II.-2

2003 Words
La spaccatura nella sera sopra Pompei si rimarginò poco a poco. Leggeri strati di nubi si fecero più pressanti ai margini, il nero impenetrabile impallidì e si spense sotto l'insistenza dell'incendio che ormai aveva invaso il resto del cielo. Finì così com'era cominciato. Alessandro fu assalito da un'insopportabile malinconia; dovette farsi forza per avvicinarsi allo sportello della biglietteria e spingere i soldi attraverso l'apertura. L'impiegato neppure lo degnò di uno sguardo; tutto era tornato alla normalità. Rientrò a casa senza fare rumore; più tardi avrebbe detto a sua madre che non aveva voglia di cenare. Si spogliò e si infilò sotto le lenzuola evitando di accendere la luce; voleva godersi ancora per un po' il ricordo dell'ennesima visione. No, non era schizofrenia, non erano allucinazioni e nemmeno i sintomi dello stress da troppo studio che gli aveva prospettato Laura. Era tutto troppo bello per non essere reale. Corrispondeva a ciò che aveva sempre sentito dentro, e che non era mai riuscito a comunicare neppure a se stesso. Il lunedì successivo era giorno di ricevimento per la sua insegnante. Nonostante Alessandro si fosse ripromesso di non mettere più piede all'università dopo la seduta di laurea, si costrinse a violare quell'istintivo proponimento per avere un primo confronto su ciò che pensava di aver visto. La domenica era trascorsa senza che si ripetesse assolutamente nulla di quanto si era aspettato; forse era stato lui stesso a impedirlo, perché in un certo senso era ancora spaventato dalla potenza della visione, e temeva che voci come quella ascoltata in sala confessione potessero riempirgli la testa al punto da spazzargli via la ragione necessaria per continuare a vivere tra i suoi simili. Cosa sarebbe successo se non l'avessero più considerato come loro pari? C'era anche il rischio che nessuno mai potesse vedere quello che aveva percepito lui, e così sarebbe rimasto per sempre, ai loro occhi, come una sorta di falso profeta di sventure. Avrebbe potuto annunciare la fine del mondo, e tutti sarebbero rimasti impassibili a scuotere la testa e a compatirlo. Per questo aveva anche rinunciato a contattare Monia, per evitare che la sorella confidasse tutto a sua madre. Anche a distanza, c'era ancora un rapporto assai forte tra le due donne, e lui non poteva correre il rischio che la sua famiglia si preoccupasse troppo per lui, almeno non prima che tutto fosse stato adeguatamente “verificato”. L'università, nelle ultime due settimane, era rimasta così come si era illuso di lasciarla per sempre nei suoi ricordi: un ateneo pieno di studenti inconsapevoli della vanità dei loro percorsi di studio, coi cervelli pieni di nozioni inutili che avrebbero dimenticato di lì a qualche anno, e di esperienze che avrebbero solo rievocato quando sarebbe stato il momento di rimpiangerle in età più matura. Di quegli studenti, fino a qualche mese prima lui era stato uno degli esempi da imitare: ottima media negli esami, tempismo perfetto di preparazione tra una prova e l'altra, e rapporto privilegiato con alcuni dei docenti più esigenti. Amava davvero quello che faceva, e trasmetteva la sua passione anche a chi lo esaminava. Se solo avesse sospettato quello che c'era dietro; se solo avesse potuto trovare le parole giuste per comunicarlo con la stessa facilità con cui discuteva di autori del passato o di storia greco-romana. Per i corridoi del primo piano forse il caos era un po' meno evidente, perché mancavano soltanto pochi esami prima della pausa estiva, e i pochi ritardatari erano di passaggio per chiedere le ultime delucidazioni sui programmi di anni accademici passati. Un vecchio compagno di corso intercettò Alessandro di sfuggita sullo scalone centrale. Lo inseguì per fargli ancora le sue congratulazioni per la seduta di laurea, e scusarsi per non aver potuto partecipare. Gli chiese se non avesse già iniziato a prepararsi per il TFA, se avesse già ricevuto offerte di insegnamento in qualche prestigiosa scuola privata, magari del Nord Italia. No, no, no. L'interpellato cercò di dominare l'impazienza mentre rispondeva a tutte quelle domande scontate. Si era dileguato dalla Federico II appunto per evitarle, ed essere importunato il meno possibile; quello era un capitolo della sua vita che avrebbe tanto voluto dimenticare una volta per tutte. Lo aspettavano ben altre cose in futuro; faccende ben più importanti che un'infinitesima particella dello scibile umano. Si liberò come meglio poté del suo molestatore, e riuscì a raggiungere senza altri incontri importuni il dipartimento di filosofia. Lì non c'era molto traffico, al contrario di dipartimenti più “alla moda” come psicologia, lingue, giurisprudenza. Trovò la professoressa Barbara Flores seduta alla sua scrivania, nello stanzino che era riuscita ad ottenere come suo studio personale, e che aveva immediatamente riempito di cimeli orientali, stampe giapponesi o tibetane, e un'infinità di testi su buddhismo, confucianesimo e induismo che straripavano dagli scaffali, finendo per invadere il poco spazio ancora disponibile sulla scrivania. La Flores era immersa nella lettura di una qualche tesi di laurea, magari una di quelle che uno studente affezionato aveva riscritto per la decima volta sperando di ottenere un suo valido appoggio in seduta. Era abbastanza temuta in ambiente accademico, anche se spesso le sue idee troppo originali in fatto di didattica le avevano causato diverse antipatie anche da parte dei colleghi di dipartimento. Si avvicinava alla sessantina, e una cascata di capelli bianchissimi, lisci, le affilava il volto scarno e disseminato da una ragnatela di rughe sottili, che gli marcavano i lineamenti soprattutto quando sorrideva. La cosa che di lei Alessandro ricordava più volentieri era proprio il suo sorriso aperto, mai simulato, qualcosa che regalava piuttosto raramente ma di cui nei confronti dei suoi “pupilli” non era mai stata avara. Lo salutò piuttosto calorosamente, e lo rimproverò gentilmente per non essere passato a trovarla di persona negli ultimi giorni. Il ragazzo provò una fitta di rimorso per i toni saccenti che aveva usato nella sua ultima lettera, ma fu lieto di trovarla più aperta di quanto immaginasse al dialogo. Di solito la Flores era ancorata alle credenze che aveva accettato negli ultimi quarant'anni di vita, e poteva sostenere quelle convinzioni con argomentazioni che arrivavano ai limiti del fanatismo isterico, se non la si prendeva per il verso giusto. Le loro discussioni divertivano e stimolavano entrambi, a dire il vero, e allievo e insegnante non si facevano alcuno scrupolo nel difendere appassionatamente le loro posizioni in alcuni dei più spinosi campi del pensiero filosofico, fosse esso contemporaneo o vecchio di secoli. Ora però Alessandro Metelli non era venuto a trovare la sua insegnante per sottoporle l'ennesimo duello dialettico; non aveva bisogno di sciogliere un nodo apparentemente indistricabile in un settore dell'umana episteme. Quelli, si sapeva, erano solo lacci del pensiero, giochetti che migliaia di insegnanti in tutto il mondo portavano avanti per divertirsi alle spalle degli allievi o di future generazioni di lettori; uno svago della mente, e null'altro. Ora Alessandro voleva confessare, rivelare, convincere; voleva che la donna più intelligente e aperta al dialogo che avesse mai conosciuto dal vivo lo confermasse nelle sue supposizioni. Gli avrebbe detto di aver ricevuto le stesse visioni, in qualche momento della sua lunga vita? In quel caso, sarebbe stato confortato e deluso al tempo stesso. Gli avrebbe fatto piacere non essere rimasto solo di fronte a una verità più grande di lui, ma allo stesso tempo avrebbe stentato a credere che un essere umano messo di fronte alla rivelazione delle vanità del mondo, avrebbe potuto mantenere la sua personale maschera accademica in modo così disinvolto e insospettabile. Perché, d'altra parte, proprio lui avrebbe dovuto sembrare diverso da tutti, superiore o anche solo prescelto dalla forza cieca che governava i destini altrui? Cominciò col raccontarle dello strano incontro in sala confessioni, in termini più precisi di quanto avesse fatto con Laura. - Hai immaginato una donna, senza pupille e con una voce maschile? - cominciò lei non appena ebbe riascoltato il racconto per l'ennesima volta. Era assolutamente calma, e nulla lasciava trasparire il nervosismo o l'incredulità che Alessandro aveva immaginato come sua prima reazione. C'era il rischio che come al solito lei lo trascinasse all'interno di uno dei suoi soliti labirinti filosofici: ovvero il sapere fine a se stesso, perfetto in sé ma completamente avulso da ogni aggancio alla realtà materiale. - Ho visto, non immaginato. - C'è qualche differenza? - completò, sorridendo. “La differenza che passa tra il giorno e la notte.”, avrebbe voluto obiettare lui. Invece tirò un secondo sospiro e ricominciò a far valere le sue ragioni. Forse era semplicemente terrorizzato che tutto quello che aveva visto o sentito non fossero altro che i prodromi della follia. Aveva disperatamente bisogno che qualcuno gli credesse, e gli desse la conferma che era lui ad aver conquistato il segreto della vita, della morte, della materia e del vuoto in essa. - Vorrei che l'avesse vista anche lei. - Ed è come se la donna delle confessioni fosse qui di fronte a me, Alessandro, te lo assicuro. - Ma lei non crede che esista davvero! - Ciò che vediamo con gli occhi del corpo è forse diverso da ciò che percepiamo con quelli della mente? - È tutta un'illusione, lo so bene, ma... - Quindi, una tentazione della mente umana che è del tutto normale in un ragazzo dall'intelligenza così vivace come la tua. Ti ho già detto quanto abbia ammirato queste doti in te. La discussione aveva preso una piega che lui voleva assolutamente evitare. Avrebbe dato qualsiasi cosa perché lo spazio di fronte al lui si oscurasse ancora una volta, perché il cielo fuori la finestra si spaccasse, perché i capelli le si drizzassero in testa per la paura, quando avrebbe compreso l'entità del potere che gli era stato conferito. Solo a lui, non a lei. Voleva sentirsi diverso, voleva dimostrarle la sua superiorità; pregava perché fosse giunto il momento che l'allievo superasse il maestro. Ovviamente, si sarebbe ben guardato dal pronunciare in sua presenza, ad alta voce, una simile eresia. Provò ad approcciare la situazione da un diverso punto di vista: - Non dice il Buddha che a ciascuno è dato di meditare secondo le situazioni e il tipo di vita a lui più congeniali? La meditazione, in questo caso, non è una pratica distaccata dal mondo reale? Come può paragonarla a quello che io ho provato in prima persona? - In effetti tu non stavi meditando. La meditazione mira soltanto a distaccarsi proprio da quello che tu hai visto e udito. È il raggiungimento di uno stato di purezza assoluta, di pace fuori dai sensi e dagli oggetti mentali. Come vedi, non c'è alcuna contraddizione in ciò che dici di aver sperimentato. Ora so che c'è una gran confusione in quella che reputavi una scoperta inaudita, ma in fondo è così che il mondo è sempre stato. Un delirio di concetti, interpretazioni, deduzioni ai limiti dell'assurdo. Tutto quello che tu devi fare, una volta compresa l'assoluta vanità dei tuoi oggetti mentali, è compiere il passo successivo per il raggiungimento del Nirvana. Ignorare, dimenticare, ascoltare il flusso in cui tutto è immerso e continua a passare, annegare, scomparire. E il tempo e lo spazio, in tutto questo, non sono esclusi. Continuò ad intrecciare le dita delle due mani, poggiate su un paio di riviste sulla scrivania. Per un momento Alessandro ebbe paura di non poter risponderle a tono; come poteva dimostrarle che la sua esperienza andava al di là dei meri giochi della mente? Risponderle per email era diverso; poteva elaborare meglio i suoi concetti, per iscritto. In più aveva se stesso come unico interlocutore; in tal caso, domande e risposte erano annullate in nuce. Contava semplicemente la sua interpretazione. Era solo, solo con le sue visioni e le sue allucinazioni. - E se questi oggetti mentali fossero uniti ai sensi? Se la realtà in blocco cospirasse a farsi messaggera del nulla? - Nulla come assenza di pensiero? - Nulla come assenza di tutto... - In tal caso, non dovresti neppure pensarci. “Lascia andare”, dice il Buddha, “lascia semplicemente andare”, e ti ritroverai nell'anticamera del Nirvana. - Perché il Nirvana dovrebbe essere in un'altra dimensione? Perché tutto deve essere così lontano da noi, da questa realtà, dal mondo dove soffriamo come cani, e non sappiamo mai dove andare! - quasi gridò, esasperato. Lui voleva la sua verità, e la voleva immediatamente. Voleva dire di “aver visto”, e di sapere che avrebbe continuato a vedere sempre di più, sempre più spesso. Il sorriso smagliante sul volto scarno di Barbara Flores ebbe un attimo di cedimento; la sua delusione parve ad Alessandro abbastanza evidente da scatenargli dentro un'esclamazione di trionfo.
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