Chapter 7

759 Words
Via Pisa 42, casa di ballatoio con servitù di passaggioSolaris l’aspettò per morire. Aveva giusto alzato la testa dal cuscino sulla sedia quando era entrata e tentato un timido miagolio, poi aveva stirato le zampe verso il tepore del radiatore lì a fianco e si era messo a dormire. Miriam si accorse che il suo soriano non le avrebbe più fatto compagnia quando aveva preso la scatoletta dei croccantini e l’aveva fatta rumorosamente suonare. Solaris non era scattato in piedi, niente fusa né strascichii sulle gambe, niente pelo che rimaneva sui pantaloni e poi a voglia darci di spazzola. Il suo vecchio micio, vecchio di venti inverni, estati, autunni, e ogni primavera della sua vita da quando lei aveva compiuto quattordici anni se n’era andato dopo averla vista ancora una volta. L’ultima. Miriam non lo toccò – non osava toccarlo – le sembrava forse che lasciando perdurare quell’immagine potesse allungargli la vita perlomeno nel mondo degli uomini. – Solaris, gatto pagliaccio che mi combini. Miriam si inginocchiò di fronte a lui, aveva il solito odore forte di gerani. Non aveva perso l’abitudine di passeggiarci dentro. Quanti gliene aveva fatto seccare! Qualche volta si era preso anche un sacco di botte perché effettivamente non si era limitato solo a farci un bella camminata. Le lacrime le salirono all’orlo. – Solaris matto, adesso che gli racconto a Niky. I figli cambiano la vita. Sua madre quante volte gliel’aveva ripetuta quella frase? Ma le cose si imparano solo con l’esperienza. Gli esseri umani non sono fatti per la teoria. Miriam se ne accorse anche quella volta. Non sapeva come raccontare alla figlia che il loro amico a quattro zampe non ci sarebbe più stato, che ne avrebbero preso un altro, ma non sarebbe stato quello. Non avrebbe avuto una macchia di alopecia sulla pancia da cui si poteva intravedere la pelle perfetta e rosa. Già, Solaris aveva avuto troppo sonno. Miriam guardò l’orologio a parete, era fermo sulle sette e dieci. Poi d’istinto guardò la lavagnetta, c’era scritto “pila per orologio”. Già. Ancora. Ma non ebbe il tempo di controllare l’ora sul cellulare che squillò il citofono. Due volte. Una lunga e una corta. Il segnale convenuto. Era la portinaia che gli mandava su il suo piccolo diavolo. Miriam si accostò alla porta di casa e l’aprì di un soffio per non fare entrare l’aria fredda e umida del vano scala. Il giorno che arrivava la bolletta del riscaldamento era sempre una brutta giornata. Probabilmente Niky aveva preso una bella sgridata dalla maestra, all’asilo: non stava facendo gli scalini di corsa come suo solito, se ne saliva lentamente e rasente al muro. Nicole spuntò al pianerottolo con la corona di capelli riccioli scuri tutti scompigliati, e la fascetta rosa – Pink! Come la pantera – diceva lei, – e come la cantante – alla testa. – Sono raffreddada. E se ne entrò in casa. Miriam la seguì nel piccolo soggiorno. Nicole lasciò la giacca sul tappeto e corse a sdraiarsi sul letto. Avevano una sola stanza, per cui dormivano assieme in un letto matrimoniale, ma il lato della figlia era facilmente riconoscibile pieno zeppo com’era di pupazzi e peluches d’ogni sorta. Miriam tastò la fronte della bambina. Scottava. Non era solo raffreddore doveva essersi presa una bella influenza. Sperava soltanto che tutte le cose che stavano dicendo in giro sui giornali e alla televisione in merito al nuovo virus stagionale fossero soltanto falsi allarmismi. L’aiutò a spogliarsi e mettersi il pigiamino, la mise sotto le coperte senza troppa fatica. – Ce la misuriamo la febbre, angioletto? Nicole fece un adorabile broncio e Miriam desistette subito. – Ok. Adesso ti fai un bel sonnellino. La bimba assentì con il capo. – Buonanotte mamma. – Buonanotte spennacchiotto. – Miriam controllò che la figlia fosse ben coperta e poi inserì la luce notturna nella presa e si avviò verso la cucina. – Mamma... – Sì? – Non ho detto buonanotte al gatto pagliaccio. Miriam ebbe un piccolo sobbalzo al cuore al pensiero di Solaris ancora acciambellato sulla sedia sotto al tavolo della cucina. Avrebbe dovuto dirglielo prima o poi. O forse no. Forse certe cose non bisognerebbe mai dirle. – Gliela do io la buonanotte al gatto pagliaccio. Dormi adesso. Miriam chiuse la porta e si sedette per terra a gambe incrociate. Sopra le mensole della libreria c’era un dito di polvere. E anche sul televisore, sul tavolino, sulla scarpiera. Polvere dappertutto. Era una settimana che non aveva nemmeno il tempo di fare i lavori di casa. A volte si chiedeva quale fosse il motivo per cui viveva. Ma la risposta ce l’aveva alle proprie spalle. Sua figlia si era già addormentata. Lo poteva riconoscere dai respiri che si erano fatti più lenti. Un fiato alla volta sempre più distanti verso il mondo dei sogni.
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