Non solo arredi

682 Words
Non solo arredi Un altro aspetto della quotidianità scolastica in cui il riferimento a un modello pedagogico (o l’assenza di esso) si rende evidente sono le questioni, secondarie solo in apparenza, relative all’ambiente classe, alla disposizione dei banchi, della cattedra e degli arredi. Come sono disposti i banchi e gli arredi nella gran parte delle aule della scuola convenzionale? Ecco un paio di immagini di locali decisamente piacevoli come luminosità e metratura disponibile. Sono immagini messe in rete per far conoscere una scuola del nord Italia, immagini del tutto consuete che non suscitano alcuna perplessità. Anche quella che segue è un’aula di una scuola italiana, della rete “Senza Zaino” a cui dedichiamo un capitolo più avanti o di una scuola di ispirazione montessoriana. Cosa possiamo provare a considerare confrontando queste immagini? Prima di tutto che dobbiamo sapere dove punta la nostra bussola. Io da ormai 15 anni considero essenziale per la conduzione delle attività in aula una disposizione dei banchi a ferro di cavallo o a piccoli gruppi per attività specifiche. Mi è capitato di confrontarmi con colleghi e genitori che ponevano il problema della visibilità della lavagna per i bambini seduti in alcune posizioni, quello della disciplina, quello dell’attenzione/distrazione rispetto alle spiegazioni dell’insegnante, del rischio di copiatura durante le verifiche. Argomenti fondati se si dà per scontata una modalità di conduzione del gruppo, di gestione delle lezioni e delle verifiche di tipo tradizionale, o se preferiamo in prevalenza frontale, con l’insegnante al centro, attore protagonista su un palco immaginario (fino a pochi decenni fa, ricordiamolo, la cattedra veniva collocata addirittura su una pedana rialzata, scelta anche fortemente simbolica), con un uso frequente della lavagna, un’idea di valutazione legata a specifiche prestazioni come le verifiche, soprattutto scritte, e con la convinzione di fondo che il processo di apprendimento avvenga meglio in una sfera individuale. Sovente, durante queste conversazioni, mi sono trovata senza i “sottotitoli” per condurre un confronto su basi condivise. Perché, ancora prima di lezioni, verifiche, lavagne e banchi, viene, o dovrebbe venire, un’idea di come i bambini imparano. La mia, di idea, per maturata persuasione nei confronti della pedagogia attiva, della didattica esperienziale e dell’apprendimento cooperativo, dice che, soprattutto nella scuola dell’infanzia e primaria, i bambini imparano attraverso la concretezza delle esperienze che gli proponiamo, che compito dell’insegnante è selezionare queste esperienze o i materiali più adeguati per realizzarle, che lo spazio e l’ambiente in cui si muovono i bambini devono essere al loro servizio e non il contrario (i bambini adattarsi a stare fermi, ad esempio, su banchi e sedie tutt’altro che ergonomici per molte ore al giorno); che una parte importante dell’apprendimento avviene attraverso i compagni la cui struttura mentale affine permette di tradurre alcuni concetti in parole e processi a volte non riproducibili da alcun adulto e che quindi si può imparare anche… copiando! E che, senza relazione autentica tra compagni e con gli adulti, non c’è apprendimento significativo. Allora dovremmo poter guardare negli occhi, uno per uno, i bambini a cui stiamo leggendo una storia o proponendo un’attività e loro dovrebbero poter fare altrettanto, senza passar ore a contemplare la schiena di un compagno, sporgendosi un po’ di lato per vedere il viso di quell’attore protagonista, la maestra. Così la cattedra può sparire o almeno cambiare collocazione, i banchi possono disporsi a ferro di cavallo o essere organizzati a gruppi, si può anche lavorare a terra con o senza tappeti; e la lavagna essere chiamata in causa il minimo indispensabile! E ancora: si possono pensare e realizzare esperienze di aule decentrate, usare creativamente gli spazi interni ed esterni della scuola o quelli del territorio. Perché i diversi contenuti necessitano di diversi ambienti, coerenti con l’esperienza che si sta proponendo, e la predisposizione dell’ambiente di apprendimento è proprio la prima scelta intenzionale che l’insegnante fa o dovrebbe fare. Infine, in coerenza con questo approccio, sarebbe importante lasciare a disposizione dei bambini i materiali didattici su cui possano esercitarsi, ritornare per libera scelta e riempire i momenti vuoti, con arredi fruibili di cui ciascuno sia responsabile, scommettendo su un’idea di scuola che sia prima di tutto un ambiente pensato per “imparare a imparare” e di cui venga spontaneo prendersi cura, come di ogni luogo dove ci sentiamo accolti e guardati con i nostri bisogni più autentici.
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