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2176 Words
I. Non era mai stato un bambino come gli altri. A partire dagli otto anni, la sua vita aveva subìto un cambiamento radicale, e tutto a causa di un sogno. Sedici anni dopo, tutto quello che era riuscito a seppellire nel suo passato ricominciava a riemergere, lentamente e inesorabilmente, fino a innescare una reazione di catastrofici avvenimenti che avrebbe condotto la sua famiglia, la sua città, il suo mondo alla vigilia di una nuova era. *** Campovecchio, 15 giugno 20** Gentile professoressa Flores, ancora una volta, temo di non poter aderire alla sua filosofia. Il fatto che io presuma di sapere ciò che la realtà sia davvero, non mi rende in alcun modo partecipe della cosiddetta “assenza di pensiero” di Siddharta. Certo, ho veduto quello che mai un essere umano ha mai neppure sospettato prima di adesso… ma non sono disposto a ricondurlo al pensiero di qualche altro “grande” della storia. In effetti, al mio posto, qualsiasi altro a quest’ora sarebbe impazzito; forse se ne starebbe a predicare la sua Verità per le vie del mondo. Verità non cristiana, non ebraica, non buddhista, e neppure animista. La mia è una verità talmente pura da rasentare il nulla, e forse proprio per questo è troppo sottile per essere udita da orecchie umane. Forse troppo pura anche perché io, umile prescelto, possa divulgarla con le parole! Come si può descrivere il puro Nulla con dei poveri suoni convenzionali? Come riuscirei io, signora, a descriverle quello che provai quando cielo e terra sembrarono dissolversi sopra e sotto di me? E lei mi dice che è stato solo un sogno! Qualcosa che la mente dovrebbe aver già cancellato dalle mie memorie di fanciullo. Io so che non è stato solo questo. Me lo dice il sangue, ogni centimetro della mia pelle, e il sudore della fronte. Sta per succedere qualcosa. Vedrò ancora la sfera. Vedrò ancora una volta, più chiaramente, il destino che mi aspetta. Non so cosa essa voglia da me, né cosa io potrei darle, anche ammettendo che ciascuno di noi abbia una missione da portare a termine in un ragionevole numero d'anni. Sono io, sono qui, e ci vedo più buio di prima. Lei vuole che ammetta che i più grandi maestri della storia del mondo, si chiamino essi Cristo o Buddha, abbiano sempre una risposta utile e immortale per ciascuna delle aspirazioni dell'uomo. Ogni domanda apparentemente irrisolvibile e contorta avrebbe in una fonte estranea al libero arbitrio la risposta adeguata, l'ingrediente ad hoc per risolvere qualsiasi inconfessabile aspirazione al Tutto. Ma io ho visto, cara professoressa, io ho sentito che la risposta non è del mondo. È oltre i cieli, e oltre i più azzardati sogni degli uomini. Come chiamerebbe, lei, l'impulso all'autodistruzione che avverto in ogni minuscola particella di materia, in ognuna delle cellule che ci formano come Io, eppure periodicamente si distruggono, e sono sostituite da migliaia, milioni di altre? Forme di forme, aggregati di altri aggregati, e noi qui a crederci esseri potenzialmente immortali, esseri emarginati dall'eternità di delizie e giovinezza che ci aspetterebbe al varco. Illusioni, professoressa cara. Illusione anche il suo Nirvana, illusione anche la dukkha. Come potrei accettare la teoria di eterna felicità buddhista dopo la “liberazione”, se non paragonandola a un altro semplice, vile e limitato stato mentale? Nirvana non è purezza, non felicità e neppure stupefatta serenità della Natura in se stessa. Nirvana non è. E la dukkha stessa, questa miserrima catena di tormenti che accompagnerebbe il nostro tragitto terreno, non è solo una mera convinzione di esseri infelici? La vita non è una prova, non è un arduo sentiero e neppure un'aula di dispute e filosofie. La vita è ciò che pensiamo che sia, cioè nulla dietro l'illusione. È un telo incostante che aspetta solo di essere strappato via. Il prima possibile. Ricorda quando fu lei a dirmi mie dissertazioni erano puri giochi della mente, tranelli di un pensiero sovreccitato, trappole di un novello sillogismo di stampo medievale? Mancava qualche giorno alla discussione della mia tesi di laurea, e rischiavo di arrivare impreparato alla seduta perché avevo ricordato ancora quel sogno, assai più vividamente del solito. Era stata una vera e propria allucinazione, qualcosa che lei cercò di minimizzare, e che io invece ero pronto a marchiare come segno, nuovo inizio. Voglio andare fino infondo, voglio aspettare, studiare, cercare di capire quello che l'Altro vuole da me. Non oso dare un nome a questo stato di coscienza. Non lo chiamo Dio né dolore... mi piacerebbe definirlo principio, se ciò non presupponesse una fine o una risoluzione che non vedo. Io non aspiro a esplorare la mente umana e a farmene una mera teoria esistenziale; vorrei soprattutto sollevarla dal suo ingrato compito, e insegnare al mondo a vedere al di là. Forse è proprio questo ciò che si voleva a me il giorno in cui fui visitato dalla misteriosa “assenza” che mi infettò la vita. Sono passati più di quindici anni, eppure la memoria è più viva che mai. Qualcosa mi chiama ancora, e più forte di prima... Alessandro Metelli interruppe l'email settimanale alla sua professoressa di storia della filosofia, proprio quando stava per rivelarle ciò che sempre le aveva taciuto, sin dalla prima volta che avevano iniziato con le loro informali “dispute filosofiche”, durante le ore di ricevimento. La signora Flores vedeva in lui un talento ancora in nuce, un “critico dell'anima” da aiutare a venir fuori; quanto al suo allievo, a lui importava soltanto avere qualcuno che lo ascoltasse, e gli permettesse di rileggere il suo pensiero, le sue conclusioni, e di proseguire per la sua strada senza che nessuno lo accusasse di parlarsi da solo come un idiota. Ad Alessandro non importava il pensiero altrui: lui voleva soltanto capire cos'aveva dentro, ciò che covava, appena dormiente, sin da quando cominciavano le sue memorie di bambino. Guardò lo schermo del computer, aspettò di capirci qualcosa, poi rilesse ancora una volta e mutilò l'email di un buon terzo. La spedì evitando qualsiasi accenno alla sfera, o alle viscere che gli parlavano della sua missione. Gli ribolliva il sangue, ma questo era meglio non dirlo; aveva già osato troppo con quella donna, e l'unica cosa che ne aveva ricevuto in cambio era stata una compassione appena velata, un invito pietoso a tirarsi indietro e a rigettare quello stato nocivo d'esaltazione mentale. “Abbandonati. Inspira, espira, e lascia andare tutto il dolore del mondo. Svuota la mente, concentrati sul respiro e fai spazio nella mente. Inspira, espira. Aria pura.”, le aveva detto lei durante una delle loro passeggiate al Parco Virgiliano. Lui allora aveva provato a lasciarsi andare, ma invece del nulla aveva sentito i suoi polmoni molli e umidi che si gonfiavano, e si sgonfiavano, e gli ricordavano che dopotutto lui non era che una poltiglia d'organi al carbonio. No, non era quella la strada giusta. Non era solo lui a dover lasciar andare. Era tutta la realtà intorno a lui. Tutto il mondo e l'universo intero dietro di lui; erano tutti gli uomini. Insieme, per sempre. Dopo aver inviato l'email, il ragazzo chiuse il portatile e restò qualche tempo seduto alla scrivania. A metà giugno, le condizioni meteorologiche si erano assestate su miscuglio letale di umidità e calura. Era dottore da appena una settimana, e gli sembrava già un'eternità; che avrebbe fatto, d'ora in poi? Suo padre aveva già suggerito le prime opzioni. Avrebbe potuto iscriversi alla scuola d'abilitazione all'insegnamento, oppure preparare qualche colloquio con una scuola privata... Al limite poteva tentare con qualche master o una seconda laurea. La vita era piena di orizzonti e strade diverse; aveva ancora una cinquantina d'anni davanti a sé. Anche con una modesta laurea in lettere classiche, c'era abbastanza materiale per sognare, e iniziare a oliare gli ingranaggi per farli combaciare a quelli del mondo adulto intorno a lui. Spinse indietro la sedia bilanciandosi contro la scrivania, e per qualche secondo lo spostamento continuò nella penombra della stanza. Le tende ondeggiavano alla lieve brezza che proveniva dalle imposte socchiuse. Che avrebbe fatto? Qual era la decisione giusta? Era in uno stato di cronica eccitazione da un paio di giorni. Decine d'anni gli gravavano sulle spalle, e lui avrebbe potuto fondarvi sopra un impero. Sogni di ricchezza, di potere illimitato, di celebrità incondizionata agli occhi dei contemporanei. Alessandro Metelli il visionario, Alessandro Metelli il fondatore della nuova religione del millennio. A soli ventiquattro anni, era già stato investito dal fuoco divino; gli sembrava che lo stesso Cristo avesse cominciato a predicare soltanto passati i trenta. Si lasciò trasportare in alto, pur sapendo che di lì a poco si sarebbe sentito un inutile escremento della storia; si rinchiuse nella sua torre d'avorio, e salì a chilometri d'altezza. Chiuse gli occhi: ecco, così andava meglio. Non era più nipote di contadini, figlio di operai, futuro impiegato statale e orgoglio della feccia da cui era nato. Non era più un ragazzo sostanzialmente solo e incompreso, che si nutriva di inganni della mente per dare un senso a un'esistenza che altrimenti gli sarebbe apparsa come il più crudele dei tradimenti. Ora era sparita anche la penombra, la scrivania, il letto disfatto da cui si era alzato due ore prima, il pavimento coi segni delle scarpe nuove. Erano spariti i libri, il computer, le memorie degli ultimi anni universitari. Era sparito anche Alessandro Metelli. Amava stare così per almeno mezz'ora, ogni giorno. Non era quella che Barbara Flores chiamava meditazione: più una sorta d'autoipnosi, una regressione al punto zero della sua vita. La visione. Allora non si sarebbe mai immaginato che quel sogno avrebbe condizionato la sua vita futura. Era stato più un incubo, e allora ne aveva avuti tanti. Erano iniziati quando avevano cambiato casa, e si erano trasferiti a Campovecchio, dove il papà aveva trovato un nuovo lavoro alla scuola del paese come bidello. Quando da piccolo gli chiedevano quale fosse a professione del signor Metelli, lui rispondeva sempre “lavora alla scuola media”, così magari gli altri bambini avrebbero pensato che era un insegnante, e l'avrebbero trattato con rispetto. Questo aveva funzionato alle elementari; sfortunatamente le medie inferiori le aveva frequentate proprio a Campovecchio, dove il padre puliva i bagni che i suoi compagni si divertivano a insozzare. Anche per questo, la cittadina dove era venuto a stare intorno ai cinque anni non arrivò mai a piacergli come la casa della nonna paterna. Nonna Bice era di Pompei, e viveva in una grande casa in campagna, dove da ragazza aveva allevato buoi e maiali. All’inizio aveva acconsentito a che i figli l’aiutassero a coltivare la terra, ma poi aveva confessato di aspirare a qualcosa di più per il suo figlio maschio. L'aveva mandato a scuola per ben otto anni, aspettandosi forse che maturasse un talento da grande uomo di scienza. Il padre di Alessandro però non aveva più voluto saperne di studiare dopo i quindici anni, e così aveva cominciato a cercarsi un lavoro (non più come bracciante, per carità) nei paesi vicini. A Campovecchio aveva fatto il meccanico, l'aiuto idraulico, l'imbianchino, il postino, e infine il bidello. Nonna Bice avrebbe voluto che sposasse una ragazza “di paese”, qualcuna con una bella casa di proprietà in centro, ed era andata su tutte le furie quando il suo secondogenito le aveva confessato di amare una bassa, ignorante e rozza ragazza di campagna (la futura madre di Alessandro), e di volerla sposare al più presto a Campovecchio. Nonna Bice non aveva mai osato insultare pubblicamente la nuora, perché sapeva di rischiare una frattura insanabile col figlio, così si era morsicata la lingua e aveva cercato di consolarsi col fatto che i novelli sposi si fossero trasferiti in un modesto appartamento delle palazzine popolari, recentemente restaurate nella parte vecchia del paese. Quando i Metelli avevano lasciato la casa in campagna, la sorella di Alessandro aveva già dieci anni, e dei loro giochi all'aria aperta, delle passeggiate al sole e delle corse a piedi nudi sull'erba aveva tratto assai più giovamento del suo gracile fratellino. Alessandro era rimasto scioccato a dir poco dal quartiere sovrappopolato in cui era capitato, dalla casa minuscola in cui si erano stabiliti, e a causa di tutti i giocattoli che si era dovuto lasciare dietro per far spazio nella sua nuova cameretta. A Monia, sua sorella, era andata meglio. Lei si era sposata a diciotto anni e ormai viveva a Milano con suo marito. Era stato facile, per lei, sistemarsi: nel Sud della penisola vigeva ancora la consuetudine della sottomissione femminile. Per certi versi era orribile che una ragazza affidasse la propria libertà, le aspirazioni e tutti i sogni di fanciulla nelle mani del primo bellimbusto che la chiedesse in sposa. Per altri, spesso Alessandro si trovava ad invidiare sua sorella. C'era qualcuno che la proteggeva, che era corso in suo aiuto per liberarla dall'atmosfera soffocante di Campovecchio, del quartiere, della loro famiglia di contadini “inciviliti”, ancora vittime dei pregiudizi e delle fobie della loro vita da novelli pseudo-borghesi. Monia era stata fortunata; era l'unica persona che lui avesse mai amato, l'unica che gli avesse reso possibile il tormento del trasloco. Certo, non è che il piccolo Alessandro avesse mai amato nonna Bice; lei era tutt'altro che una nonnina mite e amorevole, e con sua madre aveva sviluppato un legame di odio a oltranza. Passavano le giornate a ingiuriarsi e a farsi piccoli dispetti, mentre i due bambini si divertivano a vivere all'aperto, a esplorare i nidi delle formiche, a tastare la paglia nel pollaio in cerca di uova, a far volare gli aquiloni nelle mattinate ventose.
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