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L'Imperatore delle Ombreh

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Kael Duskbane è il miglior ladro dei bassifondi di Aurelia, capace di piegare le ombre a suo piacimento grazie a un dono che nasconde fin dall'infanzia. Assoldato per un colpo impossibile — rubare la Corona Imperiale dalle segrete del palazzo — Kael non immagina che quel furto lo trascinerà al centro di un'antica profezia: "Quando le tenebre indosseranno la corona, l'impero cadrà e rinascerà nel sangue o nella luce." Braccato dai cacciatori imperiali, tradito dai suoi stessi complici e inseguito da culti che vedono in lui un dio o un demone, Kael dovrà scegliere tra fuggire da un destino che non ha chiesto o accettare di diventare il sovrano che nessuno — nemmeno lui — voleva.

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Capitolo 1 — L'incarico impossibile
La pioggia cadeva su Aurelia come se il cielo stesso volesse lavare via i peccati della città, ma nei bassifondi di Corvo Nero nessuna acqua era mai bastata a ripulire nulla. Kael Duskbane camminava lungo i vicoli stretti con il cappuccio calato sugli occhi, le mani infilate nelle tasche di un mantello troppo logoro per essere elegante e troppo prezioso per essere gettato via. Sotto i suoi piedi, le pozzanghere riflettevano le insegne fioche delle taverne, spezzate dal suo passaggio come vetro che si incrina senza rumore. Non era un uomo che amava la pioggia, ma la pioggia amava lui. Le ombre si allungavano meglio quando il sole si nascondeva, e in una notte come quella, con le nuvole basse e le lanterne che tremolavano, Kael poteva quasi sentirle respirare intorno a lui, come vecchie conoscenze che lo aspettavano a ogni angolo. Il messaggio era arrivato tre ore prima, infilato sotto la porta della sua stanza sopra la bottega del vecchio Harn: un pezzo di carta senza firma, con un solo simbolo inciso a inchiostro nero — una corona spezzata in due. Chiunque l'avesse mandato sapeva esattamente come farsi notare da lui. E questo, più di ogni altra cosa, lo inquietava. Raggiunse la taverna del Corvo Impiccato poco dopo la mezzanotte. Il locale era mezzo vuoto, popolato solo dai soliti relitti umani che Aurelia produceva in abbondanza: contrabbandieri stanchi, prostitute in pausa, un paio di soldati fuori servizio che bevevano per dimenticare quanto pagava male la Corona. Kael attraversò la sala senza guardare nessuno e nessuno guardò lui — un talento che aveva coltivato per anni, l'arte di essere presente e invisibile allo stesso tempo. In fondo alla taverna, in un angolo semibuio dove le candele sembravano non voler proprio ardere, un uomo lo aspettava. Non era vestito come un nobile, ma non era nemmeno un uomo dei bassifondi. Il suo mantello era di buona fattura, tagliato per nascondere piuttosto che per impressionare, e il suo volto era coperto da un'ombra che Kael riconobbe non essere del tutto naturale. Qualcuno che sapeva cosa fosse Kael. Qualcuno che aveva usato lo stesso genere di potere per proteggersi. «Ti sei preso il tuo tempo» disse l'uomo, senza alzare lo sguardo dal bicchiere che aveva davanti. «Non rispondo a simboli senza nome» rispose Kael, sedendosi di fronte a lui. «Sei fortunato che la curiosità sia il mio unico vizio serio.» L'uomo sollevò appena il capo, quel tanto che bastava per lasciar intravedere un sorriso sottile. «Ho sentito dire che il ladro delle ombre di Corvo Nero non ha eguali in tutta Aurelia. Che riesce a entrare in un caveau sorvegliato da venti guardie e uscirne senza che nessuno si accorga nemmeno di un soffio d'aria fuori posto.» «Le voci esagerano sempre.» «Le voci, in questo caso, sono state gentili.» Kael non rispose subito. Studiò l'uomo con l'attenzione di chi valuta un affare prima di dire sì o no, cercando crepe, bugie, trappole. Non ne trovò, il che lo preoccupò ancora di più. Gli uomini onesti non si presentavano nei bassifondi con il volto nascosto dalle ombre. «Cosa vuoi rubare?» chiese infine, andando dritto al punto. L'uomo posò il bicchiere. Il silenzio che seguì durò abbastanza a lungo da far sembrare l'aria stessa più pesante. «La Corona Imperiale.» Per un istante, Kael pensò di aver capito male. Poi represse una risata secca, incredula. «Ti diverti a sprecare il mio tempo o sei semplicemente pazzo?» «Nessuna delle due cose.» «La Corona Imperiale è custodita nel cuore del Palazzo di Cristallo, dietro tre cerchi di guardie, incantesimi di allarme antichi quanto l'impero stesso e una segreta che nessun uomo vivente ha mai violato. Non è un furto. È un suicidio con qualche passaggio intermedio.» «Eppure sei l'unico uomo ad Aurelia che potrebbe farcela.» Kael si appoggiò allo schienale della sedia, incrociando le braccia. Guardò le ombre proiettate dalle candele tremolanti sul tavolo, sentendole muoversi appena, come se percepissero la sua tensione e volessero rispondervi. Le calmò con un pensiero, un'abitudine vecchia quanto il suo dono. «E perché dovrei volerlo fare?» chiese. «Un ladro sopravvive scegliendo bersagli che nessuno vendicherà con troppo impegno. Rubare gioielli a un mercante corrotto, forse. Svaligiare il caveau di un nobile che ha fatto arricchire se stesso alle spalle della gente. Ma la corona dell'Imperatore? Quello non è un colpo. È una dichiarazione di guerra.» «Cinquantamila corone d'oro» disse l'uomo, senza cambiare tono, come se stesse parlando del prezzo del pane. Kael rimase immobile per un battito di troppo. Cinquantamila corone erano una fortuna capace di comprare non solo la libertà da ogni debito che avesse mai contratto, ma un'intera nuova vita, lontano da Aurelia, lontano dalle ombre che lo perseguitavano fin da bambino, lontano da tutto ciò che era stato costretto a diventare per sopravvivere. «Chi sei tu» disse lentamente «per offrire una simile somma per un pezzo di metallo che nemmeno puoi indossare senza farti tagliare la testa?» L'uomo finalmente sollevò lo sguardo, e per la prima volta Kael intravide i suoi occhi: freddi, calcolatori, ma non privi di qualcosa che assomigliava, inquietantemente, alla paura. «Diciamo che rappresento persone interessate a vedere l'Imperatore Corvin... indebolito. La corona non è solo un ornamento, ladro. È un simbolo. Chi la detiene, anche solo per una notte, dimostra che l'impero non è invincibile. E questo, per certe persone, vale molto più di cinquantamila corone d'oro.» Kael sentiva che c'era altro, molto altro che l'uomo non stava dicendo. Ma la mente di un ladro esperto sapeva distinguere tra le domande che valeva la pena fare e quelle che avrebbero solo complicato un affare già abbastanza pericoloso. «Il Palazzo di Cristallo» disse invece. «So che è protetto da incantesimi che rivelano ogni forma di magia estranea. Come pensi che io possa entrarci senza essere scoperto all'istante?» Un lampo di soddisfazione attraversò il volto dell'uomo, come se avesse aspettato proprio quella domanda. «Perché il tuo dono, ladro, non è comune. Le ombre che manipoli non sono magia nel senso in cui la intendono gli incantatori imperiali. Sono qualcosa di più antico. Qualcosa che i loro rilevatori non sono mai stati progettati per percepire.» Un brivido freddo scese lungo la schiena di Kael. Non era la prima volta che qualcuno sembrava sapere più di quanto avrebbe dovuto sul suo potere — un dono che aveva nascosto per tutta la vita, che aveva imparato a controllare da solo, senza maestri, senza risposte, cresciuto per strada come un cane rognoso che si allena a mordere prima di essere morso. «Chi ti ha detto queste cose?» chiese, con voce più tagliente di quanto avesse voluto. «Ho i miei studi» rispose l'uomo, evasivo. «Ma non sono qui per parlare di te, ladro. Sono qui per un affare. Accetti o no?» Kael guardò di nuovo le ombre sul tavolo. Si allungarono leggermente verso di lui, quasi impazienti, come se anche loro volessero una risposta. Pensò a Sera, che lo aspettava nella loro base nascosta sotto le rovine del vecchio teatro, probabilmente già preoccupata per il ritardo. Pensò ai debiti che si erano accumulati come polvere sopra ogni angolo della sua vita. Pensò, soprattutto, a cosa significasse rifiutare un'offerta simile — e a cosa avrebbe significato essere visto rifiutarla da un uomo che sembrava sapere troppo. «Ho bisogno di dettagli» disse infine. «Mappe del palazzo. Turni delle guardie. Ogni incantesimo di protezione che conosci. E voglio la metà dell'oro in anticipo.» L'uomo sorrise di nuovo, questa volta più ampiamente, come chi ha appena vinto una scommessa silenziosa con se stesso. «Sapevo che avresti accettato» disse, facendo scivolare sul tavolo una busta di pelle scura. «Tutto ciò che ti serve è lì dentro. Hai tre notti di tempo. La luna nuova sarà la tua occasione migliore — le protezioni astrali del palazzo si indeboliscono quando il cielo è privo di luce lunare.» Kael prese la busta senza aprirla, sentendone il peso, il fruscio delle mappe piegate all'interno. «E se fallisco?» «Allora suppongo che l'impero avrà un ladro morto in meno di cui preoccuparsi.» L'uomo si alzò, lasciando cadere alcune monete sul tavolo per il conto mai richiesto. «Ma non credo che fallirai, Kael Duskbane. Non con ciò che porti dentro di te.» Prima che Kael potesse chiedere cosa intendesse con quelle parole, l'uomo si dissolse tra le ombre dell'angolo, non camminando verso l'uscita, ma semplicemente svanendo, come se fosse fatto della stessa sostanza oscura che Kael stesso controllava. Rimasto solo, Kael fissò la busta di pelle sul tavolo, il cuore che batteva più forte del dovuto. Fuori, la pioggia continuava a cadere su Aurelia, indifferente al fatto che, in quell'istante, in un angolo dimenticato di una taverna dei bassifondi, era appena stato messo in moto qualcosa che avrebbe cambiato per sempre il destino dell'impero — e il suo.

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