Invito a cena

1747 Words
Quando Iva tornò a casa da scuola, stanca per l’allenamento, le lezioni e il peso di pensieri che non osava esprimere, la porta d’ingresso si aprì prima ancora che lei potesse afferrare la maniglia, e sua madre, Rana, apparve con quel familiare sorriso dolce che le faceva sempre sembrare il mondo un po’ meno crudele. "Iva, tesoro, sei a casa", disse Rana con calore, stringendola in un abbraccio delicato che profumava vagamente di gelsomino e degli oli alle erbe che usava all’infermeria del branco. "Sembri esausta. Giornata lunga?" "Si può dire così", mormorò Iva contro la sua spalla, lasciandosi avvolgere dal conforto per un istante prima che entrassero in casa. Rana era sempre stata il suo rifugio sicuro, un calore che cercava — silenziosamente, instancabilmente — di compensare la freddezza di suo padre. Non era che sua madre non amasse il suo compagno; lo amava, con passione e lealtà, ma amava Iva con altrettanta intensità, e a volte quell’amore sembrava metterla a dura prova, divisa tra il dovere di compagna e il cuore di madre. Si sedettero in cucina; Rana affettava le verdure per la cena mentre Iva si appollaiava su uno sgabello, lasciando cadere lo zaino sul pavimento con un tonfo. "Stai pensando di nuovo", disse Rana dolcemente senza voltarsi, le mani che si muovevano con grazia sul tagliere. "Lo capisco sempre." "Sono solo cose di scuola", disse Iva, anche se la sua voce tradiva qualcosa di più. Rana si fermò, lanciò uno sguardo alle sue spalle e le delicate rughe intorno agli occhi si incresparono per la preoccupazione. "È successo qualcosa?" Iva esitò, le dita che accarezzavano il bordo del tavolo prima di parlare finalmente. "Lori sta già facendo domanda per le facoltà di medicina… Tutti stanno pianificando il proprio futuro e io… non so nemmeno se mi sarà permesso di andare da qualche parte." Rana espirò lentamente, come se il peso di quella verità gravasse anche sul suo cuore. "Iva…" "Te ne ho parlato", disse Iva a bassa voce, "e tu hai detto che mi avresti sostenuta, ma che l’opinione di papà sarebbe stata determinante. E quando ho provato a parlargli…" Scoppiò in una risata tremolante che non aveva nulla di divertente. "Mi ha ascoltata a malapena. Si è limitato a sbuffare, ha detto che l’università era uno spreco di soldi e se n’è andato." Rana strinse la mascella, mentre un raro lampo di risentimento attraversava il suo volto solitamente sereno. "Tuo padre sa essere… testardo", disse con cautela, anche se i suoi occhi erano pieni di rammarico. "Ma ti prometto che ci riproverò. Ti meriti delle possibilità, Iva. Ti meriti un futuro che tu stessa scegli." "Non so se la Dea della Luna sia d’accordo, altrimenti sarei stato un ragazzo che avrebbe potuto diventare il prossimo Gamma… invece… sono solo… io", sussurrò Iva. Rana posò il coltello e si voltò completamente, appoggiandosi al bancone con un sospiro. "Oh, tesoro mio… non è per questo." Ma era difficile non pensarla così. Era difficile non sentirsi punita. Perché Rana e Rhys, come molte coppie prescelte, avevano un solo figlio. Quella era la maledizione silenziosa che la Dea della Luna aveva lanciato su di loro decenni prima: le coppie prescelte avrebbero avuto un solo figlio, non importa quanto profondamente si amassero o quanto disperatamente cercassero di averne altri. Era il modo in cui la Dea puniva la loro specie per aver abbandonato le proprie radici, per essersi avvicinata troppo al mondo umano, per aver ignorato le tradizioni sacre. Solo le coppie predestinate, coppie benedette unite dal destino stesso, potevano ancora avere famiglie numerose e fiorenti. I figli di tali unioni erano straordinari: superiori in forza, dotati di abilità potenziate, con lupi più feroci, più veloci, più agili. Venivano chiamati gli Elite, il livello più alto della specie dei lupi mannari, e ogni branco ne voleva di più. Ma trovare il proprio compagno predestinato era diventato quasi impossibile… o una questione di pura fortuna. La Dea aveva tolto la sacra capacità di riconoscere un compagno predestinato a prima vista. Ora era solo fortuna cieca… o intervento divino. "A volte", mormorò Iva, "vorrei che i compagni predestinati non fossero così rari. Forse papà mi avrebbe amata in modo diverso se fossi nata maschio o avessi avuto un fratello". Rana attraversò la stanza e accarezzò delicatamente le guance della figlia. "Non pensarlo mai. Tu sei abbastanza, Iva. Più che abbastanza". Iva abbozzò un sorriso piccolo e fragile, anche se il cuore le faceva ancora male. Perché la verità era più cruda. Le anime gemelle non erano solo rare: erano quasi un mito. E l’ultimo modo conosciuto per trovarle in modo affidabile era appena scomparso dal mondo. Il Messaggero. Un unico lupo mannaro benedetto dalla Dea della Luna ogni pochi decenni con la straordinaria capacità di percepire chi fosse destinato a stare con chi. Poteva sentire il filo del destino che legava i lupi, un dono così prezioso che ogni branco si metteva alla sua ricerca non appena circolavano voci sulla sua esistenza. Un Messaggero significava più coppie predestinate. Più Elite. Più prole. Più potere. L’ultimo Messaggero era morto un anno prima e, poiché la Dea della Luna ne permetteva l’esistenza di uno solo alla volta, tutti aspettavano – con il fiato sospeso – che apparisse il prossimo. E quando fosse apparso, il mondo intero avrebbe lottato con le unghie e con i denti per accaparrarselo. Iva abbassò lo sguardo sulle sue mani. "Mamma… pensi che il prossimo Messaggero sia già là fuori?" Rana le sistemò una ciocca di capelli dietro l’orecchio. "Forse. La Dea sceglie sempre quando il mondo ne ha più bisogno. Ma non rimarrà nascosto per sempre." -- Il tempo sembrava scivolare tra le dita di Iva come fumo, un turbinio di compiti scolastici e di piccole commissioni per aiutare la madre, e prima ancora che se ne rendesse conto, le parole uscirono dalle labbra di Rana come una sentenza che aveva temuto. "Iva… devi prepararti", disse sua madre con voce dolce. "Stasera siamo invitati a cena con la famiglia dell’Alfa." Iva si bloccò, con la forchetta sospesa sopra il piatto, il cuore che all’improvviso batteva così forte da sembrare riecheggiare in tutto il petto. Cena a casa dell’Alfa. Nick. Di nuovo. Lo stomaco le si contorse al pensiero, un misto di terrore, trepidazione e quel vecchio, familiare dolore che non l’aveva mai abbandonata del tutto dall’anno scorso. Prima, il loro rapporto era stato freddo ma cordiale — una distanza mantenuta dal rispetto, da regole non dette e dai confini di rango — dopotutto lei era la figlia della Gamma, ma da quando aveva confessato i propri sentimenti, tutto era cambiato. A scuola Nick la ignorava o la derideva; sorrideva beffardo, con un’espressione di superiorità esasperante che le faceva ribollire il sangue. Ogni parola che aveva pronunciato, ogni coraggiosa sillaba della sua confessione, aveva alimentato il suo ego come benzina sul fuoco. Se solo avessi tenuto la bocca chiusa, pensò con amarezza, ricordando gli avvertimenti di Lori. "Nick avrà anche fascino, ma è vanitoso, orgoglioso e arrogante", le aveva detto la sua migliore amica. "Non dargli motivo di ridere di te, Iva." Ma lei non le aveva dato ascolto, e ora avrebbe dovuto subirne le conseguenze. Alle otto arrivarono alla vasta dimora dell’Alfa, una villa costruita più come una fortezza, con imponenti pilastri di pietra e giardini curati con meticolosa attenzione che testimoniavano secoli di ricchezza e potere. Iva sentì lo stomaco stringersi mentre entrava, consapevole degli sguardi silenziosi che sembravano seguire ogni sua mossa, del mormorio sommesso delle conversazioni che si interrompevano e riprendevano al suo arrivo, e della sottile tensione che accompagnava sempre qualsiasi membro della famiglia del Gamma quando faceva visita all’Alfa. Si sedette in silenzio, attenta a mantenere la calma, ma il cuore le si gelò quando vide Nick dall’altra parte del tavolo, che rideva leggermente per qualcosa sussurrato da Ella, la figlia del Beta. Si sporse quel tanto che bastava per sfiorarle casualmente la mano, e il fascino disinvolto dei suoi movimenti le conficcò una lama di invidia nel profondo del petto. Stavano flirtando, solo leggermente, ma abbastanza da farle irrigidire ogni nervo del corpo. Tutti intorno a loro sembravano accorgersene. I pettegolezzi imperversavano da mesi: Nick avrebbe dovuto scegliere presto la sua compagna predestinata, e le figlie delle famiglie dell’Alfa e del Beta erano le candidate più ovvie. Persino il Beta aveva lasciato intendere pubblicamente che i loro figli fossero vicini, che sarebbe stato conveniente per il branco se la compagna del prossimo erede provenisse dalla loro cerchia ristretta. Ma quella sera l’Alfa, imponente e maestoso nel suo solito atteggiamento autorevole, si schiarì la gola, attirando l’attenzione di tutti i presenti nella sala. "Conoscete tutti la situazione", disse, con voce profonda e ferma. "Per mantenere la nostra influenza e garantire la sopravvivenza della nostra specie, non basterà affidarsi solo alla tradizione. Trovare la compagna predestinata di Nick o il prossimo Messaggero è fondamentale." Nella sala calò il silenzio. Persino gli omega smisero di muoversi per un istante. "Gli ultimi rapporti sono preoccupanti", proseguì l’Alfa, mentre il suo sguardo penetrante scrutava ogni volto al tavolo. "La popolazione del nostro branco sta diminuendo. Ogni coppia prescelta genera un solo cucciolo. Questo non basta a sostenere il nostro potere in un mondo in cui la forza, il lignaggio e i legami predestinati determinano la nostra posizione." Fece una pausa, lasciando che il peso delle sue parole facesse effetto. Le dita di Iva strinsero il tovagliolo, il cuore le batteva forte, intuendo che si stava dicendo qualcosa di epocale. "Per il momento", disse lentamente, gli occhi fissi su ciascun rappresentante del branco, "rimaniamo influenti. Ma l’arrivo del prossimo Messaggero — e la scelta del branco che farà — sarà il fattore che ridisegnerà l’intera gerarchia dei lupi mannari. Dobbiamo assicurarci la sua presenza nel nostro branco, è imperativo." Un mormorio sommesso attraversò la sala. Le teste si voltarono l’una verso l’altra, sussurri si scambiarono tra piatti e calici di vino. L’implicazione era chiara: il Messaggero avrebbe deciso il destino di ogni branco. Il peso di quel potere invisibile gravava su Iva, facendole accelerare il battito. I suoi occhi, quasi al di là della sua volontà, tornarono a posarsi su Nick, che rideva di cuore alla battuta di Ella, ignaro della tempesta del destino che si stava addensando intorno a loro. E Iva non aveva idea che il mondo stesse per cambiare, e che il Messaggero — l’unico lupo in grado di vedere i legami predestinati — potesse essere più vicino di quanto chiunque osasse immaginare.
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