I.-2

2008 Words
A quei tempi c'era ancora spazio per sognare, spazio per immaginare una vita bella e serena in cui credere davvero. Nella palazzina in cui si erano trasferiti, al terzo piano di un condominio abitato da famiglie operaie o presunte tali, erano fortunati soltanto coloro che dalle finestre riuscivano ad avere almeno qualche ora di sole intorno a mezzogiorno. Gli appartamenti affacciavano su un cortile semibuio senza un solo filo d'erba verde, uno spazio in comune ormai occupato soltanto da carcasse di biciclette e da una barca a remi sposata lì in mezzo chissà da chi, chissà quando. Il ragazzo aveva rinunciato a tenere aperte le imposte già da alcuni anni, visto che la sua finestra dava proprio sulla camera da letto della sua vicina, una pettegola che si ostinava a battere tappeti e far prendere aria alle lenzuola ad ogni ora del giorno e della sera. Alessandro poteva fingere di stare da solo coi suoi pensieri soltanto ad occhi chiusi, seduto al centro della sua piccola stanza. A volte metteva anche i tappi di cera per mantenere la concentrazione. Si focalizzava sull'immagine di sua sorella, e tentava di chiamarla con la forza della mente, perché venisse a salvarlo, e a portalo via da lì. Monia aveva promesso che l'avrebbe portato con sé non appena avesse preso la laurea, e lei e suo marito avessero trovato un appartamento un po' più grande. Ma Matteo, suo cognato, non gli aveva mai confermato la promessa; ormai avevano un bambino, e un altro era in arrivo. Per Alessandro non ci sarebbe stato posto nella loro vita: avrebbe dovuto arrangiarsi, trovarsi un lavoro, accettare i compromessi del mondo e cominciare a guadagnarsi il pane. I Metelli erano passati, nell’arco di più generazioni, da contadini, a operai, a impiegati... magari suo figlio sarebbe stato un avvocato o un professore universitario. Aveva assistito a un piccolo esempio di evoluzione della specie all'interno della sua stessa famiglia. Era così che girava il mondo; perché lui avrebbe dovuto essere diverso? Perché era ossessionato da una visione onirica, invece di cominciare a scriversi un curriculum e a organizzare colloqui? Le iscrizioni alla TFA erano già iniziate; presto sarebbe stato troppo tardi per inserirsi nelle graduatorie. Alessandro aprì gli occhi, smise di respirare a fondo e di pensare al disastro della sua vita presente. Certo, quella era tutt'altro che meditazione, consapevolezza o corretta espressione dell'ottuplice sentiero buddhista; era stato lì a tormentarsi con pensieri superbi e riflessioni terrene sporche di fango, di rimorsi, d'ansie che non sarebbero state mai risolte. Non era riuscito a distrarsi; sentiva quasi l'aria che gli bruciava nei polmoni, e la testa che gli fumava. Come se non bastasse, era certo che entro pochi minuti sarebbe iniziata l'emicrania, e sarebbe stato costretto ad assumere i soliti analgesici. Detestava quei momenti. Si credeva chissà chi, e non era in realtà che un povero malato di mente, un illuso che giustificava la propria vigliaccheria con una presunta chiamata da altre dimensioni ultraterrene. Odiava se stesso, la sua mente, il suo corpo. Ma sapeva cosa fare. Aprì piano la porta della sua camera, controllò se giungessero rumori dalla cucina. Per fortuna suo padre non era in casa; sua madre era in cucina a preparare il pranzo. Il volume della tv era alto abbastanza a coprire i suoi passi lungo il corridoio; la camera di sua sorella era in fondo, accanto al bagno. Dopo che Monia si era trasferita, era stata usata come parcheggio temporaneo della macchina da cucire di famiglia, e come ripostiglio per la collezione di riviste di suo papà. Il letto, l'armadio e la scarsa mobilia erano rimasti al loro posto. Di fronte al grande specchio che ricopriva l'anta del guardaroba, era rimasto spazio a sufficienza per un vecchio tappeto a strisce. Lì sostava Alessandro, quando era sicuro di non essere disturbato. Di rado c'era bisogno di chiudere la porta a chiave. Anche in un'abitazione minuscola come quella dei Metelli, si erano creati angoli disabitati di cui alla lunga quasi nessuno si ricordava. Quello era il piccolo sacrario del secondogenito i famiglia, un luogo fisico del suo rimosso, in cui dar sostanza alle fantasie inconfessate della sua infanzia mutilata. Gli mancava quello che lui avrebbe potuto essere, e quello che non sarebbe mai potuto diventare. Gli mancava sua sorella, e la parte che sua sorella aveva in lui. Avrebbe voluto essere Monia. Avrebbe volentieri lasciato il fardello psichico di Alessandro Metelli ad un altro coetaneo, per poter essere uno dei tanti “signor Nessuno” che popolavano la Terra. Un nessuno come suo padre, un mediocre come la sua consorte... una donnina modesta e fortunata come Monia. Come ogni altra volta in cui aveva sostato di fronte all'armadio, Alessandro sentì l'improvvisa urgenza di denudarsi. Poco a poco, un indumento dopo l'altro. Quando il mucchietto fu appallottolato ai suoi piedi, restò a fissare il suo corpo snello e ben modellato, col membro chiuso in mezzo alle cosce, le spalle larghe e la schiena eretta, così come immaginava si fosse presentata sua sorella di fronte al suo sposo la prima notte di nozze. Si sforzò di modificarsi i tratti allo specchio, di cancellare le ultime tracce del figlio Metelli dall'immagine che lo rappresentava in quel momento. Scelse di non truccarsi, ma di indossare semplicemente alcuni dei vestiti della sorella. Aprì i cassetti in cui aveva frugato centinaia di altre volte, e cominciò dalla biancheria che Monia si era lasciata dietro al momento del viaggio di nozze. Infilò le mutandine, il reggiseno cadente sul petto piatto, le calze e una minigonna che lei aveva comprato da ragazza e mai indossato. Per il busto optò per una felpa autunnale, leggera e per nulla adeguata al suo fisico asciutto. Avrebbe voluto anche una maschera... almeno una parrucca. L'illusione, tuttavia, non tardò a dare i suoi frutti. Poco a poco Alessandro Metelli si dissolse. Rimase soltanto un ibrido incompiuto, una mezza coscienza leggera, intonsa, senza peso e senza passato, qualcosa a metà tra il cielo e la terra, inconsistente e affatto problematica. Si era trasformato in un essere senza missione e senza perché: l'essere informato, senza peccato. “Chi sei tu?” “Nessuno, nessuno, nessuno”. Erano bastati appena dieci minuti. Riprese a spogliarsi, rimase di nuovo nudo, androgino. A ventiquattro anni riusciva ancora a incontrare gente disposta a dargliene appena diciotto; per lui non aveva mai significato molto. In un caso o nell'altro, ci sarebbe stato sempre qualcuno che si sarebbe aspettato qualcosa da lui. Dopo l'università, un lavoro suo, una famiglia sua, e una sua vita. Ma lui voleva qualcosa in più. Quello, o niente. Quella mattina, visto che tutto doveva andare per il verso sbagliato, il suo sguardo fu catturato da una serie di fotografie esposte in bell'ordine sulla cassettiera accanto alla finestra. Erano state scattate alla vecchia casa di Pompei, quella in cui ancora abitava la nonna. Nella più grande, lui e sua sorella stavano distesi in un campo di papaveri, e il bambino soffiava una manciata di petali vermigli che proprio allora tornavano a posarglisi sulle labbra. Sua sorella cercava di imitarlo, ma non aveva raccolto abbastanza fiori. In un'altra Alessandro era più grandicello, e andava in altalena sotto un albero di gelso; di sicuro era stato in occasione di una delle loro gite domenicali a Pompei. In quel periodo vivevano già in paese, ed era raro per loro trovare un po' di spazio per rincorrersi e sudare durante la settimana. Il ragazzino dall'aria malandrina che si appendeva alle corde dell'altalena doveva avere poco più di otto anni. Quella era stata l'età del suo sogno tremendo, il periodo in cui si era insediato nel suo cervello qualcosa di talmente meraviglioso e crudele al tempo stesso, che le due qualità si erano annullate a vicenda, dando origine a una sorta di vuoto sospeso, una bolla oscura che di tanto in tanto gli si parava davanti e minacciava di risucchiarlo al suo interno. Era andato a letto come ogni sera, piuttosto tardi, dopo aver portato a termini i compiti trascurati durante il giorno, e aver recitato in fretta le preghiere del catechismo che sua madre gli aveva insegnato “come ad ogni buon cristiano”. A un certo punto gli era sembrato che qualcosa lo chiamasse fuori dalla portafinestra del soggiorno, sul piccolo balcone da cui si vedeva il solito cortile. Era giorno fatto, e il piccolo Alessandro non riusciva a spiegarsi perché nessuno l'avesse svegliato per la scuola. Non si era preoccupato di cercare sua madre o sua sorella; era andato subito fuori, dove a pochi passi dal suo naso si era manifestata una piccola sfera dorata, del diametro di pochi centimetri, che lo aveva abbagliato al punto da costringerlo a schermarsi gli occhi con una mano. Poi si era dilatata, a mezz'aria, e aveva continuato a brillare come una sorta di piccolo sole sospeso. Gli aveva parlato, o meglio, gli aveva infuso “la verità” senza parole. Era stata una trasmissione talmente diretta, “cruda”, da superare il mero canale verbale. E lui aveva creduto di aver visto Dio; a quei tempi si era convinto di aver avuto la sua vocazione e che il Signore fosse sceso dal cielo per comunicargli il suo invito al sacerdozio. Era corso in casa, dove aveva trovato sua madre a stirare come se niente fosse, e le aveva gridato: “Ma', l'ho visto! L'ho visto, finalmente! Mi è apparso!”. Non aveva specificato chi, e stranamente si era espresso come se stesse aspettando quella visione da tempo. Poi si era svegliato, e aveva cominciato a gridare nel buio. Non era raro che avesse gli incubi, da bambino, ma erano anni che non aveva urlato a quel modo per svegliare i suoi genitori. Aveva smesso di piangere soltanto quando sua madre era entrata nella sua stanza, si era inginocchiata accanto al letto e aveva cominciato a carezzargli la fronte per scostargli le ciocche nere appiccicate dal sudore: - Non è niente, Ale. Sta' tranquillo. Non era vero niente. Era un brutto sogno. Ora è finito, Ale. Sua madre non aveva mai pronunciato la parola incubo. Lei preferiva i “brutti sogni”, una sorta di illusioni notturne finite nel modo sbagliato; qualcosa da correggere da svegli o di cui, semplicemente, dimenticarsi. Il piccolo disperato si calmò soltanto quando lei gli promise di guardarlo riaddormentarsi, con la luce accesa. Il giorno dopo, l'incubo era già lontano. Era rimasto solo il messaggio, sotterrato da qualche parte dentro di lui. Recentemente era tornato, vivido e spaventoso come il primo giorno, veicolato da nuovi sogni, pensieri molesti nati appena dopo il primo assopimento, e che lo proiettavano nella casa di sua nonna, all'epoca in cui, bambino inconsapevole e spensierato, le sue uniche preoccupazioni erano quelle di rientrare in casa prima di tarda sera, e non avvicinarsi troppo ai grossi massi per paura delle vipere. Da un anno a quella parte, Alessandro aveva sognato di guardare dalla veranda della nonna, quella che dava sul giardino fiorito di qualche nuova specie di pianta ornamentale in ogni stagione dell'anno. Nei sogni era notte, e sempre qualcosa lo osservava dalla finestra. Non era una sfera, non brillava, non gli comunicava nulla almeno a parole. Poteva ben dire che era lì per lui, ma stavolta era troppo spaventato per avvicinarsi, e uscire a vedere in giardino. La sagoma era indefinita, ma lo guardava da una sorta di frattura nello spazio, a mezz'aria, in cui era apparsa. Dal nulla. Quando si era svegliato dopo l'ultimo sogno, un paio di settimane prima Alessandro aveva riprovato un'ombra del terrore che l'aveva colto da piccolo. E aveva ricordato, e col ricordo era giunta la certezza che c'era un motivo sconosciuto e importantissimo che legava quei sogni tra loro. Aveva cominciato a guardarsi intorno, a sentire qualcosa dentro, un punto vuoto al centro del cervello dov'era custodito il messaggio della sfera solare sul balcone. Una volta, mentre si recava all'università per uno degli ultimi colloqui con la Flores, si era fermato in mezzo alla strada perché all'improvviso aveva creduto di scorgere un punto nero proprio al centro del suo orizzonte visivo. Qualcosa che riguardava l'occhio, e non il traffico congestionato del capoluogo campano. Lui però aveva allungato il braccio per afferrare l'oggetto oscuro; era riuscito a smuoversi soltanto quando una cacofonia di clacson l'aveva riportato alla realtà. Lentamente, l'indefinibile forma sospesa si era rimpicciolita fino a sparire. Lui si era sentito sempre peggio; aveva salito gli scalini della Federico II quasi a occhi chiusi, terrorizzato dall'incubo che all'improvviso aveva investito anche il suo universo cosciente. Le ombre avevano cominciato a calare anche sul giorno.
Free reading for new users
Scan code to download app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Writer
  • chap_listContents
  • likeADD