Nella stanza-deposito del condominio Morgan, corso Matteotti numero 26Giorgio Paludi prese a tossire e represse un conato di vomito. L’odore era qualcosa di incredibile, bucava i polmoni come la puntura di milioni di spilli, sembrava che un intero caseificio se ne fosse andato in malora da un decennio. L’ispettore fece scattare l’interruttore della luce, un neon corse per tutto il soffitto tagliandolo in due. La stanza era più grande di quello che ci si poteva aspettare, un rettangolo lungo almeno sei, sette, metri e largo quattro. In una fila ordinata lungo le due pareti maggiori c’erano degli scaffali contenenti circa una ventina di acquari. Gli acquari erano pieni di pesci.
– Entriamo.
Paludi si avvicinò con circospezione, pigiandosi con forza un fazzoletto sulle narici. I pesci sembravano tutti della medesima razza e stavano sul pelo dell’acqua a pancia in su. Erano morti.
Il commissario si guardò attorno. A terra erano disegnate le sagome dei due cadaveri, del fucile e dei bossoli rinvenuti. Vicino a un materasso sozzo a righe bianche e marroni la linea della donna, poco distante quella dell’uomo. Al centro della stanza tra le due file di scaffali c’era un tavolaccio di cavalletti da imbianchino e assi da impalcature. Sopra un secchio con delle frattaglie e una serie di coltelli puliti posizionati sopra ad un asciugamano. In fondo alla camera sul lato breve era buttata la rete con il materasso. Il commissario indossò i guanti di lattice e prese uno dei coltelli, non ne aveva mai visto fatti in quel modo, avevano l’impugnatura breve e la lama sproporzionatamente lunga che terminava in un punta stretta come quella di una freccia.
– Voglio sapere che razza di pesci sono. Ne porti uno ad analizzare.
– Mi sono già permesso di farlo commissario. Ne ho fatto recapitare un paio in una borsa termica a un’itterologa che collabora con noi.
– Immagino che se non ha problemi di fegato sia un’ittiologa. Metta uno di questi coltelli in una busta e lo archivi.
Nel frattempo un gruppetto si era radunato all’ingresso del locale caldaia. Un signore in giacca e cravatta tossì per attirare l’attenzione e avanzò verso la stanza dove stazionavano Paludi e l’ispettore. Il commissario gli andò incontro.
– Non ci pensi nemmeno ad entrare qua dentro. Stia fermo lì.
L’uomo si bloccò con una faccia disgustata. Aveva una spilla con tre lettere appuntata sul taschino. IHZ.
– Non ci verrei nemmeno pagato lì dentro, non si disturbi. Volevamo solo farvi notare che qui c’è un puzza incivile. Siamo un palazzo rispettabile. – Gli altri assentirono con partecipazione. – Dal cortile salgono olezzi nauseabondi fino al mio ufficio. Io lavoro con clienti di grande levatura e...
– E chiuda la finestra così risparmia sul riscaldamento. Quando il magistrato darà disposizione di rimuovere le attrezzature della stanza sotto sigillo, manderanno anche qualcuno a ripulirla. Stia tranquillo.
Il tizio si tolse gli occhiali e iniziò a strofinarli con una pelle di daino. Aveva l’aria di uno abituato a lustrare tutti quelli che si trovava di fronte come palle da biliardo.
– Dovrebbe essere un minimo più accondiscendente con me, forse non sa con chi sta parlando. Io pretendo che questa puzza finisca all’istante!
Da dietro arrivarono parole di approvazione. Il commissario Paludi si avvicinò per sedare l’insurrezione.
– Qua dentro caro signore abbiamo trovato due cadaveri. E visto che siete così solerti nel voler dare una mano a rintracciare i colpevoli domattina vi voglio tutti in commissariato alle nove in punto. E per tutti intendo tutto il palazzo nessuno escluso. Inquilini, gente che ci lavora, parenti e amanti.
Detto questo diede le spalle, rientrò nella stanza e chiuse la porta.
– Ispettore, prepari un avviso e li faccia convocare personalmente tutti quanti. Voglio sapere chi è che usava questa stanza e perché lo faceva.
Da dietro gli infissi si sentì ancora apostrofare. “Lei non ha idea di chi sono io”.
Anastasi era paonazzo.
– Che le prende ispettore?
– Temo che il notaio abbia ragione. Forse era meglio usare più tatto. Magari può crearci dei problemi, non vorrei che...
– Stia a sentire Anastasi. Tre anni fa ho arrestato il questore di Torino. Ricevo minacce un giorno sì e un giorno no. Mio figlio mi viene a trovare due volte all’anno perché ha paura di vivere nella mia casa. Ho perso molte cose per via della mia professione, ma non per questo ho mai smesso di fare questo lavoro e agli stronzi come il notaio Terminati gli caco in testa con molta partecipazione. Lei piuttosto si sbrighi a fare quelle dannate convocazioni telefoniche. Se proprio vuole, lasci stare le “amanti”.
Paludi non attese repliche e uscì dal locale caldaia a fumarsi una sigaretta. Ne aveva un dannato bisogno. Cercò di calmarsi. La rabbia gli mordeva l’ulcera. A volte trattava l’ispettore troppo duramente, come fosse un bambino. Ma lo faceva con tutti. O era supponenza o eccessiva determinazione nell’affrontare la vita. Di difetti ne aveva, anche troppi, ma ora, a quarantotto anni non tentava più nemmeno di smussarne gli angoli. Ma glielo aveva sempre detto anche la sua fidanzata, gli uomini li puoi cambiare soltanto se hanno il pannolino.