Chapter 6

804 Words
Una cantina, corso Matteotti numero 26, condominio MorganIl commissario arrivò sul luogo del delitto che ancora l’ispettore non si vedeva. Non faceva propriamente freddo, ma l’umidità eccessiva accentuava la percezione della temperatura e la incollava sotto i vestiti come una calza a maglia. Paludi si ricordò di non avere ancora acceso il cellulare da quando era sceso dall’aereo. Ecco perché Eva non si era ancora fatta sentire. Durante tutta la vacanza ai Caraibi l’aveva elargito di un ironico “divertiti” il giorno della partenza, poi nulla fino ad allora. Appena arrivato aveva anche provato a chiamarla per dirle che il viaggio era andato bene, faceva caldo, l’albergo era un formicaio, una ragazza pelle e ossa vendeva manì sulla carretera e c’era pieno di froci che facevano i guardoni nascosti nei giardini. Insomma era tutto a posto. Ma aveva dovuto dirlo alla segreteria telefonica. In corso Matteotti era l’ora della pausa pranzo, gli avvocati e le segretarie uscivano a frotte in direzione dei bar disseminati come trappole su corso Re Umberto, via Avogadro e San Quintino. C’era l’inaugurazione di una mostra sui fumetti di Vittorio Giardino alla Galleria d’Arte Moderna e s’intravedeva anche qualche intellettuale tirato a lucido. Il commissario si concesse un caffè lungo e un club sandwich. Notò subito che l’avevano preparato con il cotto in luogo del tacchino, ed altrettanto subito notò che iniziava a litigare con il quarto di vodka che si era tracannato al mattino. Ne buttò mezzo nell’immondizia e uscì a prendere un po’ d’aria con la sigaretta penzoloni. L’ispettore arrivò cinque minuti dopo. Parcheggiò la Delta, consultò l’orologio e andò a mettere gli spiccioli nel parchimetro. La lezione gli era servita. L’ispettore era fatto così. Subito si era arrabbiato per la seccatura della multa, ma un minuto dopo i sensi di colpa per aver trasgredito ad un regolamento avevano prevalso. Si scambiarono un paio di battute avviandosi verso lo stabile. Al citofono dovettero faticare con una portinaia evidentemente sorda dalla nascita per poter accedere al seminterrato. Era un edificio signorile, la placca del citofono era dorata come una pala d’altare barocca, i cognomi erano illuminati da un led azzurrino secondo la moda piccolo borghese della capitale sabauda. Il commissario li contò. Erano ventotto interni, disposti su tre file, le due laterali da nove e la centrale da dieci. L’atrio era ampio e luminoso, una donna delle pulizie stava passando il mocio, era sudata, aveva i capelli unti legati in una treccia. Si era tinta di rosso, forse con l’henné. L’ingresso del palazzo era talmente grande che vi si sarebbe potuta organizzare una partita di pallavolo. In fondo una doppia porta a vetri, arabescata in stile liberty, dava sul cortile dove erano parcheggiate una buona teoria di biciclette. L’ispettore condusse Paludi verso le scale. Discesero di un piano e si trovarono di fronte a una porta semi accostata che consentiva l’accesso al piano delle cantine. Al di là partiva un lungo corridoio che poi svoltava a novanta gradi sulla destra e ancora dopo un breve tratto di nuovo a novanta sullo stesso lato costeggiando il perimetro del cortile condominiale. Paludi contò le porte. Erano trenta. Poi tornò indietro dall’ispettore. – Ce ne sono due in più. Anastasi scrollò il capo – No commissario. Nella numero due ci sono i contatori dell’energia elettrica e nella tre il locale caldaia. – Più ventotto fa trenta. I conti tornano. Qual è quella non accatastata? E perché non vedo i sigilli su nessuna porta? Anastasi spinse la porta del locale caldaia ed entrò seguito dal commissario. La caldaia era accesa, il bruciatore soffiava pigramente. I vasistas, in alto verso la cesura del solaio, davano sul cortile del palazzo. Un paio di estintori erano correttamente posizionati sulla parete. Il commissario si avvicinò, l’ultima revisione era stata fatta due anni prima. Paludi non stava capendo molto, poi vide la porticina sul retro della caldaia. Era parzialmente coperta da una stuoia impolverata gettata a terra, dovevano averla usata per occultare sommariamente l’apertura. L’ispettore si fece avanti. – Chi li ha trovati? – La portinaia. – Quella sorda? – Sì. – Ma se nessuno sapeva dell’esistenza di questa stanza, come se ne è accorta la signora? Sicuramente non avrà sentito qualcosa. – Stava spazzando il cortile. Si occupa anche di piccole cose domestiche oltre al servizio di portineria. – E...? – E dice di aver sentito l’odore provenire da una delle finestre. – Era aperta? – No. È infranta. – Da quanto sono morti ispettore? – Non lo so. Lucentini dovrebbe esaminarli in mattinata. – Insomma puzzavano o no ispettore? Anastasi ci pensò su. Poi dovette ammetterlo. – No. – E allora non le è sembrato strano che la signora se ne sia accorta per via dell’odore? Anastasi sorrise come un concorrente a un telequiz che sa di avere in tasca la risposta giusta. – No commissario. Non erano i cadaveri a puzzare. Paludi si stava spazientendo. Tirò fuori una sigaretta e l’appizzò. Poi si ricordò di essere nel locale caldaia e la spense strusciandola contro il muro. – E cosa allora? L’ispettore tagliò il sigillo e aprì la porta. – Non erano quei poveri disgraziati a puzzare, commissario. Li indicò. – Erano questi.
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