Onoranze funebri Abu Simbel, corso San Maurizio 45Muoriamo in continuazione e non ce n’accorgiamo.
Poi quando è finita ci sembra troppo. Troppo presto e troppo poco. Perché c’è una certa stupidità nella morte, un’assurda concezione che possa essere arrivata all’improvviso, subito, senza avvisi né cartoline di presentazione. Senza darci il tempo utile per tirare le somme e raccontare l’ultima bugia, il canto del cigno che possa dare un senso postumo alle attività che maniacalmente, ogni giorno, abbiamo svolto.
Preparare la minestra, cambiare lo spinterogeno, fare benzina, baciare tua figlia, ordinare la pizza da asporto quando il frigo è vuoto, camminare per ore, dormire sei ore al giorno, lavorarne dodici, amori e cani, staccare assegni, pagare tasse, scommesse perse, scommesse che credevamo di avere vinto, tradire uno sconosciuto per tornaconto personale, tradire la fiducia di una persona cara, tradire se stessi. E il frigo vuoto come l’anima. Le prediche dei preti nella chiesa deserta e quelle dei professori: tuo figlio non studia. Tuo figlio è uno stronzo, tua moglie ha partorito un coglione. E tu, suo padre, non sei da meno. Allora regalale dei fiori, va a pisciare la notte contro il muro della casa che hai costruito con tanto amore, allora ritorna da una serata al bar all’angolo con gli amici maledetti di sempre, ricordati di alzare la tavoletta quando torni, non fare rumore, tira la catena, usa lo spazzolone. Lavati i denti – Vorresti tanto avere il tempo di riguardarti tutta la serie di Twin Peaks, vorresti avere il tempo di far del male a qualcuno – Facciamo una tale quantità di azioni banali, ora dopo ora, ci facciamo aprire il culo in due per dei desideri così miseri. Desideri da supermercato, da montare con le istruzioni dell’IKEA come dei fottuti letti a castello. Mica siamo imperatori. Non siamo nemmeno nobili nelle ambizioni. La scherma la guardiamo in tv ogni quattro anni alle olimpiadi.
Cosa sogniamo? Soldi? Fama? Sesso? Potere? Quasi tutti non hanno niente, qualcuno ha qualcosa, pochi hanno tutto quanto per un battere d’ali. Ma tanto, poi non ci sta niente qua dentro.
Le donne spaccano i vasi contro i muri e gli uomini bevono come cammelli. Non è facile vivere. I cimiteri sono sempre pieni di individui dalle belle speranze, le mamme dei cretini gravide come storioni, il tempo ci rovina le vacanze, il mutuo ce lo siamo fatti da soli e non abbiamo i soldi per pagarlo. Gli stranieri ci fottono le macchine, ci clonano il bancomat, ci spaccano i parabrezza, ci dormono nel bagagliaio. Gli stranieri ci portano le puttane per passare la serata e muoiono stipati sulle zattere mentre tentano di attraversare il mare.
Ma a me, a me, non interessa nulla.
Da qui non mi muovo mai. Il mio negozio è il mio castello. Qua. Il mio regno per un cavallo. Chi l’aveva detto? Non è interessante. Tutto è iniziato molto tempo fa e l’ho creato dal nulla. Non ho bisogno di niente. Voi sì. Forse è vanità ma tutti voi avete, avrete, bisogno di me.
Io sto seduto. Qui. Alla scrivania. Da undici anni. Guardo avanti, spalle dritte, stesso ufficio, solita finestra. La Mole Antonelliana fuori dal palazzo. Sta lì da centocinquant’anni, sogno surreale di un ingegnere onirico. È ancora un indice semiotico nella topografia di Torino, potente cortina fittile che fa da paravento alla nebbia. Però mi piace, con quel suo profilo folle e ardito, spesso piena di cielo; o di nuvole. Una volta era l’edificio in muratura più alto del mondo. Ma nel ’53 quaranta metri di guglia crollarono nel giardino della Rai. L’hanno rimessa su con delle stampelle d’acciaio e ne han fatto l’alcova della storia del cinema. Con il suo museo di kinetoscopi e cianfrusaglie ottiche, attira frotte di turisti che mettono il naso nel reggiseno di Marilyn, nel mantello di Superman, passeggiano sotto il Moloch di Cabiria davanti agli elmetti di Guerre Stellari... Ma prima o poi qualcuno suona. Prima o poi qualcuno bussa piangendo. Allora faccio le mie più care condoglianze, e con la mano ferma, la mia stretta decisa; contratto sul prezzo – tutti contrattano sul prezzo – e riempio i miei cari mobiletti.
Tutti hanno bisogno di me. Allora sì sono un nobile, un imperatore. Con uno sguardo passo in rassegna le casse, le guardo con rispetto.
Le mie casse da morto.
Io vendo feretri, monili di un altro mondo.
Dentro ci vanno a finire gli uomini, le donne, i bambini. I preti, i tabaccai.
Dentro ci va a finire il presidente degli Stati Uniti.