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2045 Words
1 Casa Il ruggito graffiante di un motore V12 in accelerazione squarciò il silenzio inquieto del mattino. L’auto sulla quale era montato, di sicuro una Lamborghini, sfrecciò lungo Adams Street in direzione ovest e, mentre il fragore della sua corsa si perdeva in lontananza, qualcosa d’indefinibile si agitò nell’aria, creando un senso di attesa tutt’altro che promettente. Lo sguardo stanco di Gus vagò per il parcheggio dello United Center, in cui si erano dati appuntamento con il loro informatore, ispezionandolo con i suoi affinati sensi di vampiro. Non notò nulla di diverso rispetto a poco prima e la noia tornò a sopraffarlo. Scalciò una lattina vuota e la spedì ruzzolando in un cespuglio. Stava per sbadigliare un’altra volta ma, prima che potesse anche solo pensare di coprirsi la bocca, avvertì la propria testa reclinarsi, gli occhi socchiudersi e un verso sgorgare dalla sua gola, così sguaiato che, in confronto, il diavolo della Tasmania sarebbe sembrato Pavarotti. Dovette massaggiarsi la mandibola, per poco non se l’era dislocata. Gli sembrò impossibile che nessuno lo avesse udito e che i due vampiri presenti non volessero redarguirlo per i suoi chiassosi vocalizzi, eppure tutti lo ignorarono. Persino un cane randagio, che qualche metro più in là urinava sul tronco di un albero. Si stropicciò gli occhi e cercò di tenerli aperti, dandosi due schiaffetti sul viso tirato per non cadere addormentato lì dov’era. Avrebbe potuto camuffare meglio la spossatezza e fingersi interessato alle percosse e alle minacce, alle quali stava assistendo in silenzio da un bel po’, ma la buona educazione si era esaurita insieme alle sue ultime energie. Aveva sonno e fame. Sentiva il bisogno di una doccia rigenerante e, più di quello, di staccare la spina. Avvertì un fremito d’insofferenza risalire lungo la gamba destra e rivolse un sguardo preoccupato verso il cielo. Il sole stava per sorgere e, poiché minacciava di essere una giornata di maltempo, ritenne che sarebbe stato meglio non attardarsi. Le previsioni, purtroppo, annunciavano nevicate abbondanti simili a quelle del mese precedente e, in quel caso, i suoi riservatissimi, meticolosi piani per festeggiare San Valentino sarebbero andati a farsi benedire. Avrebbe dovuto darsi da fare per creare un’alternativa valida e altrettanto romantica, in modo da evitare che lui e la sua dama si riducessero a bere un misero calice di sangue in cucina. A patto di averne il tempo, la possibilità e che, al rientro, non fosse stato accolto da un’emergenza, naturalmente. Adocchiò spazientito l’orologio e si rabbuiò nel constatare che fossero già le quattro passate. La verità era che, progetti o no, cascava proprio dal sonno. Per seguire alcune piste promettenti, lui e Gina non rientravano alla base da oltre cinque giorni e, se lei si fosse ostinata a bistrattare ancora a lungo quel povero diavolo, ne sarebbero trascorsi molti di più. “Fammi provare, magari con le maniere dolci si aprirà” le ripropose, nella speranza di ottenere una risposta positiva e, soprattutto, di non farla inviperire. Gina, però, riuscì a incenerirlo con una sola occhiata di traverso: non amava essere interrotta sul più bello. Seccata, ringhiò un feroce no. “Te l’hanno mai detto che si prendono più mosche con il miele che con l’aceto? Non otterrai niente da lui, se continui su questa falsariga. Dai, spostati!” “Come credi” sibilò lei, sollevando le mani ma senza spostarsi troppo in là. Si ripulì le nocche insanguinate sui jeans scuri e attillati, poi rimase a fissarlo con evidente sarcasmo. Come se non credesse che lui potesse riuscire dove lei aveva evidentemente fallito. Il disagio e l’inquietudine di Gus raggiunsero il limite della sopportazione, ma si sforzò di non farli traboccare. “Allora, Simon, come posso fare con Lei?” domandò al vampiro accasciato in un angolo. Gli sollevò il mento ma quello si ritrasse terrorizzato. Aveva un occhio così pesto che Gus sospettò potesse già avere una frattura cranica e, poiché era un meticcio, avrebbe impiegato un po’ a guarire. “Basta, vi supplico! Ho detto tutto ciò che sapevo!” “Non è sufficiente!” gridò Gina alle sue spalle, avanzando con tale irruenza che Gus dovette respingerla in malo modo. “Hai fatto abbastanza per oggi. Allontanati e lasciami lavorare.” Lei roteò gli occhi e sbuffò. “Scusa, dimenticavo che nessuno può resistere al tuo fascino!” ironizzò, poi fece comunque qualche passo indietro. Gus non perse tempo ad analizzare il suo irritante atteggiamento né a risponderle per le rime. Era stanco di farlo e voleva davvero tornare a casa, togliersi di dosso quei vestiti che puzzavano di sangue e sudore, poi cadere a peso morto sul letto. “Riproviamoci, signor Forbes. Davvero non ricorda altro? L’uomo, quello che ha versato il pagamento per il gruppo di escort che Lei ha fornito, era un vampiro, giusto?” Simon annuì, con l’occhio sano che saettava atterrito in direzione della donna. “Almeno lo saprebbe descrivere? Altezza, corporatura, abbigliamento… Qualunque dettaglio potrebbe rivelarsi utile.” “Alto, sì. Superava i due metri.” “Doveva essere un bel bestione!” esclamò Gus, per nulla impressionato. Il meticcio però scosse la testa e si ripulì il sangue che, dal naso, era colato fin sul mento. “In realtà, no. Era un fuscello. Ho pensato che sarebbe bastata una folata di vento a portarselo via.” “Addirittura?” “Eccome! Sembrava che non mangiasse da mesi. Per cortesia, gli ho offerto da bere ma lui ha rifiutato guardandomi storto. Che diamine! Neanche lo avessi offeso con una volgare prostituta! Deve sapere” aggiunse, sciogliendo di più la lingua, “che mi prendo estrema cura delle ragazze che procuro! Mi accerto non solo che siano di bella presenza e di buona cultura, ma anche che non abbiano alcun tipo di dipendenza e che comprendano i rischi fino in fondo. Ho un team legale che si occupa solo di questo. Faccio firmare loro un accordo preventivo e, quando mi tornano indietro…” “ Se!” obiettò Gina, facendosi sotto con la sua solita aria da gradassa. “ Se tornano, bastardo di un pappone!” Simon Forbes, che fino allora se l’era fatta addosso dalla paura, si erse in tutto il suo metro e sessanta e la squadrò con alterigia. “ Quando. Quando tornano. Non è mai successo il contrario, non con la mia agenzia! Sono un manager serio e affermato, non un volgare mercante di schiavi. La mia professione e la mia reputazione si basano proprio sugli alti standard che impongo, sia per le accompagnatrici sia per i clienti. Non so come si comportino altrove, ma a Chicago controllo io il settore dell’intrattenimento privato per vampiri e vi dico che, quando le donne rientrano, facciamo in modo che si rilassino, che guariscano da eventuali ferite o morsi, e solo dopo, quando si sono ristabilite, le facciamo tornare a casa. Pagate, profumate e tutte intere.” Tra le mani della vampira si materializzarono all’istante due eleganti stiletti dalla lama di venti centimetri e l’impugnatura ergonomica in legno, che indussero il distinto proprietario della più celebre e discreta società di escort della città a indietreggiare con le ginocchia tremanti e gli occhi strabuzzati. “Ripetilo ancora e ti sfiletto come un merluzzo!” lo minacciò, sollevando le armi in modo che lo scintillio dell’argento rendesse più evidente il bagliore rossastro dei suoi occhi. Gus si costrinse a intervenire per sedare gli animi, ma la sua pazienza era giunta al capolinea e temette di non riuscire a sopportare nemmeno una parola in più da parte di Gina. “D’accordo, basta così. Hai strapazzato abbastanza il nostro ospite. Lasciamo quei trinciapolli per chi se li merita, non è vero?” domandò, rivolto al meticcio. Quello annuì con vigore. “Sì. Vi giuro, non ho altro da aggiungere. Come da vostra richiesta, ho portato ogni fattura relativa alle transazioni precedenti” specificò, indicando il corposo faldone ai suoi piedi. “Non ho mai incontrato di persona il committente, questo Ben di cui mi avete parlato. Ogni volta mi manda un intermediario diverso, anche se nessuno inquietante e scontroso quanto l’ultimo, ed è sempre filato tutto liscio come l’olio. Adesso vorrei andare, se posso…” Implorò Gus con aria supplichevole e lui annuì. “Grazie per il suo contributo. Ho qui una ricompensa per il disturbo…” “No no, non mi deve niente!” esclamò, ansioso di andarsene da quel parcheggio. “Facciamo finta di non esserci mai incontrati, va bene?” “Non va bene affatto!” rispose Gina, punzecchiandogli il braccio con uno degli stiletti. La stoffa del suo costoso cappotto si sfilacciò e l’uomo deglutì nervoso. “Voglio che ti stampi bene in mente le nostre facce, soprattutto la mia, perché se verrò a scoprire che hai chiacchierato in giro, questo te lo faccio risalire su per il colon!” Forbes ricominciò a tremare ma, quando iniziò addirittura a piagnucolare, Gus si vide costretto a prenderlo sottobraccio come fosse un bambino per scortarlo alla sua auto, parcheggiata poco distante. “La perdoni, è nuova del mestiere. Pensa di distinguersi e di ottenere risultati solo se interpreta il ruolo della poliziotta cattiva.” “Scusi Lei se mi permetto, ma secondo me non sta recitando! È proprio malvagia di suo!” asserì quello, frugandosi nelle tasche alla ricerca disperata delle chiavi dell’auto. Schiacciò il pulsante per aprirla e lo salutò con un rapido cenno del capo ma poi, mentre Gus si allontanava, lo richiamò. “Senta, a proposito di trinciapolli... Una cosa me la ricordo: il tipo che è venuto in ufficio deve aver avuto una disavventura con un attrezzo simile, perché gli mancava un orecchio.” Prima che Gus, sorpreso ma non del tutto sveglio, potesse rivolgergli altre domande, il vampiro richiuse lo sportello, mise in moto e partì a velocità sostenuta. Non si accorse affatto del suo turbamento né comprese quanto la notizia potesse rivelarsi importante. “Lo sapevo! Ci siamo!” esclamò invece trionfante Gina alle sue spalle. Non si era lasciata sfuggire una parola. Anzi, quell’informazione casuale l’aveva persino rinvigorita. “È Corvus quello che ha descritto, mi ci gioco lo stipendio di un mese!” “Non ce l’hai lo stipendio!” rispose laconico Gus, evitando di darle corda. Si allontanò in fretta, sperando di distanziarla per poter celare meglio il proprio sconcerto, mentre lei iniziava a trotterellare dietro di lui, fantasticando di avere l’ex legionario tra le mani e di squartarlo davanti a un pubblico in visibilio. Pur continuando a ignorarla, però, le sue parole crude, a tratti volgari, lo ferivano più di quanto lei potesse mai immaginare. Quel vampiro, che lei tanto odiava e che, in effetti, si era macchiato di colpe spaventose, era pur sempre un suo vecchio compagno d’armi. Avevano condiviso gioie e dolori di una vita intera, costellata in egual maniera di successi e perdite. Insieme, avevano vissuto momenti di svago e altri di grande sofferenza, duranti i quali avevano spesso sfidato la morte, cavandosela per un soffio. Si erano aiutati a vicenda in più occasioni di quante riuscisse a ricordare, facendo fronte comune e spalleggiandosi come fratelli. Per questo, sebbene non fosse possibile riavvolgere il tempo e salvarlo dal destino che Decimus aveva scelto per se stesso, Gus non riteneva giusto infangare la memoria del passato che avevano in comune. Soffriva ancora in modo indicibile per il suo improvviso tradimento ma, a mesi di distanza, anche gli altri legionari riconoscevano di non avere più tutta questa voglia di ammazzarlo. Qualora lo avessero trovato, lo avrebbero costretto a pagare per i suoi crimini ma non con la morte, come invece esigeva Gina la macellaia. “Sarebbe pazzesco, se Alice o Tom lo stritolassero con i tatuaggi! Oddio, godrei da matti nel vederlo ridotto a una lurida poltiglia balbettante come Aureliano!” “Smettila!” le intimò, con un tono di voce più astioso di quanto intendesse. Rinsaldò la presa sul faldone e accelerò verso la loro auto, parcheggiata per prudenza in Madison Street, più a nord. Gina, come al solito, non colse la sottile preghiera. “Oh dai, non fare quella faccia da funerale. Non ancora! Aspetta che gli abbia staccato a morsi anche l’altro orecchio. No, meglio: che gli amputi quelle ali spennacchiate che ha dietro la schiena! Vedremo poi se gli ricrescono o se sarà costretto a strisciare per terra come…”
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