strani insetti che brulicavano sulle pareti, per terra e sulle ossa. A Davide non piacevano gli insetti, ma ancora meno gli piacevano le orbite vuote dei teschi che sembravano fissarlo e accusarlo di profanare il loro sonno. Poi sentì delle voci concitate provenire da sopra, c’era qualcun altro con i suoi amici e la cosa gli mise una terribile apprensione.
Remo e Giovanni avevano osservato i quattro ragazzini sempre più incuriositi. Erano rimasti nascosti fuori dal cancelletto finché il più esile dei quattro non si calò nell’ossario. Poi entrarono in azione.
“E voi che cavolo state combinando, mocciosi?”
I tre amici, assorti a guardare di sotto, trasalirono.
“Non sapete che è vietato rubare le ossa dei morti? E porta anche sfortuna, i morti poi si vendicano” li indottrinò Remo.
“Sentite, lasciateci in pace, non stiamo facendo nulla di male” si oppose Rolando. “Perché non andate a far qualcosa di più interessante?”
“Ma questo è interessante, è molto interessante. Potremmo raccontare tutto ai vostri genitori, come la prenderebbero? Oppure andare a denunciarvi e farvi passare un sacco di guai.”
“Oppure potete andare a fare in culo!” gli rispose Rolando. Michele levò gli occhi al cielo, capì subito che le cose si sarebbero messe male, quei due non erano esattamente farina da ostia, soprattutto Remo, ed erano più grandi e più forti di loro. Perché il suo amico non sapeva starsene zitto e bravo?
Un manrovescio colpì al volto Rolando che finì a terra. “Tu moccioso devi imparare un po’ di rispetto, sai? Non sei nella condizione di dettare le regole, nessuno di voi lo è.” Gli parlò da vicino, facendogli vedere nei dettagli tutti i suoi foruncoli acneici e facendogli sentire l’olezzo fetido dell’alito di chi non conosce l’uso dello spazzolino e del filo interdentale.
“Adesso facciamo una bella cosa” continuò Remo. “Se volete che stiamo zitti e che ce ne andiamo ci dovete dare dei soldi.”
“Soldi? E chi li ha? Cosa credi che siamo, una banca?” rispose Elisa.
“Andate a casa a prenderli, noi non abbiamo fretta, aspettiamo qui. Uno di voi va e gli altri stanno qui. E non fatevi venire in mente di tornare coi genitori, altrimenti nei prossimi giorni vi troviamo e vi gonfiamo.”
Non li avrebbero chiamati comunque, non volevano certo far sapere ai genitori che andavano a recuperare le ossa dei defunti.
“Allora? Vi muovete o no?” gridò Remo.
Ma nessuno si mosse.
“E va bene! Giovà, chiudi il buco!” Dalla buca salì un lamento straziante.
Giovanni, ben più muscoloso di Remo, prese il coperchio di pietra senza grandi sforzi e lo gettò sul buco, chiudendolo. Poi ci si mise in piedi sopra ostentando un sorriso ebete e soddisfatto. Da sotto il lamento si trasformò in grida disperate. Quando il coperchio di pietra venne gettato nel suo incavo, per il soprassalto a Davide cadde per terra la pila che si spense rotolando via, lasciandolo nel buio più assoluto; sotto di lui le ossa scricchiolavano ed era convinto che a breve qualcosa si sarebbe serrato intorno alla sua caviglia e il suo corpo sarebbe finito divorato dagli insetti e dai topi.
“Siete due merde! Fatelo uscire!” gridò Rolando.
“Cosa c’è, ragnetto, ne vuoi un altro di schiaffone? Va’, corri a casa a prendere i soldi e noi lo liberiamo.”
“Piuttosto dovrai metterci là sotto tutti e quattro” lo sfidò.
“Non c’è problema, brutto scemo, pensi che non ci riusciamo? Come ci fermate? Tu vali poco, lei è una femmina e l’altro con mezza mano cosa può fare?”
“Vado io” si intromise Michele.
“No! non andare! Se vai poi la prossima volta se ne approfittano di nuovo, non capisci?” disse Rolando.