Chapter 9

1165 Words
Attraverso San Salvario in una Ford Capri blu targata BYZHR368Il suo corpo. Lo cura come un bonsai. Lo accarezza, lo educa, lo punisce. Le mani la seta, il volo e la morte, le gambe il giorno, gli occhi il giorno e la notte. Analinda puttana. Analinda la santa. V. l’aveva fatta scendere poco distante da casa guardandola ancheggiare lungo il barrio. San Salvario. L’aveva sempre chiamato così. Il barrio. Il cuore sporco di Torino. Ristoranti etnici, trans, mercatini, negozi di cianfrusaglie orientali, rumerie alla moda, scarperie da troie. Un giorno sarebbe arrivata la fermata della metropolitana, e forse nuove immigrazioni. Alcuni studenti vivevano in zona da tempo mischiandosi agli extracomunitari, ai clandestini e agli irriducibili vecchi di ogni quartiere di ogni città. Quelli che non abbandonerebbero le loro radici e la loro casa umida per niente al mondo. I prezzi degli immobili stavano ancora su, forse la vicinanza con il centro e l’inaugurazione del nuovo tratto della sotterranea li avrebbe ancora spinti per qualche anno; c’era un certo fermento nel quartiere. Quartiere, un piccolo cuneo stretto tra il sedime della ferrovia a lato di via Nizza e il polmone del Valentino, il parco che striscia lungo il Po. V. abitava poco distante in una zona più tranquilla e meglio frequentata, ma gli era sempre piaciuto mischiarsi tra quelle schiene. Era dalla contaminazione che nasceva la vita, sono gli incontri inaspettati che fanno fiorire nuovi innesti. Non aveva mai avuto dubbi. Evitare il contagio era come stare in un ospedale, sicuro, asettico. Ma qualcosa di troppo vicino a morire. Analinda spinse un vecchio portone di legno sotto alle impalcature. Stavano rifacendo la facciata del palazzo godendo dei nuovi incentivi regionali per i centri storici. La guardò salire le scale, ad occhi chiusi. Immaginò i suoi passi, la mano incollata alla ringhiera, il rumore dei tacchi in verticale sui vecchi gradini, i muscoli delle natiche che spingevano sotto l’orlo della gonna, i capelli che le dondolavano sulla schiena. Quando era nuda non poteva fare a meno di prenderli in una mano e tirarle la testa all’indietro. Vederla in suo possesso. Domarla. Dovette fermarsi e prendere fiato. La sua storia con Analinda andava avanti da sei mesi. Non era mai stato legato con nessuna così a lungo. V. non ne aveva la maturità, era questione di allenamento, era come camminare su un sentiero da capre lungo uno strapiombo. Stava seguendo la sua bellezza su un crine, l’avidità l’avrebbe prima o poi annientato. Aprì una piccola scatoletta argentata che aveva nel cappotto, fece una breve striscia sul cruscotto e la tirò così, senza banconota. Il cuore gli partì con un rimbalzo. La via diventò bianca e illuminata per un istante, poi tornò la notte e Torino rimise la maschera. Un tunisino che l’aveva visto sniffare si avvicinò al finestrino. V. fece scattare la chiusura centralizzata e tirò giù il cristallo di qualche centimetro. – Tutto a posto? – Bella domanda del cazzo. – Come? V. fece riscattare la chiusura centralizzata. – Cos’hai? Il ragazzo fece un passo indietro e lui lo guardò. Aveva una giacca a vento con una scritta lungo il braccio. Fall’N’ Rise. Sotto indossava una felpa con il cappuccio. Non riusciva a capire se fosse armato o meno. – Sta a sentire. Hai merda o roba buona? – Ehi, lascia stare. V. fece scivolare fuori dalla tasca un portafoglio americano ne estrasse dalla spilla una banconota da cinquanta e un paio da venti. Il ragazzo si appressò di nuovo alla macchina. – Capo. Ho roba buona. – Quanto l’hai tagliata? – No, mica taglio... – Sta a sentire. Mi hai preso per un coglione? Dimmi quanto l’hai tagliata e non pigliarmi per il culo, voglio della coca e voglio essere sicuro che non sia merda. Il ragazzo ci mise due secondi per decidere – Ok. Ne piglio tre pezzi e ne faccio quattro con la Milupa, quella per i bambini. – Almeno di corpo ci vanno regolarmente. Diciamo che pigli uno e ne fai due. Annuì. Un diamante di plastica incollato a un canino baluginò dalla curvatura dei denti. – Va bene. Quanto vuoi? – Settanta. V. aprì le banconote a ventaglio giocando la sua mano. Il ragazzo abboccò. – Con novanta te ne do due. – Bravo ragazzo. Farai strada. Valla a prendere. Il tunisino non provò a chiedergli un anticipo, V. non era un cretino. – Aspettami. Arrivo subito. V. fece un cenno di assenso e accese la radio. Nada, Ma che freddo fa. Il tipo si allontanò. V. alzò il volume e tolse le chiavi, poi scese dall’auto lasciando il finestrino laterale leggermente aperto. Lo seguì tenendosi sul lato opposto della strada e facendo attenzione a non avvicinarsi troppo. Alla fine di via Galliari il ragazzo svoltò in via Saluzzo e passò davanti al comando dei Vigili Urbani. V. si fermò dietro l’angolo e contò fino a cinque. Poi si affacciò sulla strada. Il tipo si accovacciò vicino alla fioriera del dehor di un bar. C’era una capannello di ragazzi che chiacchieravano passandosi uno spinello e non gli diedero attenzione. Lui prese un pacchettino fasciato in un sacchetto della Standa. Non fece in tempo ad aprirlo che una volante incrociò lungo l’isolato in direzione della stazione dei treni. Il tunisino si mise il sacchettino in tasca d’istinto, rintanandosi nell’androne di un palazzo. V. sorrise. Era una serata fortunata. Lo prese alle spalle senza nemmeno premurarsi di mettergli una mano sulla bocca. I tipi così sono abituati a stare zitti. Gli piantò la pistola tra le spalle. Il pusher lasciò cadere il sacchetto con la coca a terra senza farselo chiedere. V. lo perquisì distrattamente, non sembrava armato. – Ok. Mani sulla testa e dai un calcio al sacchetto. – Chi sei? – Fai un’altra domanda e ti apro un nuovo buco del culo. Il ragazzo valutò la possibilità. – Di merda ne faccio abbastanza con un solo. Il pusher si voltò, V. rise, l’ironia gli faceva sempre piacere, gli diede la mano. Il ragazzo la prese, V. la strinse e lo tirò a sé. Gli diede una testata sul naso, il tipo stramazzò a terra senza fiatare. Una piccola goccia di sangue gli fluì dal naso. – Coglione. V. controllò che non se lo fosse rotto. Poi lo perquisì sommariamente, non aveva portafogli, né uno straccio di documento. Soldi non ne trovò. Solo una collanina d’argento con un ciondolo a forma di coniglietto. Lo prese. I trofei gli erano sempre piaciuti. Celebravano il lato in ombra delle sue giornate. Lo guardò sdraiato sul pavimento. Un altro clandestino a sbarcare il lunario. Povero cristo. Gli mollò una banconota da venti. V. non aveva nulla contro di lui. Si erano solo incrociati nella giornata sbagliata. Chiuse il portone e lo lasciò in fondo alle scale. Nel sacchetto della Standa c’erano giusto un paio di pezzi e una stecca da cento di hashish. Arrivò alla macchina che ancora Nada stava cantando. “È s’alza il vento, un vento freddo, come le foglie le speranze butta giù...”. V. entrò in macchina e spense la radio. Il seguito della canzone non gli interessava. Il seguito non avrebbe mai voluto sentirlo. E ancora rimettendo in moto, pensò per la millesima volta nella giornata ad Analinda. Analinda la puta, Analinda la santa. La sua puta, la sua santa.
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