ANNA
1985
Riccardo Bellini pensava che il presidente Vincenzi fosse sceso a più miti consigli, la pratica per l’appalto della ripavimentazione della provinciale Asti – Villanova era stata al momento sospesa, in attesa di altri sviluppi. L’attesa era durata quasi un mese e ancora nulla si era mosso. In quel mese, almeno in quattro occasioni, Bellini si era accorto di un’auto scura che lo seguiva nel tragitto di ritorno a casa, al più si erano spinti fino ad Asserano Bivio, dove lui poi svoltava verso Primiglio. Non che avessero mai fatto nulla per non farsi notare, anzi, sembrava quasi che sperassero di essere visti. Non che fosse difficile, una grossa Mercedes nera con i vetri oscurati non passava certo inosservata, specie tra le modeste colline del Monferrato. Sapeva fin troppo bene da chi fossero mandati quei soggetti, probabilmente Vincenzi sperava che le pressioni intimidatorie del cognato lo avrebbero convinto a firmare il mandato per la Cometti, ma lui non aveva ritenuto opportuno adeguarsi. Rifletteva tra sé che in questo Paese, a differenza di altre nazioni straniere dove la giustizia faceva davvero il suo corso scevra da intralci come ingerenti pressioni politiche o leggi scritte appositamente con una quantità di cavilli e postille che le rendevano di fatto inapplicabili, occorreva molto più coraggio a essere onesti di quanto ne occorreva per delinquere.
Arrivò in ufficio di buon umore, nonostante fosse lunedì. Era il 6 maggio dell’85, il cielo era terso e gli alberi in fiore. Alla scrivania di Beppa il telefono suonò, era una chiamata interna. Professionale e suadente come al solito la segretaria rispose, quindi deviò la chiamata sul telefono di Bellini. Era Vincenzi, lo invitava a raggiungerlo subito nel suo ufficio. Il buon umore sparì in un attimo.
Scese giù al primo piano e appena varcò la porta si rese conto che c’era qualcosa di diverso. Alla scrivania dove solitamente sedeva la segretaria cinquantenne di Vincenzi, era seduta una giovane ragazza. Capelli mori, i boccoli sciolti sopra le spalle, occhi verdi sapientemente marcati con una matita dalle tinte smeraldine, labbra carnose esaltate da un rossetto rosso pallido, due grandi orecchini rotondi e una lunga collana che spariva nell’incavo dei grandi seni che facevano capolino dalla profonda scollatura di una camicetta bianca un po’ troppo aperta.
“Ti presento Anna, sostituisce per qualche giorno la signora Cavoti che si è presa una vacanza” gli spiegò Vincenzi. Bellini si diresse verso la ragazza che si alzò mostrando un paio di jeans molto attillati, si strinsero la mano e si presentarono.
“Senti Riccardo, ti ho chiamato per darti di persona questa documentazione. C’è da preparare un capitolato per rifare il piazzale del parcheggio della stazione, forse vien fuori un multipiano. Ci pensi tu?”
“Sì certo, e chi sennò?” rispose asciutto.
“Bene, bene. Buon lavoro allora.”
“Altrettanto” mentre uscì non poté fare a meno di lanciare un ultimo sguardo verso la giovane segretaria.
Il giorno seguente Bellini e il suo entourage femminile erano sul pianerottolo a prendersi un caffè alle macchinette quando arrivò Anna, vestita pressappoco come il giorno prima. Tutti la guardarono attentamente, anche se con interessi diversi.
Lei salutò tutti e disse che al piano di sotto le macchinette non erano disponibili, stavano facendo assistenza e non sapevano per quanto ne avrebbero avuto. Riccardo notò che aveva un profumo da lolita, una nota dolce e caramellosa che metteva ancora più in luce la sua splendida giovinezza. Quando si chinò a prendere il caffè i jeans le segnarono un paio di natiche perfette e sporgenti. Le tre collaboratrici di Bellini videro il suo sguardo estasiato posarsi sul fondoschiena della ragazza e appena ebbero finito il caffè rientrarono in ufficio. Lui invece sorseggiò il suo bicchiere molto, molto lentamente e scambiò qualche battuta con la giovane che si dimostrò sorprendentemente simpatica e spontanea, semplicemente deliziosa. Lui le disse di non indugiare a chiedergli qualsiasi cosa, se mai ne avesse avuto bisogno, si ricordava ancora i primi tempi in cui aveva iniziato a lavorare lì, non sapeva dove andare per trovare i vari uffici e per lo più i colleghi erano poco ben disposti verso i nuovi e si facevano gli affari loro, gli sarebbe dispiaciuto se anche a lei fosse successa la stessa cosa.
Mercoledì Anna si presentò alla porta dell’ufficio di Bellini e lo chiamò dicendogli di avere un messaggio da parte di Vincenzi. Era un’innocente bugia per farlo uscire dall’ufficio e non farsi sentire dalle altre collaboratrici. In realtà le aveva detto di andare al deposito della cancelleria a recuperare del materiale, ma lei non sapeva dove fosse. Si scusò per la piccola menzogna e per il disturbo, ma non conosceva ancora nessuno lì dentro e visto che lui il giorno prima si era dimostrato gentile avrebbe potuto quanto meno indicarle dove dirigersi, visto che aveva già girato per tutto il secondo piano senza trovare la stanza giusta. Bellini le rispose che avrebbe anche potuto girare per tutto il giorno e avrebbe continuato a non trovare nulla, visto che il deposito cancelleria era al terzo piano, non al secondo. Ah ecco, così posso andare a perdermi un altro po’ in un altro piano, gli fece notare lei. Risero entrambi.
Lui si propose per accompagnarla e lei accettò di buon grado.
Per essere a maggio faceva già un gran caldo. Lei non portava più la camicetta e i jeans come il giorno prima, ma un vestito scuro a fiori leggero e aderente che esaltava la sua conturbante figura. Lui aveva un paio di pantaloni blu e una camicia bianca. E in tutte queste stanze quassù chi ci sta? Chiese lei. Oh, sono quasi tutte in disuso, le usiamo come magazzini per robe vecchie o guaste, e in alcune in effetti c’è qualche ufficio di minore importanza, più sfigato insomma, le spiegò facendola sorridere. Entrarono nella stanza della cancelleria, lei gli disse di cosa aveva bisogno e mentre lui cercava, non vista, chiuse a chiave la porta dello stanzino, dopo di che gli si avvicinò premendogli i seni contro un braccio. Lui si voltò trovandosela a pochi centimetri, stimò che avesse una terza abbondante, forse una quarta e attraverso il leggero vestito si poteva apprezzare tutta la loro piena sostanza. E non aveva il reggiseno. Si trovò di colpo accaldato e con la bocca asciutta. Forse è meglio se torniamo giù, le disse. Di già? Rispose lei premendosi ulteriormente contro di lui. Gli fece scivolare una mano fin sull’inguine e disse maliziosa che qui qualcuno è di un altro avviso. Sei sicura? Le domandò. Lei non rispose, si abbassò appoggiando le ginocchia a terra e gli sfilò i calzoni e i boxer. La sua erezione era già completa. Prese a passargli la lingua sopra il glande in modo lento e circolare, poi con le labbra socchiuse ne seguì tutta l’estensione fino al pube e ritorno per un po’ di volte. Lui chiuse gli occhi e credette di sognare, ma non aveva intenzione di svegliarsi. Poi glielo prese in bocca e iniziò a succhiare sempre più intensamente facendoselo scivolare tutto dentro, fino in gola, più e più volte. Lo spinse all’indietro per farlo sedere su una sedia lì vicino, poi con un rapido movimento si sfilò l’abito dalle spalle facendolo scivolare verso il basso e liberando i suoi seni turgidi e voluttuosi. Mise il suo pene in mezzo ai seni e prese a massaggiarlo freneticamente stimolandone la punta con labbra e lingua, dopo nemmeno un minuto lui venne ansimando riempendole la bocca col suo seme.
La guardò estasiato ed incredulo. Lei esibì un sorriso da gattina innocente e in un attimo si ricompose rimettendo i seni al loro posto e uscì dalla stanza col suo carico di carta penne e dossier, abbandonando Riccardo felice e stravolto.
Giovedì mattina fu Riccardo a scendere al primo piano per prendersi un caffè, lei era già lì, insieme ad altri impiegati pubblici intenti ad ammirarla, avvolta in un vestito bianco che non lasciava spazio alla fantasia, era tutto già più che evidente. Si salutarono, senza troppi imbarazzi. D’un tratto lei si scusò e se ne andò dicendo che sarebbe tornata subito. Ricomparve con una busta e la porse a Riccardo dicendogli che era da parte del signor Vincenzi e ringraziandolo per averle evitato una rampa di scale.
Quando tornò in ufficio Riccardo la aprì, era una busta ufficiale della Provincia, ma dentro c’era solo un foglietto scritto a mano: 15,00 - III° - 4° dx. Un piccolo rebus che risolse senza difficoltà, un invito che non ammetteva declinazioni di sorta. E meno male che è nuova e inesperta del luogo, pensò.
Quando entrò nella quarta stanza a destra del terzo piano, alle tre di pomeriggio, lei era già là, appoggiata a un tavolo con uno sguardo invitante. Riccardo conosceva bene quella stanza, c’era stato più volte con altre colleghe ed era sicuro che molti altri impiegati e impiegate di Palazzo Grassi avessero avuto modo di frequentarla, quella come altre stanze in disuso del piano più alto. C’erano sedie, scrivanie, mobili, attaccapanni, tutto ammassato alla rinfusa che prendevano una buona metà della stanza. Oggi ti devi sdebitare, gli disse lei ammiccando. Non farti problemi, prendo la pillola, aggiunse. Lui mise il chiavistello alla porta, poi le si avvicinò e le tirò su il vestito dal basso verso l’alto fino a scoprirle l’ombelico, le sfilò le mutandine facendole scendere fino alle caviglie e liberandole solo da una gamba, poi la spinse delicatamente all’indietro per farla sdraiare sul tavolo, lei si mise giù restando appoggiata ai gomiti per vedere quel che lui intendesse farle. Le pose le mani sulle ginocchia, le fece scivolare nell’interno delle cosce e gliele fece aprire. La sua v****a, probabilmente coperta da peli neri in condizioni normali, era completamente glabra. Riccardo la trovò irresistibile, non ne aveva mai vista una così completamente rasata, morbida alle labbra e alla lingua, nessun pelo a dar fastidio in mezzo alla bocca, umida calda odorosa bagnata inebriante. Una dimensione onirica. Si buttò sul suo sesso perdendosi completamente. Lei ansimava gemeva e si inarcava chiudendo gli occhi e gettando la testa all’indietro, in una voluminosa cascata di boccoli neri. Poi lui si fermò un istante, si abbassò i pantaloni e la penetrò senza tregua alternando colpi intensi e decisi ad altri più lenti e profondi. Lei emise un gemito lunghissimo e a stento trattenne un grido e lui raggiunse l’apoteosi un attimo dopo.
Venerdì, davanti alle macchinette del caffè, lei lo guardò con occhi eloquenti e con le dita gli mostrò un tre. Alle ore 15 esatte, più puntuale di un orologio svizzero, Riccardo entrò nella stanza del giorno prima. Anna aveva una blusa di seta nera, aperta fin quasi sotto i seni che sembravano fremere per uscir fuori dalla loro alcova. Indossava una minigonna di jeans e un paio di tacchi vertiginosi. Quando la raggiunse lei gli disse di sentirsi davvero molto vogliosa, più del solito e di voler provare ad andare oltre e di non porsi limiti, non capiva come fosse possibile ma lui la faceva uscir di testa. La prese e la fece girare e mettere a pancia in giù sulla scrivania, facendola restare in piedi con le gambe divaricate. Le sollevò la gonna, non aveva le mutandine, la cosa lo deliziò. La visione era paradisiaca. Avrà avuto si e no vent’anni e i suoi glutei erano una scultura marmorea di eccitante splendore. Le mise la lingua lì, nel suo sesso, spingendola in dentro e facendola roteare lentamente, simultaneamente le infilò dentro un dito, poi le dita diventarono due e lei le sentì muoversi lascive nel suo intimo. Senza smettere di stimolarla con le dita spostò la lingua più su, fino all’ano, forellino grinzoso foriero di sordidi pensieri, facendone roteare la punta tutto intorno, poi iniziò a premerla nel suo centro e a farsi lentamente strada. Lei ancheggiava ritmicamente e ansimava senza sosta. Lui si alzò un attimo e portò la mano libera alla bocca di lei che prese a succhiargli voracemente l’indice e il medio. Quando fu sicuro che le dita fossero sufficientemente lubrificate dalla saliva di lei, delicatamente gliele spinse dentro l’ano. Lei si lasciò scappare un gridolino di piacere. La torturò deliziosamente così per quasi un minuto, poi sfilò le dita e le sostituì col suo pene duro come una bacchetta di granito. La cavalcò così per un po’, nello stesso tempo prese ad accarezzarle il clitoride, ora in modo lieve e leggero, ora premendo intensamente. Lei esplose in un orgasmo incontenibile e lui la imitò un istante dopo.
Verso sera, quando tutti se ne furono andati, il signor Vincenzi uscì dal suo ufficio e salì fino al terzo piano. Una volta entrato nella stanza che poche ore prima era stata teatro del caldo incontro di Anna e Riccardo, si diresse verso uno dei mobili ammassati su un lato e ne aprì completamente l’antina socchiusa. Nascosta dietro c’era una telecamera portatile. La prese, riavvolse il nastro e lo guardò per qualche minuto, sorridendo soddisfatto. Estrasse la videocassetta e se ne andò.