Capitolo 5
KAYLA
«Ti rendi conto che sono le sette del mattino?»
Sbadiglio e apro la porta d’ingresso vedendo White in piedi là davanti con in mano una busta di carta bianca e due grossi bicchieri, che sto pregando contengano del caffè.
«Ti alzi sempre presto» si difende lui, spingendomi da parte per entrare. Sospiro e chiudo la porta alle sue spalle. Sembra che avrò compagnia di prima mattina.
«È sabato» lo informo in un misto fra un grugnito e uno sbadiglio. «E poi, non sono del tutto sicura di volerti parlare dopo ieri sera.»
«I tuoi futuri parenti sono degli stronzi.»
«Non dovevi comunque scattare come hai fatto. Spero che quello sia caffè» dico, prendendo uno dei bicchieri.
«Due zollette e panna.»
Lo ignoro, bevo un sorso e chiudo gli occhi mentre la caffeina inizia a entrare in circolo. Se il caffè è una droga, ne sono del tutto dipendente. «Paradiso.»
«Un uomo potrebbe essere geloso di quel bicchiere» pronuncia a sorpresa White. Quando apro gli occhi, mi sta guardando in modo strano.
«Che ti sta succedendo?»
«Che vuoi dire?»
«Ti comporti in modo strano: prima il caos di ieri sera, e ora ti presenti alle sette del mattino con caffè e… oh mio Dio! Quelle sono ciambelle ripiene di crema bavarese?»
«Le tue preferite, se non ricordo male, Ranuncolo.»
«Sto per morire?» gli chiedo mentre do un morso a quella brioches paradisiaca.
«Nessuno ti conosce meglio di me, Kayla. Nessuno lo farà mai» risponde lui con una strana espressione sul volto.
Le sue parole mi colpiscono in un punto preciso dello stomaco e mi lasciano dolorante. Appoggio lì la mano per difendermi e sento il calore esplodere e avvolgermi, entrandomi nelle vene. Ha ragione, nessuno mi conosce bene quanto lui. Siamo migliori amici da quando ero alle superiori e, per quanto faccia male essere innamorata del mio migliore amico, il terrore di perderlo mi ha impedito di dirgli cosa provo davvero. White è bellissimo. Le donne gli cadrebbero ai piedi in ogni caso, ma il fatto che sia un dio del football peggiora le cose. Non sono affatto alla sua altezza. Non ci sono neanche vicina, in realtà. E poi, White non ha relazioni. È terribile da quel punto di vista. La più lunga che abbia avuto è durata due mesi. Di solito, alla seconda settimana inizia ad annoiarsi al punto da inventare scuse per allontanarsi. Alla quarta sta vedendo le sue ragazze una volta alla settimana, con qualche sporadica telefonata. Al secondo mese, solo le donne più stupide sono ancora in giro, e a quel punto manda loro dei fiori con un biglietto che dice, in sostanza: «Non sei tu… sono io.»
L’idea di poter diventare una di quelle donne mi uccide. Preferisco averlo come amico che non averlo affatto… o almeno era così. Ma sono stanca di star fuori e guardare dentro. Non voglio essere la donna che era innamorata di un uomo che non avrebbe mai potuto avere e, a causa di ciò, non ha mai avuto figli o una famiglia sua. Voglio una casa. Una vera casa. Una vita che non ho mai avuto, finché Ida Sue non c’è entrata come un treno.
«È solo perché ho sopportato le tue stronzate per anni» gli dico, allontanando i pensieri.
«Sto solo cercando di scusarmi per ieri sera. Non avrei dovuto perdere le staffe» ammette.
Faccio una smorfia. Sapevo dall’inizio come sarebbe andata la cena, ma avevo bisogno di avere qualcuno accanto, perché odio la famiglia di Tommy. Mi trattano come un pezzo di gomma da masticare trovato sotto un tavolo del ristorante.
«Cynthia è una stronza» gli dico, e poi aggiungo nella mia testa: e così tutti gli altri.
«Ancora non capisco perché quello la volesse lì.»
«Quello ha un nome». In tutta onestà, non capisco perché Tommy sia così gentile con Cynthia, tranne forse per proteggere la loro figlia. Ma, anche considerando quello, non mi è piaciuto che fosse alla mia cena con la famiglia. Io e Tommy ne abbiamo parlato, e quelle discussioni si sono lentamente trasformate in un non parlare più tanto, perché vediamo le cose in modo diverso. Non va bene così, lo so, ma se io non sono ancora pronta a piegarmi, sembra che Tommy non lo sarà mai.
«Sì, sì» mi asseconda White, e non posso fare altro che scuotere la testa. «Quindi quali sono i piani per oggi?» mi chiede.
Mi prendo un attimo per assaporare un’altra ciambella mentre penso alla sua domanda. «Io e Tommy avremmo dovuto andare a cercare un posto per il matrimonio, ma è stato chiamato dall’ufficio. Perciò ora non so bene cosa fare. Mi ha detto di andare pure senza di lui, ma non mi va di andarci da sola. E poi, se non gli piacesse la mia scelta?»
«Ancora non capisco perché ti sposi.»
«White, non ricominciamo. Mi è chiaro come la pensi sull’argomento. Sposerò Tommy, voglio una famiglia, fine della discussione.»
«D’accordo. Vengo con te.»
«Sì, come no, ti annoi a venire con me al supermercato. Dubito che gireresti con me per tutta la città a vedere dei posti dove fare il ricevimento… di un matrimonio che neanche vorresti si facesse.»
«Posso essere obiettivo. Posso farlo, infatti aspetterò fuori. Finché non vai a farti dipingere le unghie o a farti i capelli e devo starmene seduto in un angolo a sentire i miei cromosomi maschili che mi abbandonano lentamente, posso farcela.»
«Non lo so. E comunque non cambia il fatto che Tommy non sarà lì con me.»
«Puoi mandargli delle foto dei posti che preferisci. Sarà come se ci fosse.»
«Di certo sei d’aiuto, per essere qualcuno che neppure vorrebbe che ci fosse questo matrimonio.»
«Voglio che la mia migliore amica sia felice. Se Tommy ci riesce davvero, chi sono io per mettermi in mezzo?»
«Grazie» gli rispondo, incerta su cos’altro dire. La sua risposta mi ha già messo le farfalle nello stomaco così com’è.
«Quando vuoi. Sarò sempre qui per te, Kayla. Sempre.»
«Questo lo so, White. Sei il mio migliore amico» affermo.
Il problema è che non so se lo sto dicendo a lui o a me stessa. Ho davvero bisogno di ricordarmi che siamo solo amici.
Niente di più.