LA TV DEI POVERI
1988
Le strade interne di Primiglio che si snodavano tra i suoi edifici erano un dedalo intricato di vie larghe appena per il passaggio di una vettura, una e mezza a esser generosi. Ma c’era un punto in cui confluivano e si allargavano, la piazza del paese, su cui si affacciavano la Chiesa, la bottega di Piera e alcune abitazioni.
Gustin, Fonso, Pina e Maria erano quattro arzilli vecchietti che amavano spendere il loro tempo a chiacchierare più o meno sempre delle stesse cose e a osservare il passaggio più o meno sempre delle stesse persone. Addossata a un muro c’era una lunga trave di legno, come quelle che si usano per sorreggere i tetti delle cascine, appoggiata su due ceppi che fungevano da rialzo, e qui si sedevano quotidianamente nei caldi pomeriggi estivi Agostino, Alfonso, Giuseppina e Maria Pia. La strategica collocazione dell’atipica panchina faceva sì che fosse al riparo dal sole nelle ore pomeridiane; ciò nonostante, i due uomini portavano sempre e comunque un cappello di paglia intrecciata e le due donne un foulard colorato sulla testa. Erano sposati da tempo immemore, Fonso con Pina e Gustin con Maria. Se ci si fosse fermati ad ascoltare i loro discorsi si sarebbe potuto scrivere un trattato sulla loro gioventù, sulla guerra e sulla storia di Primiglio e dintorni, dove i protagonisti erano sempre gli stessi, anche se a volte cambiavano di nome e di imprese in virtù dei prodigi della memoria dei narranti e qui si scatenavano feroci diatribe in dialetto stretto con accuse reciproche di rincoglionimento. Quando tacevano osservavano i pochi passanti, umani o gatti che fossero, alzavano la mano in segno di saluto e si lanciavano in congetture e ipotesi sulla vita del passante, chi era, come si chiamava, che lavoro faceva, cosa comprava da mangiare, da quale parrucchiere andava, quali farmaci utilizzava, come si vestiva e quanti soldi spendeva, con chi era sposato, quanti figli aveva, quante amanti, quanti animali e così via. Parlavano sempre ad alta voce, ripetendo il concetto più e più volte. Era la tv dei poveri, come l’aveva felicemente definita una volta il padre di Rolando, i vecchi si mettevano lì e si godevano lo spettacolo, qualsiasi esso fosse, come si fa davanti a una televisione, ma col vantaggio di non dover pagare né l’elettricità né il canone.
Era il 29 giugno e Rolando e amici avevano deciso di iniziare l’allestimento della casa del terrore, ognuno avrebbe portato qualcosa, ma prima sarebbero andati da Piera a prendersi un gelato. Il caldo in quei giorni era opprimente, prima del tardo pomeriggio era impensabile uscir di casa, da quelle belle case di collina con i muri spessi quasi un metro, baluardo infallibile contro la canicola, così si diedero appuntamento per le sei. La Bottega di Piera era lì per soddisfare ogni esigenza, dagli alimentari ai detersivi, dai giornali ai gelati, dagli insaccati sul bancone alle caramelle in ampolle di vetro, dal dentifricio agli assorbenti, dai deodoranti alle candele. Piera era una ruspante e irreprensibile zitella sessantenne che gestiva l’unico esercizio commerciale del paese e ogni 21 aprile (commercialmente la primavera iniziava un mese dopo, diceva) metteva quattro tavolini nella piazza, vicini al locale, che poi rimuoveva il 21 ottobre (commercialmente l’autunno iniziava un mese dopo, diceva). I quattro ragazzini presero dei gelati e delle bibite e si sedettero lì, poco più in là c’era la trave con i quattro vecchi, l’alba e il tramonto della vita a pochi metri di distanza.
Michele, estasiato, mostrò agli amici un pacchetto di Frizzy Pazzy. “Guardate, sono arrivate anche da Piera! Meglio tardi che mai. Volete? Troppo buone!”
“Non è che sono scadute?” chiese Davide.
Nel dubbio, Michele, controllò. In effetti non mancava molto alla data di scadenza. Del tutto indifferente alla scoperta, se ne versò una generosa quantità in bocca, deliziato dall’effetto frizzante sulla lingua e sul palato.
Alle sei e un quarto Pina e Maria si alzarono e si diressero verso le loro case, entrambe a brevissima distanza dalla piazza.
Un quarto d’ora dopo si alzarono i ragazzini e presero per una via laterale.
“Aspettate, fermiamoci un attimo qui dietro il muro” propose Michele.
“Cos’hai in mente?” gli chiesero.
“Ssshhh” disse portandosi l’indice al naso “e non fatevi vedere.”
“Prontoooo” gridò verso la piazza.
“Prontooooo” ripetè più forte.
1 “Sta ciuto ’na minuta Gustin, ch’i sento nen bin” disse Fonso al vecchio amico.
“Prontoooooo” si udì nuovamente.
“Ma a ciamo mi?” chiese Fonso a Gustin.
“Eh?” gli fece eco l’altro.
“Prontoooooooooo” per la quarta volta.
“Ah, adèss i sento ’dcò mi, a smìja pròpi parèj, a smìja toa fomna” disse Gustin.
“Còs a-i è Pina?” gridò Fonso scambiando la voce puerile di Michele per quella della moglie, supportato dall’interpretazione del fine udito del vecchio amico.
“A l’è l’ora ’d tornè ’n drinta” proseguì Michele.
Fonso guardò il campanile, segnava le sei e mezza. “Pina, ma it ses fòla? A son pa set ore.” I due vecchi si alzavano dalla trave ogni sera alle sette esatte per andare a cena, al suon del battere delle campane. “I veuj nen mangé a st’ora-sì!”
“E gnanca mi i veuj mangé. Ven su, balengo, ch’i l’hai veuja ’d ciulé.”
Fonso fece due occhi tanto e tossì, Gustin lo scrutò con un misto di stupore e invidia. “Ti ’t ses pròpi fortunà!” gli disse battendogli una mano sulla gamba.
“Ȅdcò mi i veurìa ciulé, ma a-i è ’l picio belessì ch’as bogia pi nen!” rispose Fonso ridacchiando ed esibendo la sua dentatura incompleta.
I quattro ragazzi, ancora contorcendosi dal ridere, corsero via a gambe levate quando videro Piera uscire dall’emporio e fissarli con espressione altera e sdegnata.
La casa della nonna di Rolando era la continuazione stessa della casa dove viveva il ragazzino con la sorella e la madre, un grande edificio su due piani con solaio e cantina. Al primo piano c’era un passaggio che collegava le due abitazioni, da un lato il corridoio della casa di Rolando, dall’altro la camera da letto della nonna, ma dopo la scomparsa della nonna la porta, che dal lato di Rolando risultava arretrata e incastonata nel muro, era stata nascosta e sbarrata da un armadio messo lì al solo scopo di impedire l’accesso tra le due porzioni abitative. A un primo sguardo sembrava un armadio a muro, ci stava quasi di misura. Da quando era mancata la nonna, dall’altra parte si sentivano provenire strani rumori, soprattutto nel silenzio della notte erano percepibili scricchiolii molto intensi e suoni simili talora a dei passi, talora a dei campanellini e talora a qualcosa di duro che grattava sui muri e sulle porte. Al piano di sopra c’erano le stanze da letto, appena giunti in cima alla scala sulla sinistra c’era il passaggio con la parte della nonna, a destra iniziava un corridoio che dava accesso sul suo lato destro alla camera di Rolando, poi a quella di Rebecca e dritto in fondo al bagno, girando ancora a destra giù in fondo c’era la stanza dei genitori. Rolando era quindi il beneficiario principale dei suoni notturni, Rebecca li aveva sentiti solo poche volte ma le era bastato. La madre, pur non avendo mai sentito nulla, si era lasciata convincere a sbarrare il passaggio togliendo un mobile dalla sua stanza, quello dove un tempo c’erano i vestiti del padre dei due ragazzi.
Anche l’ingresso esterno al piano terra era stato chiuso, ma Rolando sapeva dov’era la chiave.
Ad ogni modo aveva preferito parlarne prima con sua madre, onde evitare fastidiose discussioni. Lei non aveva avuto nulla da obiettare, anzi sperava fosse un modo per sfatare l’idea che in quella casa ci fossero strane presenze.
Quando entrarono li accolse una casa buia e polverosa e, per Rolando, piena di commoventi ricordi.
“Allora, meglio se facciamo un po’ di luce altrimenti inciampiamo di sicuro da qualche parte” propose Rolando. “Gaui, lascia perdere, la corrente non c’è” disse vedendo l’amico che armeggiava con l’interruttore vicino alla porta di ingresso. “Apriamo le imposte piuttosto.”
“Sì ma poco, troppa luce rovina l’effetto” si preoccupò Elisa.
“Morticia! Ecco chi sei!” sparò Davide con l’enfasi di chi ha risolto un complicatissimo enigma.
Michele intonò subito il jingle della famiglia Addams con tanto di schiocco di dita finale, solo con la mano sinistra.
Risero tutti, anche Rolando, che in una propria fantasia immaginava che in qualche angolo buio avrebbero davvero potuto trovare Mano, solo che non sarebbe stata così servizievole e simpatica come quella del telefilm, ma se lo tenne per sé.
“Tu Michele taci che sennò ti lego ti rapo a zero e poi ti faccio fare zio Fester” disse ridendo Elisa, per niente offesa dal nuovo soprannome. A tutti gli effetti era esile, con la carnagione molto pallida, i capelli corvini e lisci lunghi oltre le spalle, le mani con lunghe dita affusolate, gli occhi scuri e le labbra sottili.
Al piano terra c’era un’unica stanza grande abbastanza per fare da ingresso, cucina e salotto. Dopo aver aperto leggermente le persiane, ognuno mise in mostra quel che aveva portato in dote. Elisa mostrò una bambola di ceramica dallo sguardo vitreo e inquietante, un poster alto come lei con l’immagine di uno scheletro e un peluche con le sembianze di un gatto nero. Davide esibì del nastro adesivo, dei grandi fogli bianchi e una bomboletta di vernice rossa dicendo che avrebbe improvvisato al momento, era un buon disegnatore. Michele aprì un sacco di iuta da cui fece uscire due zucche su cui aveva lavorato con un coltello ricavandone occhi e bocche spettrali e un topo morto, vero! Il topo fu osservato con un certo disprezzo dal resto dei presenti. Rolando fece vedere agli amici un’orrenda maschera carnevalesca che ritraeva il volto di un vecchio simile a zio Tibia e poi indicò un muro su cui aveva precedentemente appoggiato il suo pezzo forte, una falce più alta di loro con la lama arrugginita. A Elisa brillarono gli occhi, agli altri due un po’ meno.
Estrassero a sorte e Rolando ed Elisa furono i primi a dover allestire la scena. Quando ebbero finito chiamarono a gran voce gli altri che entrarono guardinghi e prudenti.
La casa della nonna era ancora arredata come quando era in vita. Sul tavolo in centro alla stanza c’era una zucca con gli occhi infuocati a fissarli minacciosa, qualcuno gli aveva messo dentro una piccola candela accesa. Di lato c’era una porta che dava accesso ad una piccola stanzina da dove partivano le scale per salire, qui c’era un’altra porta che invece dava accesso alla cantina, ma era chiusa a chiave. Appena ebbero varcato il passaggio, qualcosa di nero gli volò addosso facendogli fare un salto indietro: era il peluche di Elisa, che era stato lanciato dalla cima delle scale. Tempo di riprendere l’equilibrio e un rumore di un oggetto rotolante attirò la loro attenzione, una zucca stava scendendo rapidamente le scale, arrivò fino ai loro piedi e una volta lì vomitò fuori il suo contenuto, un topo morto. Salirono le scale con molta attenzione. Giunti in cima, un grosso orologio a pendolo in mogano massiccio sembrava fissarli in modo maligno, le lancette erano ferme alle 11 e 33 e la pendola giaceva immobile ormai da anni. Vicino c’era una vetrinetta contenente decine e decine di campanelle da collezione in ceramica vetro e metallo, semplici o decorate, dalla grandezza di una mano fino alla minutezza di un’unghia. L’unica direzione consentita era verso destra in un piccolo corridoio. Dopo qualche passo si apriva una porta alla loro destra e poi dritto in fondo ce n’era un’altra. Provarono ad aprire la prima ma era bloccata, passarono oltre. Appena si mossero sentirono uno scatto alle loro spalle, la porta si era aperta a metà. Si guardarono e convennero di andare a indagare, Gaui fece cenno a Michele di andare avanti lui. Allungò un braccio per dare una spinta alla porta e spalancarla, appena la toccò una mano gli si serrò intorno al polso e una maschera da vecchio orripilante illuminata da una pila dal basso gli si palesò di fronte con un verso gutturale e profondo. Istintivamente Michele saltò indietro travolgendo Davide e crollando su di lui. Rolando, travestito, rideva di gusto. “Eccheccavolo, mi hai fatto prendere un colpo!” disse Michele rialzandosi e ridendo.
“No, il colpo l’ho preso io col tuo dolce peso!” si lamentò Davide.
“Andate avanti, non è mica finita” li invitò Rolando. Entrarono nella stanza, era il bagno, guardarono nella vasca aspettandosi almeno un cadavere, ma non c’era altro da scoprire.
Si mossero verso l’ultima camera. Stavolta andò avanti Davide. Diede una lieve spinta alla porta, appena mise un piede dentro udì un rumore di metallo strisciante e una lama arrugginita gli passò a pochi centimetri dal naso. “Ma tu sei tutta fuori, Morticia!” esclamò tra l’arrabbiato e il terrorizzato.
Entrarono. Impiccata al lampadario dondolava lentamente la bambola con gli occhi sbarrati. Sul letto c’era qualcosa, sotto le coperte si intravedeva nella penombra una forma che poteva essere umana. Mentre si avvicinavano circospetti concentrati sul letto, l’armadio in noce si spalancò di colpo accompagnato da un grido stridulo mettendo in mostra uno scheletro a grandezza naturale, era il poster sorretto da Elisa. Entrambi ammisero che lo show era riuscito davvero bene, adesso avrebbero dovuto inventarsi qualcosa di meglio e non sarebbe stato facile. Ma questo sarebbe avvenuto l’indomani, si erano fatte le sette e mezza passate ed era ora per ognuno di rientrare a casa. Mentre scendevano le scale il pendolo batté un colpo gelandoli sul posto e facendogli rizzare i peli sulla schiena. Si voltarono e videro il portello in vetro che si apriva lentamente. Corsero fulminei verso l’uscita e Rolando fu lesto a chiudere a chiave la porta.
“Tua nonna deve essersela presa che abbiamo profanato la sua pace” proruppe Elisa rivolta a Rolando; voleva essere una battuta, ma nessuno rise.