“Senti, io là sotto non ci vado, poi questi ci lasciano lì tutta la notte prima che qualcuno ci trovi, se vuoi vacci tu!” I due grandi si godevano beatamente la scena.
Rolando cercò Elisa con lo sguardo, ma nei suoi occhi lesse la stessa resa consapevole di Michele.
“E allora vai a casa, va’, fai come vuoi” chiuse Rolando. Ma non finisce qui, pensò tra sé.
Michele partì in una corsa goffa, quanto il suo fisico gli consentiva, e tornò dopo una ventina di minuti durante i quali Davide non smise un attimo di urlare piangere implorare e disperarsi regalando momenti di grande godimento ai due aguzzini.
Estorsero ventimila lire al trafelato Michele, gli dissero che erano poche e lo spinsero per terra, ma alla fine se ne andarono.
Quando lo tirarono fuori Davide era una maschera di lacrime e terrore, aveva i pantaloncini bagnati all’altezza dell’inguine, se ne andò via a testa bassa senza proferire una sola parola. Non si sarebbe liberato dagli incubi notturni per molti anni a venire.
Gli altri richiusero la botola, la missione era andata male. Tornarono a casa con la testa china e senza parlarsi.
Per tutta la settimana non si trovarono più a giocare insieme.
Alle 8 di mattina del 12 luglio seguente, mentre ancora dormivano beatamente, Rolando e sua sorella Rebecca furono svegliati dalle grida isteriche della loro vicina di casa che inveiva contro il proprio cane e chiamava aiuto a gran voce. Si vestirono più in fretta che poterono e corsero a vedere di cosa si trattasse. Loro madre era da poco uscita per recarsi all’ufficio postale di Asti dove era direttrice di sede, erano a casa da soli, come sempre accadeva d’estate, specie da quando due anni prima era mancata la nonna materna.
“Cosa succede, Giuliana?” chiese Rebecca con apprensione.
La signora Giuliana era in piedi in mezzo al cortile con una mano tenuta alla bocca e l’altra che indicava qualcosa per terra, qualcosa che in quel momento era nascosto dalla mole del pastore bergamasco che scodinzolava compiaciuto. Quando videro cos’era anche Rebecca iniziò a gridare, poi corse via e andò a vomitare nella prima aiuola disponibile.
“Ma quello è un piede!” esclamò Rolando facendo istintivamente un passo indietro.
“ì” proferì flebilmente la signora Giuliana attraverso la propria mano, la s non si udì.
Il grosso bergamasco era solito uscire autonomamente a farsi dei giri per il paese, lo conoscevano tutti ed era sempre in cerca di carezze e cibo, di tanto in tanto andava per boschi e talvolta riportava a casa pezzi di legno, funghi o piccoli animali morti trovati lì intorno. Ma un piede, per Diana! Dove diamine l’aveva trovato, un piede?
“Forse è meglio chiamare i carabinieri” propose Rebecca da lontano, non aveva la minima intenzione di avvicinarsi un passo di più all’orrido feticcio.
Tre ore dopo arrivò una pattuglia. Nel frattempo si era già sparsa la voce e una processione di paese si era mobilitata per andare a vedere l’arto mutilato che nessuno, a parte il cane, osava toccare. Il cane fu chiuso in casa prima che decidesse di mangiarselo. La notizia finì sulle radio locali e sui giornali di Asti con titoli come “Il piede misterioso”, “Orrore in collina”, “E il resto del cadavere?” “Il cane assassino”, e altre simili amenità.
Rolando corse subito a chiamare Elisa, ma a casa sua non c’era nessuno, era certo che sarebbe rimasta dispiaciutissima per essersi persa l’evento. Andò a chiamare Michele, ma evitarono di dirlo a Davide pensando che dopo le ultime vicissitudini non avrebbe gradito lo spettacolo.
Si organizzarono dei gruppi di ricerca per battere i boschi in cerca del corpo da cui era stato amputato il piede. Venne ritrovato quasi due settimane dopo in avanzato stato di decomposizione, con le larve che brulicavano sulle sue carni marcescenti e con diverse parte mancanti, evidentemente anche altri animali avevano banchettato sul cadavere. Si diceva che nei boschi e nelle colline lì intorno ci fosse un branco di cani randagi molto famelici e aggressivi, anche se nessuno aveva mai potuto provarlo. Ad Asserano Alta, paesino simile a Primiglio per dimensioni e censimento e da questo distante all’incirca 3 chilometri, c’era Villa Celestina, una casa di riposo per anziani che ospitava fino a 50 pazienti, alcuni autosufficienti, altri no. La signora Marcella Biroglio aveva 78 anni ed era affetta da diabete e da Alzheimer in stadio avanzato. Non era nuova a fughe dalla struttura, solitamente camminava lungo la strada asfaltata verso valle per poi tornare indietro quando si sentiva stanca o veniva recuperata da qualche infermiera esasperata, in un’occasione aveva anche cercato di prendere l’autobus che passava di lì un paio di volte al giorno, ma era in pigiama e l’autista l’aveva subito riaccompagnata alla casa di cura; solo che l’ultima volta la sua attenzione era stata catturata da un gatto bianco che prese a seguire dirigendosi su un sentiero sterrato in mezzo alle colline, poi il sentiero si era fatto sempre più stretto fino a scomparire del tutto man mano che si inoltrava nel bosco. Così si era persa tra i querceti e i castagneti del Monferrato e aveva vagato a caso per ore finché era inciampata battendo una tempia sopra una pietra, restando tramortita e rotolando un po’ più in giù finendo in mezzo ai rovi. Non si era più risvegliata ed era morta un giorno dopo. La sua presenza aveva iniziato ad attirare dapprima gli insetti e poi gli animali più grandi, non ultimo il cane della signora Giuliana, che aveva ritenuto opportuno prendersi un souvenir.
In un pomeriggio d’inizio agosto Rolando e Davide decisero di andare a prendere un gelato da Piera; quando furono vicini all’emporio videro parcheggiati nella via laterale i motorini di Remo e Giovanni. Si arrestarono e si guardarono, realizzando al volo che entrambi avevano in mente di non lasciarsi sfuggire l’occasione. Nascosero le bici.
“Cosa facciamo?” chiese Davide.
“Corri, seguimi!” rispose Rolando con sguardo diabolico.
“Cos’hai in mente?”
“Troppo lungo da spiegare, speriamo solo che si trattengano abbastanza.”
“Ma a piedi?”
“Sì, non avrò le mani libere e poi casa mia è qui vicino.”
Arrivarono a casa di Rolando che disse all’amico di aspettarlo, si diresse velocemente verso il portone del garage e dopo un paio di minuti ritornò. Aveva in mano una bottiglia di plastica bianca, c’era scritto Dash ma Davide era certo che lì dentro non ci fosse del detersivo.
“Allora?”
“Vieni Gaui, corri!”
“Me l’hai già detto prima! Cosa vuoi fare?”
“Vedrai, non so se funzionerà, ma se funziona ci vendichiamo entrambi in un colpo solo.”
Tornarono al punto di partenza, i motorini erano ancora lì. Un Ciao Piaggio blu col sellino sfondato era il mezzo del pingue Giovanni, l’altro era un Sì, sempre Piaggio, col sellino più morbido e allungato.
“Adesso Gaui tu devi controllare che non arrivino, se ci beccano ci pestano” così dicendo mise una mano in tasca ed estrasse una grossa siringa. Aprì la bottiglia, la inclinò e con l’ago pescò un liquido colorato fino a riempire la siringa.
“Cos’è? A cosa serve?”
“È benzina. Gliela inietto nel sellino di quello stronzo, dentro è gommapiuma, ne resterà impregnata.”
“E poi? Vuoi mica dargli fuoco qui?”
“Io? No di certo, se tutto va come penso lo farà lui stesso.”
“Cioè? Vabbè che è stupido, ma non fino a questo punto.”
“Lo farà senza saperlo.”
“Ma ne sei sicuro? Hai mai provato prima?”
“No, ma credo che funzionerà. Spero. E se non funziona, prima o poi avremo altre occasioni. Adesso vai a controllare.”
Bucò la finta pelle del sellino con l’ago e svuotò dentro tutto il contenuto della siringa. Di tanto in tanto guardava Davide che gli faceva segno col pollice alzato. Ripeté l’operazione altre volte percorrendo tutta la lunghezza del sellino. Alla fine usò la siringa vuota per praticare un numero indefinito di fori nel sellino che comunque non erano visibili. L’odore si sentiva nettamente, svitò il tappo del serbatoio e lo appoggiò sulla sella, poi chiamò Davide e si nascosero a breve distanza. Attesero finché i due ragazzi più grandi finirono di bersi le birre e raggiunsero i loro mezzi.
Remo si accorse subito del tappo sul serbatoio. Imprecò, convinto che qualcuno avesse provato a fregargli la miscela, poi mosse un po’ il mezzo e guardò dentro il buco del serbatoio. Disse che ce n’era ancora ma dovevano averne presa e versata anche un po’ in giro, dato l’odore. Chiuse il serbatoio, diede qualche pedalata e mise in moto. Giovanni lo seguì. Probabilmente sarebbero andati giù all’oratorio.
“Bene” disse a bassa voce Rolando.
“Come bene, non è successo nulla” replicò Davide.
“Hai voglia di farti un giro in bici fino all’oratorio? In discesa andiamo quasi più veloci di loro, così se siamo fortunati non ci perdiamo la scena.”
“Convinto tu. Andiamo, un giro me lo faccio comunque volentieri.”
Scesero più veloci che poterono, un’Atala giallo-nera e una BMX rossa come due frecce giù dalla stretta strada asfaltata che collegava Primiglio ad Asserano Bivio, pochi chilometri in cui rischiarono di cadere almeno cento volte.
All’oratorio era il solito brulichio di giovani impegnati nelle più disparate attività. I due motorini erano parcheggiati, come sempre, sul lato destro del caseggiato insieme ad altre decine di veicoli simili. Rolando e Davide comprarono un ghiacciolo e si misero in disparte fingendo di giocare e tenendo d’occhio i due ragazzi.
Anche Remo e Giovanni presero un gelato, poi andarono a dar noia a un gruppo di ragazzini più piccoli fregandogli un pacchetto di patatine, i Big Babol e una Fanta ancora da aprire e col loro bottino andarono ai motorini. Erano movimenti ripetitivi e abitudinari che non erano sfuggiti all’occhio osservatore di Rolando.
“E adesso preparati” disse Rolando.
“Cosa dovrebbe succedere?”
“Tu osserva.”
Come d’abitudine, Remo si sedette sul sellino e si accese una sigaretta.
Il sellino era impregnato di benzina che evaporava dai forellini praticati da Rolando. In parte anche i pantaloni di Remo erano umidi di benzina, ma non se ne era accorto, col caldo estivo e la finta pelle della sella il sudore nelle basse zone anatomiche era inevitabile e non era possibile distinguerlo da altre forme di umidità appiccicaticcia. Dopo il primo tiro, come d’abitudine, abbassò la mano appoggiandosela sulla coscia e avvicinando la sigaretta accesa alla sella. I vapori di benzina presero fuoco all’istante e in un attimo tutto il sellino fu in fiamme. Remo saltò giù con un balzo, terrorizzato.
“Ti brucia il culo!” gli gridò Giovanni indicandogli il deretano e ridendo come un matto.
“Aiutami coglione!” gridò l’altro dandosi inutili manate sui glutei. Si mise a correre verso il bagno, passando in mezzo a tutti i presenti che, dopo il primo attimo di sbigottito stupore, iniziarono a ridere e a prenderlo in giro, soprattutto i più piccoli. Gli sarebbe bastato buttarsi col sedere sulla sabbia, ma non ci arrivò, la sua materia grigia non gli consentiva tanto. Una volta in bagno aprì il rubinetto e a piene mani si gettò litri d’acqua sul sedere, fino a domare le fiamme. Dopo un po’ fu raggiunto da don Bonino, che gli chiese cosa fosse successo e lo convinse a uscire dal bagno. Quando trovò il coraggio di uscire tutto l’oratorio era lì ad aspettarlo, partirono fischi e applausi e sfottò a non finire. Cercò di guardarli minaccioso uno ad uno, ma in quel momento non era credibile e continuarono a schernirlo finché non se ne fu andato.
“Sei un genio!” disse Davide a Rolando guardandolo con viva e sincera ammirazione.
“Lo so, lo so” rispose l’amico sorridendo con un’espressione di serenità che da tempo non aleggiava sul suo viso. “Giustizia è quasi fatta, ne manca ancora uno, ma a lui ci pensi tu.”
Davide pensò che Rolando avesse ragione, ma al momento non sapeva proprio cosa inventarsi. Confidava che al momento giusto sarebbe venuta in mente anche a lui un’idea geniale, ma adesso era meglio far passare del tempo, altrimenti avrebbero anche potuto capire da chi arrivavano quei tiri mancini.
Non poteva saperlo, ma anche lui in un futuro non molto distante sarebbe stato vendicato, in modo ancora più incisivo. E non sarebbe nemmeno dipeso da lui.
Il motorino di Remo era stato salvato, ma il sellino era completamente fuso. Dovette tornare a casa appoggiato sulla base metallica e con il dolore crescente delle ustioni, leggere sì ma dolorose.
Da quel giorno la maggior parte dei ragazzini più giovani smise di aver paura di lui.