VHS

1265 Words
VHS 1985 Anna uscì da Palazzo Grassi per non tornarvi mai più, pochi minuti prima dell’orario di chiusura. Stava facendo qualche passo a piedi diretta verso il centro quando un’auto nera di grosse dimensioni la affiancò, qualcuno aprì la portiera posteriore e la invitò a salire a bordo. Appena la macchina ripartì, l’uomo seduto davanti sul lato passeggero si voltò guardandola e sorridendole. “Ciao Anna, allora come è andata?” Lei rimase un attimo in silenzio guardando prima il robusto uomo che le aveva aperto la porta seduto di fianco a lei e poi l’autista, normalmente si incontravano da soli. “Non temere, i miei collaboratori sono sordi e muti” la incoraggiò. “Beh, in tal caso... bene direi, molto bene.” “Cosa ti ha fatto quel pervertito?” “Mmm... tutto? Rende l’idea? Preferirei non entrare nei dettagli, comunque non si è fatto mancare nulla” rispose lei ammiccando. “Ottimo Anna, ottimo. Adesso ce lo inculiamo noi. Oh, pardon, scusa il francesismo.” “Sa che quando ha bisogno di me io ci sono” disse lei. “Lo so, lo so molto bene, non per nulla sei la mia favorita. Adesso ti accompagnerò in stazione, c’è un treno diretto a Genova, prendilo poi ritieniti libera per le prossime settimane. Qui c’è il biglietto di prima classe e questa è per te” finì porgendole una busta. Lo ringraziò senza sapere cosa contenesse esattamente, ma lo immaginava, lui era uno di parola, sempre. Era venerdì, la attendeva un meritato weekend di relax e divertimento. Si sedette in attesa su una panchina di fianco al primo binario, pochi minuti dopo arrivò il suo treno. Salì a bordo, individuò il suo posto, si appoggiò allo schienale e, approfittando dello scomparto deserto, diede un’occhiata al contenuto della busta e contò un milione e mezzo di lire in banconote di diverso valore. Mezzo in più del pattuito. Pensò che il signor Cometti sapeva essere molto generoso e che, sebbene questi lavoretti non fossero poi così edificanti, ne valeva davvero la pena. E pensò anche che stava diventando sempre più brava a simulare gli orgasmi. Sorrise a se stessa, chiuse gli occhi e, lasciandosi cullare dal suono dei binari e dalle oscillazioni del treno, si addormentò. Sabato mattina un uomo entrò nell’ufficio postale in via Tasso ad Asti e consegnò una busta marrone a una sportellista, chiedendole di spedirla con raccomandata senza ritorno. Come mittente scrisse un nome falso, pagò e uscì. L’impiegata buttò un occhio sul destinatario, era indirizzata a Marta Rivetti, Primiglio (AT). Mise il cartellino con la scritta CHIUSO allo sportello e scomparve in un’altra stanza. “Questa credo che sia per lei, direttrice” disse entrando. Marta Rivetti diede uno sguardo all’intestazione della busta. “Direi proprio di sì. Grazie Angelina” le rispose. Era molto indaffarata, mise la busta da parte vicino alla borsa per non scordarsela, l’avrebbe aperta dopo. Nel primo pomeriggio, dopo un pasto frugale, a casa da sola, aprì la busta. Se ne era scordata, ma quel briccone d’un gatto bianco aveva avuto la bella pensata di scambiare la sua borsa per una preda afferrandone la tracolla con le unghie e tirandola forte verso il basso, facendola cadere giù dal mobile su cui l’aveva appoggiata; era aperta e gran parte del contenuto ne uscì fuori, busta inclusa. Il marito aveva portato i due figli dalla nonna Margherita, la nonna paterna, sarebbero rimasti insieme fino a sera, come quasi sempre accadeva nei fine settimana di bel tempo, poi i figli sarebbero rimasti a dormire là lasciando campo libero ai genitori. Dentro la busta c’era una videocassetta formato VHS e una fotocopia di un documento di identità. La foto ritraeva una bella ragazza dai lunghi capelli neri, sul resto del documento erano stati cancellati tutti i dati anagrafici fatta eccezione per il nome, Anna, e la data di nascita, 13/11/1968. Buona visione, c’era scritto a mano sullo stesso foglio. Inserì il nastro nel videoregistratore e si accomodò sul divano. Era un filmato amatoriale con inquadratura fissa, all’inizio l’immagine era scura, l’obiettivo era coperto da qualcuno che faceva partire la registrazione, poi l’operatore si allontanava per dirigersi verso una scrivania. L’operatore era in realtà un’operatrice, la stessa ragazza della fotocopia, vestita in modo provocante. Si vedeva parte della stanza, inclusa la porta di ingresso che si aprì poco dopo mostrando suo marito che entrava. Marta cambiò espressione e si fece improvvisamente molto seria e attenta, poi vide. Vide tutto quel che c’era da vedere e non gradì per nulla. Vide anche il filmato del giorno dopo, in qualche modo non riusciva a smettere di guardare, seppur profondamente disgustata aveva bisogno di vedere fino a che punto si sarebbe spinta la cosa, fino a che punto si sarebbe spinto il padre dei suoi figli. Pianse lacrime amare rabbiose e disperate e corse in bagno a vomitare. Lentamente si calmò, si mise a sedere sul divano e attese il ritorno del marito. Quando tornò, a Riccardo bastò uno sguardo per capire che qualcosa non andava. Il volto della moglie aveva un’espressione nuova, in tanti anni non l’aveva mai vista così, ma di una cosa era sicuro, non prometteva nulla di buono. Infatti. Prima che potesse dirle ciao lei si alzò in piedi e parlò. “Guarda tua moglie, Riccardo. Guarda questa casa. Guarda fuori il giardino, i boschi e le colline. Guarda tutto e ricorda tutto molto bene, perché non li vedrai più.” “Ma cosa...” cercò di intromettersi. “Zitto!” gli intimò. “Voglio che tu sparisca dalla mia vita, dalla mia e da quella dei miei figli! Prendi le tue cose e vattene.” “Ma dico? Ti dà di volta il cervello?” chiese lui perplesso. “Non son mai stata così lucida, Riccardo. Non ho mai avuto gli occhi così aperti in vita mia.” Così dicendo gli porse la fotocopia col documento di Anna. Lui sbiancò. Premette play sul telecomando e le immagini di lui e della giovane ragazza iniziarono a scorrere sullo schermo. Il mondo, l’universo intero gli crollò addosso. Si sedette e si sentì stupido come non mai. “È PURE MINORENNE!!! MA COME HAI POTUTO??? MA CHE RAZZA DI UOMO SEI?? MI FAI SCHIFO!! SCHIFO!! Quante altre?? Non dirmi che era la prima volta, che non ci credo! Quante?? Anzi no, non dirmelo, non lo voglio sapere! Vattene, sparisci, tu e tutta la tua roba! Non voglio più traccia di te qua dentro, prendi quel che ti serve e vattene altrimenti ti brucio tutto. E non avvicinarti più a questa casa e ai miei figli o ti denuncio. Porto il filmino ai Carabinieri e ti denuncio, ti giuro che lo faccio, fosse anche l’ultimo atto della mia vita.” Minorenne! Era minorenne! Ma che diavolo! Che razza di idiota apocalittico! Adesso mi sveglio e l’incubo finisce, non può esser vero, non può. Così pensava Riccardo tenendosi la testa tra le mani e gli occhi serrati. Ma era tutto vero. Lo avevano sistemato per le feste e lui c’era cascato con tutti e due i piedi, come uno stupido ragazzino. Per quanto frastornato riuscì comunque a comprendere la gravità della cosa. Non aveva nulla da ribattere, nessun alibi, avrebbe solo potuto domandar umilmente perdono, ma non ne aveva la forza e comunque non sarebbe servito a nulla. A fatica si alzò, passò accanto alla moglie senza riuscire a guardarla e si diresse al piano di sopra. Prese la valigia più grossa che trovò e la riempì disordinatamente con tutti i vestiti che riuscì a metterci dentro, muovendosi come un automa che sta eseguendo un ordine senza capirne l’utilità. Il resto degli abiti e delle calzature lo buttò sul sedile di dietro della macchina. Non prese altro, avrebbe avuto una quantità di oggetti da portar con sé, ma in quel momento tutto perdeva di importanza, tutto era inutile, il mondo intorno si era fatto ovattato e confuso, il tempo si era fermato e la sua vita era finita. Forse sarebbe rimasto vivo, sì, nel senso fisiologico del termine, ma tutto quel che aveva costruito intorno alla sua esistenza in un attimo era crollato e si rendeva conto che il processo era irreversibile.
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