Capitolo 1 – Ogni contratto ha una clausola invisibile
Parte I – Il contratto
(POV Ella)
Il caffè sapeva di plastica. Troppo lungo, troppo caldo, troppo uguale a quello del giorno prima.
Ella lo bevve lo stesso.
Non aveva tempo per le sfumature, non più.
La perfezione era un lavoro, e lei lo faceva bene. Fingeva di essere l’amore della vita di perfetti sconosciuti da più di due anni, con una puntualità e un autocontrollo che rasentavano il ridicolo.
Sette appuntamenti a settimana. Tre fasce orarie disponibili. Due opzioni di outfit per ogni occasione.
Non è escorting, non proprio. È teatro, improvvisazione, psicologia sociale, si vende tempo, presenza, illusione, a uomini che hanno bisogno di proteggere il loro ego, la loro vanità o reputazione.
Affetto dosato, calibrato. Niente di più.
Eppure la linea è sottile.
Ogni tanto qualcuno cerca di attraversarla. E io ho dovuto imparare l’arte di imporre dei confini, rigidi e sicuri, pur mostrandomi piacevole ed affascinante.
Nessuna relazione reale. L’unica cosa vera… è il pagamento a fine contratto.
Il telefono vibra.
Messaggio da Martina: “Fammi sapere com’è andata. Potrebbe essere uno dei nostri clienti migliori."
Luca.
L’aveva scelto tra decine di richieste. L’accordo era insolito: durata dodici mesi, presenza giornaliera, zero contatto fisico, compenso triplicato rispetto ai suoi standard.
Se non avesse chiesto specificatamente di me, credo che avrebbe firmato lei stessa il contratto, anche se essendo il capo della nostra agenzia normalmente si occupa solo di organizzare i nostri orari, non scende mai in prima linea.
Ma questo cliente le era rimasto impresso.
«Ti propongo qualcosa di… insolito,» mi aveva detto, porgendomi il fascicolo chiuso. «Non il solito pacchetto da brunch aziendale o matrimonio dell’amico single. Questo cliente ha bisogno di discrezione, continuità e—»
«Ed ha un portafoglio gonfio?» avevo tagliato, con una mezza alzata di sopracciglio.
Lei aveva riso. «Sì. Cliente nuovo. Contratto lungo. Livello massimo di riservatezza. Altissimo compenso. Ha chiesto espressamente te.»
Martina mi aveva guardata con il suo solito sorrisetto a metà tra l'amica e la PR di un'agenzia matrimoniale di lusso.
«Lo hai colpito, mia cara! Vuole una donna in grado di recitare alla perfezione la parte della fidanzata, senza mai scivolare nella realtà.»
Avevo alzato le spalle, un po’ a disagio.
«Se paga, recito anche Shakespeare.»
Mi aveva scelto. Come una carta da un mazzo. Ma è così che funziona l’agenzia, siamo “cose” da noleggiare esattamente come un motorino o un dvd.
Mi accarezzo l’orlo del cappotto, tornando al presente. Fuori ha iniziato a piovigginare, la città luccica come una cartolina bagnata. È strano come Milano sappia essere romantica anche in una piovosa giornata di settembre, se guardata da un tavolino con il filtro giusto.
Sette minuti di anticipo. Giusto il tempo per controllare il trucco senza sembrare vanitosa e dare un'occhiata al profilo cliente ancora una volta.
Professionale, silenzioso, preciso, aveva scritto Martina.
Quando lo vide entrare, Ella pensò che sembrasse fuori posto.
Non per i vestiti — impeccabili, sartoriali, probabilmente su misura — né per l’orologio costoso, né per il modo elegante in cui aveva chiesto il suo nome al barista.
Era l’espressione a tradirlo. Quel misto di calma e inquietudine che non apparteneva a chi era abituato a comprare compagnia.
“Non è il tipo che cerca una ragazza come me”, pensò.
Lui non la guardava come facevano gli altri. Non con fame, non con compiacimento.
La guardava come se la conoscesse. O come se la ricordasse.
Si mosse cautamente tra i tavoli, camminando come uno che si scusa per occupare spazio. Un CEO in punta di piedi. La sua presenza era elegante, sì, ma sembrava... trattenuta. Come se ogni passo fosse misurato al millimetro per non disturbare.
Sentì nascere un sorriso spontaneo, ma lo trattenne. Aveva dovuto imparare ad essere cauta, dopo le passate esperienze. Una parola di troppo, un gesto troppo aperto, potevano essere fraintesi. Recitare troppo bene poteva far credere che non si trattasse più solo di lavoro, che ci fosse del sentimento vero. Ed era pericoloso.
Si alzò in piedi, abbozzando invece il sorriso professionale che aveva brevettato e fatto suo.
Era il suo "Modello Sorriso N. 4": amabile, distaccato, incuriosito quanto basta.
«Luca? » chiese, anche se sapeva benissimo che era lui. Il volto corrispondeva alla foto profilo, anche se dal vivo era… più reale. Più vero. Quasi vulnerabile.
«Sì. Ciao, Ella.»
La sua voce era più bassa del previsto. Quasi timida.
Ella gli porse la mano, e lui la sfiorò appena, come se temesse di disturbarla.
Interessante, pensò.
Si sedettero al tavolino d’angolo, quello richiesto da lui stesso tramite l’app: discreto, vista sul parco, nessuna possibilità di essere sentiti.
«Ti ringrazio per aver accettato » disse Luca.
Aveva un tono gentile, educato, ma non artefatto. La sua cortesia era… vera.
Ella annuì.
«La proposta era chiara. Strana, ma chiara.»
Durata: dodici mesi.
Luogo: Milano, zona residenziale, appartamento fornito da lui.
Frequenza: tutti i giorni, orari flessibili, cene serali obbligatorie.
Condizioni: zero contatto fisico, zero richieste sessuali, zero pubblicità del rapporto.
Compenso: altissimo.
Assurdo, persino per i suoi standard.
«Ti sei fatto notare » aggiunse, con un sorrisetto che lasciava intendere: so che sei diverso, ma non so ancora se è un bene o un male.
Luca abbassò lo sguardo per un istante, poi disse:
«Volevo una relazione stabile, senza finzioni… se non quelle concordate.»
Ella inarcò un sopracciglio.
«Lo sai che questa frase suona come un paradosso, vero?»
Lui sorrise.
Un sorriso vero.
E fu lì, in quel microsecondo, che qualcosa cambiò.
Ella si sentì a disagio. Come se il suo mestiere, la sua maschera, si fosse incrinata per un attimo.
«Scusa — disse lei, ricomponendosi. «Quindi… vivremo insieme?»
«Stesso piano, appartamenti separati, uno di fronte all'altro. Non è molto grande, una camera, cucina, un bagno ed un piccolo salottino. Cena insieme da me ogni sera, se sei libera. Colazione facoltativa. Nessun obbligo emotivo o fisico. Solo… presenza.»
«Presenza?
«Mi basta sapere che ci sei.»
Ella non rispose subito.
Era abituata a clienti che chiedevano affetto simulato, flirt calibrati, compagnia da esibire. Ma presenza?
Sembrava un’altra lingua.
Sembrava quasi… dolce.
Troppo dolce per essere sincera.
«D’accordo, Luca » disse infine, recuperando il tono da business woman. «Ti darò ciò che hai richiesto. Ma sappi che sono molto brava a rispettare i limiti.»
Lo guardò dritto negli occhi.
«E anche a testarli.»
Lui non rispose. Ma qualcosa nella sua espressione cambiò.
Un lampo di malinconia, o forse riconoscenza.
Ella non lo ricordava, ma quel volto lo aveva già visto più di una volta, anni fa. L'ultima mentre piangeva in silenzio in un bagno del liceo.
Lui, invece, non l’aveva mai dimenticata. Non avrebbe mai potuto.