Capitolo 1 — Il bar delle abitudini
La caffettiera emetteva il suo sibilo regolare, quasi rassicurante, e Clara Vasseur ne conosceva ogni variazione a memoria. Riusciva a capire, solo dal rumore, se il caffè sarebbe venuto troppo forte o perfetto. Era probabilmente l'unica certezza della sua vita che padroneggiava completamente.
— Un caffelatte e un nocciola, tavolo sei, lanciò oltre la spalla.
Le nove del mattino, un lunedì come tanti. Il bar dei Tre Orologi, infilato tra una farmacia e un negozio di riparazioni nel quartiere della Croix-Rousse, a Lione, non era mai veramente vuoto, ma nemmeno troppo affollato. Come lei. Né troppo, né troppo poco. Giusto quel che bastava per andare avanti.
Clara aveva ventisette anni, un grembiule lavato innumerevoli volte, e un modo tutto suo di osservare i clienti senza dare nell'occhio. Un vecchio riflesso. Da bambina aveva imparato a leggere i volti prima ancora di saper leggere davvero — nei centri d'accoglienza, nelle famiglie affidatarie, era meglio indovinare l'umore di un adulto prima che aprisse bocca. Questo evitava guai.
Non viveva più così da molto tempo. Aveva il suo monolocale, le sue abitudini, Nadia a tre strade di distanza, e questa vita tranquilla le bastava. O almeno, se ne convinceva in certi giorni.
Alle tredici, durante la pausa, guardò il telefono. Una chiamata persa da un numero parigino che non conosceva. Poi un secondo, un'ora dopo. Alzò le spalle — sicuramente telemarketing — e tornò in sala.
Solo rientrando a casa, quella sera, trovò la busta. Spessa, sigillata, con l'intestazione incisa di uno studio notarile dell'VIII arrondissement di Parigi. Il suo nome sopra, scritto correttamente — cosa rara.
Maître Simon REYER, notaio — Studio Reyer & Associati.
Oggetto: Convocazione nell'ambito di una successione.
Clara rimase a lungo in piedi nel corridoio, con la chiave ancora nella serratura, a fissare quelle parole. Una successione. Non aveva più famiglia dalla morte di sua madre, quindici anni prima. Nessun nonno conosciuto, nessuno zio, nessun cugino. Nessuno da cui avrebbe potuto ereditare qualcosa.
Stava per buttare la lettera. Invece la rimise sul tavolo della cucina, accanto a una bolletta della luce, e la guardò per tutta la sera come si guarda un animale di cui non si sa ancora se aver paura.
Il giorno dopo chiamò il numero indicato.
— Studio Reyer, buongiorno.
— Buongiorno... Clara Vasseur, sono io. Ho ricevuto una lettera, una storia di successione, non capisco molto bene.
Un breve silenzio dall'altro capo del filo, come un'esitazione professionale.
— Signorina Vasseur. Sì. Il notaio Reyer desidera parlarle di persona, se possibile. È... una faccenda che merita di essere trattata con serietà. Potrebbe venire a Parigi questa settimana?
Clara quasi rise. Parigi, questa settimana, come se fosse semplice come attraversare la strada.
— Lavoro, signore. Non posso proprio...
— Lo studio si farà carico dello spostamento, signorina. Treno e, se necessario, hotel. Mi creda, ne vale la pena.
Riattaccò, ancora più turbata di prima della chiamata. Quella sera non disse niente a nessuno. Nemmeno a Nadia. Aveva bisogno prima di capire da sola cosa le stesse accadendo, prima di condividerlo — vecchia abitudine, anche questa, di non avventurarsi mai su un terreno che non padroneggiava.
Ma mentre si addormentava, un pensiero si impose, insistente, quasi infantile: e se, per una volta, qualcuno si fosse ricordato di me?
Non sapeva ancora quanto quel pensiero, nei mesi a venire, si sarebbe rivoltato contro di lei.