- Questo è ciò che chiamiamo vita, Alessandro. Occorre sacrificare, lasciar andare, per vedere a fondo. Abbandonare il linguaggio erroneo dei sensi.
- È proprio quello che ho usato per vedere la verità! È attraverso gli occhi che mi è apparso il nulla!
- Vedi? È qui il problema. Non puoi usare i tuoi sensi, la verità non può aver nulla a che fare col mondo concreto. Forse un giorno avrai buone possibilità di diventare un arhant, e ti ho già detto quanto sarei orgogliosa se tu davvero diventassi così saggio. Ma devi abbandonare le tue fantasie, Alessandro. Promettimi che lo farai. Non ho altri da dirti se non consigliarti di cercare a fondo, dentro di te.
- Ho visto il cielo, il cielo spaccarsi sopra di me... - si incaponì lui. La professoressa non l'avrebbe mai creduto.
- È bellissimo, Alessandro. Davvero. Ma la verità è al di là delle tue splendide immagini.
Raccolse una pila di opuscoli disseminati alla sua destra; parecchi di quelli che lo stesso Alessandro conservava in uno dei cassetti della scrivania. Cimeli di una vita passata ad ascoltare falsi maestri, principi di un messaggio avvolto in strati e strati di parole. Il suo messaggio correva invece sulle ali del vento, lo sentivi nelle vene, anziché in un impulso elettrico nel cervello.
- Faceva freddo, freddo, freddo. E lei pensa che me lo sia sognato?
- Eri agitato. Ci sta, se credevi fermamente di vedere quello che hai visto.
Non sapevano più che dirsi; lei sistemò gli opuscoli in una capiente borsa di canapa. Era il segnale che era pronta per andarsene e chiudere a chiave lo studio. Quello era stato il più infruttuoso di tutti i loro dialoghi. Forse era inutile anche continuare a mandarle lettere attraverso la posta informatica.
Una foglia di nespolo si attaccò ai vetri della finestra socchiusa. Una folata di vento penetrò nella stanza, rinfrescando l'ambiente che cominciava a risentire della calura pomeridiana. La foglia tremò, poi si posò sul davanzale. Alessandro la osservò con gli occhi pieni di lacrime.
- Lei pensa che io sia solo uno schizofrenico. - trovò il coraggio di dirle, per gettarle addosso un macigno appena prima di lasciarla. Non voleva che pensasse che lui fosse talmente stupido da essersi fatto convincere dopo solo una mezz'ora di chiacchiere inconcludenti.
- Ho detto mai questo? Stai di nuovo riflettendo troppo, e a sproposito.
- Un po' toccato, allora.
Evidentemente la Flores lo trovò divertente, perché mise di nuovo in mostra la dentatura bianchissima.
- Se anche entrambi fossimo un po' folli, che male ci sarebbe? Non saremmo limitati come la maggior parte degli uomini che ci vivono accanto. Quanti di loro hanno visto il cielo spaccarsi, per poi raggiungere l'illuminazione?
- Anche loro vedranno, un giorno.
- Alla fine del loro samsara, senza dubbio.
- Avranno freddo, vedranno buio, si faranno leggeri e inconsistenti come l'aria.
- Come l'aria... un altro bel paragone.
- Dico sul serio, invece. Come l'aria.
La Flores lo premiò con un sorriso indulgente, lieta almeno che non si fosse messo a frignare come un ragazzino. A dire il vero l'aveva delusa; si aspettava quasi che fosse venuto all'università per rivelarle qualche buon proposito per il futuro. Avrebbe potuto intraprendere la carriera di ricercatore; molti studenti del primo anno avrebbero beneficiato del suo modo “aperto” di vedere le cose, di smascherare i canoni artefatti del pensiero razionale, di interessare e ammaliare le menti non ancora formate. Avrebbe potuto affidargli qualche seminario in seno al suo corso di filosofia; sarebbe servito, se non altro, a togliergli dalla testa tutte quelle costruzioni astratte da romanzo fantasy.
- Perché non vieni a farmi compagnia all'incontro di oggi pomeriggio? È una riunione informale con parecchi dei miei vecchi studenti... - cominciò, sperando di distrarlo. Alessandro era impallidito di colpo, forse deluso anche lui dall'incomprensione reciproca. Quando lo vide tremare e battere i denti, la Flores si alzò in piedi, lo chiamò ancora e preoccupata gli prese una mano. Era gelata.
- Non ti senti bene? Vuoi che chiami a casa?
Fuori il vento cominciò a fischiare; altre foglie oblunghe si attaccarono al vetro e poi strisciarono via. A un tratto le imposte si spalancarono verso l'interno e una folata d'aria fredda sollevò in aria le decine di fogli, d'ogni colore e dimensione, sparsi sulla scrivania e sugli scaffali dell'insegnante. Barbara Flores si coprì gli occhi d'istinto; era come se mille lame invisibili tentassero improvvisamente di graffiarle le mani e il volto. Corse alla finestra e a capo chino afferrò le imposte per richiuderle.
- Dev'essere andato in tilt qualche impianto di condizionamento. - pensò a voce alta, consapevole di suonare ironica.
Quando si voltò, la porta del suo studio era aperta. Alessandro Metelli se n'era andato senza neppure salutare.
Intorno a mezzogiorno il sole batteva con più violenza sul piazzale antistante l'università. Napoli era già una città che si apriva al turismo balneare, e tutti giravano a mezze maniche o in canottiera nonostante di mattina presto facesse ancora piuttosto fresco. Ariel si sedette su una delle panchine del corso, sotto un albero moribondo che non si era rivestito di foglie per quella stagione. Prima o poi avrebbe dovuto essere sostituito, ma questo rendeva la panchina più esposta delle altre ai raggi del sole al picco. Faceva abbastanza caldo da sciogliere il gelato in mano a due bambini di quattro o cinque anni che guardavano Alessandro senza il minimo interesse, leccandosi le gocce di panna dalle dita. Il ragazzo tremava; una donna in calzoncini uscì dal bar di fronte e si avvicinò di fretta ai bambini per trascinarli via.
Il sole gli rischiarava la pelle delle mani, ma lui poteva lo stesso vedere le vene azzurrognole che percorrevano i polsi, si immettevano nelle articolazioni della mano, si diramavano fino a diventare sottilissime in corrispondenza dei polpastrelli. Leggere. Alessandro Metelli non era mai stato tipo da diete o rigide regole alimentari; era quasi sicuro che invecchiando sarebbe diventato obeso come suo padre o leggermente in sovrappeso come sua madre. Anche quella mattina aveva fatto colazione con latte, miele, cioccolato e biscotti. Ne aveva bisogno per affrontare la scarpinata dalla stazione all'università; il caldo gli abbassava la pressione. In quel momento, tuttavia, si sentiva a stomaco vuoto. Era come se avesse compiuto uno sforzo disumano per alzarsi dalla sedia nello studio della Flores e trascinarsi via, prima di esplodere in un attacco d'ira che avrebbe rovinato per sempre i rapporti tra insegnante e allievo. Appunto, in quel rapporto ricercato e costantemente sul filo di cotone, lui era rimasto uno studente capriccioso e assolutamente inaffidabile. Lei aveva sostenuto che “forse”, col tempo, avrebbe potuto diventare un arhant, un saggio superiore, soltanto un gradino più in basso rispetto all'Illuminato.
Distese le dita e le contrasse, cercando di scaldarsi. Era come se quella boccata d'aria gelata gli avesse infilzato di spilli le vie respiratorie; tossì invano per riempirsi i polmoni d'aria calda, torrida. Un uomo di mezz'età, pelato e col ventre voluminoso che usciva fuori dai calzoni, passò trascinandosi sulle scarpe da ginnastica, detergendosi la fronte con un grosso fazzoletto già infradiciato. Sotto le maniche della camicia bianca, due evidenti chiazze di sudore raggiungevano quella più ampia dietro la schiena. Una coppia di anziani passò schermandosi dal sole con un sottile ombrellino di seta. Alessandro pensò che era tutto molto pittoresco; ma faceva caldo, insopportabilmente caldo. Doveva essere davvero nervoso per avere così freddo. No, non nervoso. Come gli aveva detto la sua vecchia professoressa? “Agitato”, già. Agitato era la parola giusta. E molto, troppo affamato.
Si alzò in piedi tenendosi con la mano destra contro il tronco rugoso dell'albero; le dita gli sembrarono assolutamente inerti. Se fosse stato nel pieno di una tormenta polare, avrebbe temuto di essersele congelate. Assurdo; era troppo giovane per aver un infarto. Nel mezzo di una strada affollata di studenti e turisti stranieri, poi. Mise un piede davanti all'altro, lasciò la presa. Ecco almeno poteva spostarsi fino a uno dei tavolini interni del bar. Si sarebbe seduto e avrebbe aspettato il cameriere per l'ordinazione. Quand'ebbe raggiunto la soglia, una matricola gli tagliò il passo per poco non gli riversò sulla camicia una lattina di coca-cola gelata. Fu abbastanza per fargli perdere l'equilibrio già precario, e farlo cadere all'indietro. Aspettò l'impatto della testa contro i sampietrini del marciapiede, ma un paio di braccia lo afferrarono per le ascelle, e lo rimisero in piedi con la stessa prontezza con cui aveva rischiato l'incidente. I riflessi del suo salvatore erano stati così pronti e scattanti che gli avventori, oltre al barista, scoppiarono in un applauso entusiasta in suo onore.
- Guarda chi si rivede. - commentò una voce nota alle sue spalle.
Alessandro lo riconobbe dai vetri dietro il bancone del bar di fronte a lui. Era Gennaro, detto Jenny, uno degli studenti che gli avevano fatto la corte al primo seminario di filosofia. Era uno di quelli che si era illuso che fosse gay basandosi sul solo indizio che a vent'anni non avesse ancora la ragazza. L'ultima volta che si erano visti Alessandro gli aveva detto chiaro e tondo che non era attratto dai tipi effeminati come lui. A quanto pareva, l'aveva presa abbastanza bene. Se non altro era un tipo solare e perennemente ottimista. Ad Alessandro, come a tutti quelli che l'avevano come semplice amico, non era mai stato antipatico.
- Grazie. Non credo di sentirmi troppo bene. - disse a mo' di saluto, sforzandosi per far uscire chiara la voce.
- Ci credo sembri un cadavere. Sembra che ti hanno appena scongelato come un merluzzo. Si può sapere da dove vieni?
- Sono stato a colloquio con la Flores. Poi...
- Capisco. Quella mette i brividi peggio di un climatizzatore a zero.
Sorrise e gli passò un braccio attorno alle spalle come se niente fosse. Poi lo fece accomodare a uno dei tavoli accanto alla vetrina come se il bar gli appartenesse di diritto. Alessandro si godette il contatto con la pelle accaldata del suo amico; non poteva credere di essere circondato da persone sudate e boccheggianti, in quella che secondo le previsioni doveva essere la prima giornata con temperature tipicamente estive in quell'anno.
- Ero entrato per prendere qualcosa da mangiare.
- Scegli quello che vuoi, offro io. - rispose pronto l'altro.
Non era affatto cambiato dall'ultima volta che l'aveva visto. Sorriso ingiallito da caffè e tabacco, capelli lunghi e mossi, baffetti curati al dettaglio appena sopra la linea del labbro superiore. Se non fosse stato per il naso troppo pronunciato e il mento rientrante, sarebbe potuto passare per un ragazzo piacente. Del resto la sua contagiosa simpatia avrebbe compensato bel altri difetti. Alessandro si ritrovò per l'ennesima volta a cercare un motivo per cui sin dall'inizio si fosse imposto di rifiutare le attenzioni (fin troppo manifeste) di Jenny. Non gli erano mai piaciute le ragazze in “quel” senso, d'accordo. Ma neppure si sentiva attratto dalle persone manifestamente (o velatamente) omosessuali. A lui interessava umiliarsi in qualsiasi rapporto amoroso; la passione sessuale era uno sfogo che gli avrebbe permesso di recitare la parte della vittima, dell'offeso, del senza nome, del “niente e nessuno”.
Addentò l'ennesimo cornetto al cioccolato della giornata senza fare troppi complimenti, sotto gli occhi apertamente adoranti del suo benefattore.
- Si direbbe che non mangi da una settimana.
- Mi sono messo a dieta.
- Beato te che sei bellissimo sia robusto che a stecchetto. Io sembro un cesso in ogni versione.
- Non sei un cesso, Jenny.
- Invece sì. Altrimenti mi fileresti almeno di striscio.
- Ne abbiamo già parlato...
Alessandro di guardò intorno, terrorizzato al pensiero di incrociare lo sguardo indiscreto di qualcuno ai tavoli vicini. Fortunatamente, lo spuntino ipercalorico stava assolvendo pienamente il suo compito: un meraviglioso senso di tepore si stava diffondendo dallo stomaco a tutti gli organi interni. Decise di ordinare anche del caffè caldo, e dell'altra cioccolata in tazza.
- Dimmi almeno se stai con qualcuno. - insisté il suo amico. Non aveva neppure toccato la sua brioche; pareva che stesse aspettando quel faccia a faccia da mesi. Non dispiaceva neppure ad Alessandro: qualsiasi diversivo era gradito, se serviva a distogliergli la mente da ciò che aveva vissuto negli ultimi giorni.
- Con nessuno. Non credo di esser fatto per la vita di coppia.
- È perché non sei mai stato innamorato. - ribatté pronto Jenny, roteando gli occhi lentamente, con aria sognante.
- Forse non sono fatto per l'amore.
- Questa è bella. Dicono tutti così, finché non arriva la persona giusta. Allora capirai, e mi ringrazierai.
Gli fece l'occhiolino; Alessandro sorrise per la prima volta da molti giorni.
- Se potessi scegliere qualcuno con cui stare, vorrei un persona che mi capisse al volo, e senza che debba faticare a convincerla che tutto quello che dico o sento corrisponda a verità.
- Mettimi alla prova... - buttò lì l'altro.
Grazie al suo vecchio compagno di studi, quel giorno Alessandro rientrò a casa d'umore assai migliorato rispetto a quando era uscito. Le sue aspettative riguardo al colloquio con la Flores erano state disattese, ma in compenso aveva avuto la conferma che al mondo ci sono centinaia di milioni di altre persone, uomini e donne che avrebbe potuto convincere, che magari avrebbero sperimentato le sue stesse esperienze “ultrasensoriali”. Era troppo azzardato sperare che un giorno avrebbe manifestato fuori da sé quello che al momento parevano essere soltanto scherzi della sua mente? Magari Jenny aveva ragione; se si fosse innamorato di qualcuno e fosse stato ricambiato, sarebbe stato il primo passo per la condivisione del suo messaggio. L'altro gli avrebbe letto nella mente, l'altro avrebbe prima capito, poi “sentito”.
Trascorse il pomeriggio comodamente seduto sulla poltroncina girevole della sua scrivania, di fronte al pc, deciso ad esplorare le sue possibilità di trovare l'amore nello sconfinato universo cibernetico. Dopo aver chiuso a chiave la porta della sua camera, entrò in chat usando uno dei suoi nickname più volgari ed evocativi. Lasciò il suo cellulare a pervertiti che lo contattarono con l'unico scopo di ascoltarlo gemere come un travestito. Riattaccò e pianse dopo l'orgasmo. Poi dovette rintanarsi sotto le coperte per combattere la sensazione di gelo che era tornata a nascergli in fondo al cuore.