CAPITOLO 1
Capitolo 1 – La Figlia di Dio
Verona, Italia – Convento di Santa Maria degli Angeli
La campana suonò tre volte.
Amaya Carter contò i rintocchi come faceva ogni mattina da diciotto anni. Un rituale più radicato nella sua carne del suo stesso respiro. Tre colpi. Pausa. Tre colpi. La chiamata alla preghiera, all'obbedienza, all'annullamento.
Aprì gli occhi sul soffitto bianco della sua cella. Nessuno specchio in quella stanza. Nessuna fotografia. Niente che ricordasse che aveva un volto, un desiderio, un nome al di fuori di quello che Dio le aveva dato.
«Suor Amaya.»
Non era nemmeno una suora. Solo un'orfana che avevano vestito di saio grigio e nutrito di ostie. Una bambina senza peccato perché non le avevano mai lasciato l'occasione di commetterne uno.
Le sue dita sfiorarono il collo. Nudo. Nessun gioiello. Nessuna traccia del mondo esterno.
Oggi tutto cambia.
La lettera era arrivata il giorno prima, infilata sotto la sua porta come una promessa o una maledizione. La sapeva già a memoria:
«Gentile Signorina Carter,
abbiamo il piacere di informarla che la sua candidatura per il posto di governante presso la residenza del signor Zayn Calloway è stata accettata. Inizierà le sue funzioni a Londra il primo del mese prossimo.»
Zayn Calloway.
Persino in quel convento tagliato fuori dal mondo, il suo nome aveva varcato i muri. Suor Margherita ne parlava come si evoca il Diavolo. Un imprenditore, dicevano. Un uomo senza anima, senza Dio, senza limiti.
Amaya non aveva mai incontrato un uomo. Non davvero. Solo il prete in confessione, dietro una grata. Solo le sue mani guantate quando era piccola, per insegnarle a tenere una penna.
Un uomo.
Il suo datore di lavoro.
Sentì lo stomaco annodarsi mentre si alzava. Le lenzuola bianche portavano ancora l'odore del sapone alla lavanda che fabbricavano lì da tre secoli. L'odore della sua infanzia. Della sua prigionia.
No. Non prigionia.
Protezione.
Era ciò che la Madre Superiora ripeteva ogni domenica: «Il mondo è una trappola per le giovani donne pure, figlia mia. Resta con noi. Resta con Lui.»
Ma l'avevano lasciata candidare. Perché? Per carità? Perché a diciotto anni, persino Dio trova imbarazzante una vergine rinchiusa troppo a lungo?
La sua valigia aspettava ai piedi del letto. Una piccola cosa in cuoio consumato, contenente tre abiti grigi, un rosario, e la Bibbia che sua madre – una madre che non aveva mai conosciuto – le aveva lasciato prima di sparire.
«Perché tu non ti perda.»
Troppo tardi, madre. Non so nemmeno cosa significhi «perdersi».
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La cerimonia di partenza fu breve.
Suor Margherita piangeva. Le altre la guardavano con quegli occhi misti di invidia e pietà. Colei che se ne va. Colei che cadrà. La pecora smarrita prima ancora di aver lasciato il recinto.
La Madre Superiora le afferrò il mento. Le sue dita secche come rametti.
«Ti ricorderai di ciò che sei, Amaya.»
«Una figlia di Dio.»
«No.» La vecchia donna strinse più forte. «Sei una preda. E il lupo non dorme mai.»
Il bacio sulla sua fronte fu freddo come un addio definitivo.
Il treno per Londra la fece cambiare a Milano.
Primo viaggio da sola. Prima volta che comprava qualcosa senza permesso – un panino al prosciutto che mangiò di nascosto, vergognandosi, come se il pane dovesse trasformarsi in peccato sotto i suoi denti.
I paesaggi scorrevano. Verde d'Italia, poi grigio di Francia, poi pioggerellina inglese che si appiccicava ai vetri come una carezza morbosa.
Avrebbe dovuto avere paura.
Aveva paura.
Ma nel cavo del suo petto, qualcosa batteva diversamente. Una cosa che non aveva mai sentito al convento. Non l'amore di Dio. Non la pace dei salmi.
Un'attesa.
Come se il suo corpo sapesse qualcosa che la sua mente rifiutava di ascoltare.
La residenza di Zayn Calloway non era una casa.
Era un mostro di vetro e acciaio eretto sulla riva del Tamigi, con finestre così grandi che sembravano voler inghiottire la città. Amaya rimase immobile sul marciapiede, la valigia in mano, i capelli castani inzuppati di pioggia.
Era sporca.
Era povera.
Era vergine in un mondo che aveva inventato mille modi per morire.
La porta si aprì prima ancora che avesse suonato. Un maggiordomo dal volto di pietra la squadrò dalla testa ai piedi, senza una parola, senza un sorriso.
«Signorina Carter. Mi segua.»
L'interno era peggio di tutto ciò che aveva immaginato.
Non la decadenza dei film che le suore le proibivano. Non le immagini di peccato che visualizzava nelle sue notti troppo calme.
Era il denaro. Denaro crudo, osceno, che compra quadri più grandi della sua cella, lampadari che pesano più della sua anima, pavimenti dove il suo riflesso la seguiva come un rimprovero.
«Aspetti qui.»
La lasciarono in un salone. Bianco. Immenso. Un divano in cuoio nero su cui non osò sedersi.
Le sue mani tremavano.
Perché? Non aveva fatto niente di male. Non aveva nemmeno pensato al male da… da sempre.
La porta si aprì dietro di lei.
Amaya sentì l'aria cambiare prima di udire alcun rumore. Una pressione. Un calore. Come se l'ossigeno si ritirasse per lasciare spazio ad altro.
Si voltò.
Lui.
Zayn Calloway non era bello nel senso in cui gli uomini dei libri sono belli.
Era pericoloso. Cesellato come una lama. Spalle troppo larghe per l'abito nero, una mascella troppo scolpita per essere onesta, e occhi – i suoi occhi – color tempesta, che la percorrevano come se già la spogliassero.
«Tu.»
Una sola sillaba. Grave. Possessiva.
Girò intorno alla stanza. Lento. Le mani in tasca. Lo sguardo che la bruciava a tratti.
«Diciotto anni in un convento.» La sua voce rotolava come ghiaia. «Niente telefono. Niente amici. Nessun uomo.»
Amaya annuì. La gola era troppo stretta per parlare.
Si fermò a due passi da lei. Il suo profumo la avvolse – cuoio, legno bruciato, qualcosa di animale sotto. Un odore da predatore.
«Sai perché ti ho assunta?»
«Per… prendermi cura della casa?»
Lui rise. Un suono freddo che fece fiorire brividi sulle sue braccia.
«La mia casa è perfettamente mantenuta da un esercito di domestici, Amaya.» Pronunciò il suo nome come se la stesse assaggiando. «Non ti ho assunta per le tue competenze domestiche.»
La sua mano si alzò. Un dito sotto il suo mento. Il primo contatto maschile della sua vita – reale, senza grata, senza guanto.
La sua pelle crepitò.
«Ti ho assunta perché sei intatta.» Inclinò la testa, e nei suoi occhi qualcosa di scuro si risvegliò. «E voglio vedere quanto velocemente qualcosa di puro può spezzarsi.»
Amaya avrebbe dovuto fuggire.
Invece, le sue ginocchia tremarono. Le sue cosce si strinsero senza che lei lo decidesse. E tra le sue gambe, nel punto dove le suore dicevano che non bisognava mai toccare, mai guardare, mai pensare –
Un calore.
Liquido.
Sconosciuto.
Aveva appena capito.
Il suo inferno cominciava qui.