2 Velkemberg a Montenervoso
L’audace impresa
L’impresa di Montenervoso era iniziata sotto i migliori auspici. Migliaia di giovani, militi, disoccupati, avventurieri, avevano risposto agli accorati appelli che Velkemberg aveva pubblicato sui giornali e sui manifesti affissi agli angoli delle strade. Tutti appelli regolarmente scritti in giambi ed epodi che il popolo entusiasta mandava a mente e declamava a ogni piè sospinto. Così i giovani avevano abbandonato le tetre aule, i militi le fumose caserme, i disoccupati le squallide piazze, gli avventurieri le bettole degli angiporti e tutti erano confluiti, a piedi, a cavallo, in velocipede, in treno o in BL ai confini del regno di Badilonia, dove si trovava la città di Montenervoso, che gli alleati, dopo la fine della Lunga Guerra si erano rifiutati di fare occupare dalle truppe badilane, con la scusa che lì c’erano molti sudditi gatticani, anche loro oppressi in passato dall’impero codecano. Era stato così che il Re Nano di Badilonia era stato costretto a ritirare le sue truppe, lasciandovi per prudenza un plotone di Reali Guardiani a cavallo, a rinforzo del miserello esercito gatticano (una decina di reclute), da poco ricostituito e già diviso tra le ambizioni della dozzina di generali di diversa etnia gatticana.
L’indicibile eroe, dopo aver tentennato alquanto, quando si era reso conto che aveva alle spalle uno stuolo tumultuoso e plaudente di giovani incoscienti e soprattutto quando il suo ex compagno di scuola, il giornalista Pelito Crapapelada, gli aveva promesso un considerevole rinforzo finanziario, aveva tenuto una concione (parte in romano antico, parte in romano moderno) e poi spronato il suo ronzino oltre il rigagnolo che segnava il confine tra il Regno di Badilonia e la città di Montenervoso.
Lo seguiva il fior fiore della gioventù mondiale con illustri ingegni futuristi e poetici come il ben noto Spelagatti, capo delle dure testeferrate, oppure il fine poeta Antico Defollis, il volitivo dollariano Frustalupp, il furioso bolgiatico Cacciamukky, il fedelissimo Giannino Spallatonda, il coraggioso Pizzonero, l’intraprendente Musoduro e via via tanti altri.
I Reali Guardiani a cavallo, prontamente sopraggiunti, avevano acciaccato i piedi di una mezza dozzina di scalmanati, con gli zoccoli dei loro furenti destrieri, ma poi richiamati con alate parole di Ulrico di Velkemberg, si erano limitati a scortarlo al Palazzo dogale tra due file di folla plaudente (le novità fanno sempre piacere, specialmente a bottegai, osti e bettolieri!).
L’armata dell’eroe era entrata trionfalmente con le sue bandiere, le sue poche armi, la sua fame e la ancora più insaziabile sete e si era dispersa nelle piazze, nelle strade e nelle osterie e bettole della piccola cittadina, alimentando ogni sorta di commercio e di confusione.
Le reclute del neocostituito esercito gatticano si erano prudentemente ritirate sulle alture vicine, mentre i popolani di stirpe gatticana, che non erano riusciti a procurarsi a mercato nero uno straccio di bandiera badilana, si erano prudentemente rinchiusi in casa.
Il sommo Eroe aveva pensato di occupare trionfalmente la città, che poteva vantare lontane origini romane (come dimostravano alcuni antichi sassi sull’acropoli), rendere omaggio ai monumenti che ne ricordavano la gloriosa istoria e poi invitare il Re Nano a prendere il treno e raggiungerlo per unire un’altra brillante gemma al suo diadema reale. Secondo i suoi progetti tutto si sarebbe concluso in una specie di scampagnata (vino, prosciutto e fichi) e in una vacanza da scuola di quattro o cinque giorni, massimo una settimana.
Ma le cose non andarono nel modo sperato: i Governi dei principali Paesi alleati (Gallicania, Ocolandia e Dollaronia), si legarono l’affronto al dito e imposero ai badilani di rimettere tutte le cose al loro posto, lasciando la città di Montenervoso ai poveri gatticani, che intanto abbaiavano nervosamente tutti in perfetto accordo, pena feroci sanzioni economiche e blocco dei porti badilani con le flotte dei gallicani e degli ocolesi. Il Primo Ministro di Badilonia, timoroso delle reazioni degli Alleati, proibì al Re di muoversi e scrisse una letteraccia a Velkemberg, accusandolo di brigantaggio e pirateria, ingiungendogli di abbandonare l’impresa, sotto la minaccia di sloggiarlo da quei quattro sassi (già romani) mediante l’uso delle Forze Armate badilane. Ma soprattutto lo minacciò di togliergli la pensione e di eliminarne l’effige e i versi da tutti i testi delle scuole del Regno.
Queste minacce non potevano atterrire più di tanto il grande Aedo, non era ancora in età di pensione e i suoi versi giacevano a mucchi nei cassetti del suo scrittoio, ignoti al pubblico dei provveditori agli studi statali. Né d’altronde era un povero vecchierello pelato e orbo, che arringava il popolo dall’alto di un balcone, in atteggiamenti guerreschi e tracotanti, così come lo rappresentavano i vignettisti satirici dell’opposizione. Lo cominciarono a preoccupare gli inspiegabili ritardi con cui il suo fraterno camerata Crapapelada dilazionava l’invio dei milioni di lire badilane raccolte in tutto il paese a sostegno della gloriosa impresa.
D’altro canto, con il passare dei giorni, le cose a Montenervoso si stavano complicando: erano finiti i pochi sghei trovati nelle locali banche e sequestrati, al suo arrivo, dall’Eroe, proclamato per acclamazione di piazza Doge assoluto. I volontari continuavano ad aumentare, giorno dopo giorno, attirati come le mosche dal letame, tutti immancabilmente disarmati, affamati, assetati, mal vestiti e desiderosi di essere consolati e trastullati. Gli osti, gli albergatori, i bettolieri, i sarti, i bottegai e le puttane della cittadina, visto che ormai tutti i soldi disponibili erano stati prosciugati si rifiutavano di fare più credito a tutta quella marmaglia e ogni giorno manifestavano inferociti dinanzi ai Palagio Dogale, frammisti ai loro aspiranti clienti e aspiranti armati.
I pochi bezzi rimasti erano serviti al sommo Duca per acquistare armi di contrabbando dai paesi, che erano usciti sconfitti dalla Lunga Guerra, oppure che si erano dichiarati pacifisti, ma malgrado ciò la difesa della città era alquanto carente, qua mancavano le batterie costiere, là dove c’erano i cannoni mancavano le palle, là dove c’erano sufficienti archibugi, fallavano le pietre focaie, infine, essendo spariti gli arrotini, spade, spadoni, sciabole, baionette e pugnali abbisognavano della necessaria manutenzione e soprattutto della affilatura.
Le grandi potenze avevano inoltre istituito un blocco navale che impediva l’afflusso di ogni genere alimentare e non, indispensabile non solo per quell’accozzaglia di avventurieri, ma anche per la cosiddetta popolazione civile, che col passare del tempo diveniva sempre meno civile e manifestamente nervosa, come indicava il nome e la storia del paese.
Le gazzette riportavano la notizia che sia in Badilonia, sia in altri paesi stavano avvenendo grandiosi manifestazioni di affetto da parte di un largo stuolo di maestrine, matrone e patrizie, che si erano sollevate in massa e preso a scrivere missive amorose e profumate al nobile Eroe, laudando il suo spirto guerrier e tutte l’altre cose che a esso si accompagnano. Cotale sollevazione muliebre-popolare da un lato rese più prudente il Primo Ministro badilano (aveva ben cinque femmine in casa, compresa la cagnetta, di cui quattro zitelle) e dall’altro ringalluzzì Velkemberg (sempre sensibile alle grazie muliebri), rafforzandolo nella sua determinazione di portare in fondo quella impresa, sia pur momentaneamente incerta.
L’immaginifico Duca pensò allora di cominciare a battere moneta propria, onde pagare con quella il popolo dei fornitori inquieti e la turba di giovinastri scalmanati, strapanati e allocchiti che fino a lì lo aveva seguito con tanto entusiasmo. Ma i furbi montenervosini, dopo aver guardato e palpeggiato quelle monete di carta che recavano impresso su un lato il volto austero dell’Aedo e la dicitura Principato di Montenervoso, Lire Montenervosine Tot, e sull’altro le stesse scritte, oltre ai numeri e alla visione fotografica del porto di Montenervoso, le restituirono, rifiutandole sfrontatamente. Anzi lo stesso stampatore che, fino ad allora aveva stampato diligentemente gli editti, le liriche e le grida dell’Aedo, visto che non veniva pagato, come promesso, né con franchi, né con sterline, né con talleri, senza preavviso se ne partì su una barchetta, lasciando cliché, torchi e inchiostri soli e derelitti.
Quello fu uno dei momenti più brutti per il sommo eroe: file di questuanti sostavano perennemente dinanzi alla porta del suo uffizio, file di creditori dinanzi ai cancelli del Palagio Dogale, file interminabili correvano dietro la carrozza dogale. Non poteva fare un passo che era seguito da donne, uomini, mule, putei che vociavano chiedendo con insistenza pane, minestra, sghei...
Proprio nel momento in cui stava per perdersi d’animo, si sovvenne che il suo maestro gli aveva rivelato che, in fondo, il popolo era come un bambino, che può essere consolato e distratto dai suoi mali mediante fiabe e fantasie.
Velkemberg, come a tutti è noto, possedeva, tra i suoi molteplici e innumerevoli talenti di genio italico, anche quello di fine grafico e acuto ingegno finanziario. Nottetempo salì a bordo di uno splendido brigantino, ormeggiato nel porto, e lì nel segreto più assoluto elaborò un piano per risollevare le sorti della bella impresa.
Dopo tre giorni ricomparve a Palagio Dogale e convocò il cosiddetto Ministro delle Finanze del Principato, che poi in fondo in fondo era lo scopino municipale, incaricato di togliere polvere e ragnatele dalla stanza del Tesoro e gli chiese per prima cosa carta bianca.
La sua richiesta non poté essere accettata in quanto il fellone dello stampatore aveva utilizzato tutta la carta disponibile, stampandola solo su di un lato (quello dove era l’effigie dell’Eroe). Velkemberg ricevette quindi solo carta mezza bianca, vale a dire in cui era possibile stampare solo da una parte. In ugual modo una parte dei cliché risultarono biffati e quindi non utilizzabili.
Fra Tacchione
Mentre il nostro eroe cogitava profondamente su come volgere a suo favore quel sabotaggio, il suo sguardi cadde su Fra Tacchione, uno dei suoi più fedeli accompagnatori. Anziché obbedire agli ordini del suo Duce, erasi il tapino come incantato nel rimirare le immagini di certi santi e delle loro gagliarde imprese, riprodotte a stampa in quelli che il popolo devoto chiama santini.
Velkemberg menò dunque un sonoro pattone sulla zucca semipelata del malcapitato frate, dicendo: “Cosa havvi di tanto affascinante da distoglierti dalla tua opera, vile frate marrano. Io qua meco ti volli a questa impresa per aver da te consiglio forbito sulle necessità spirituali del popolo montenervosino. E ciò malgrado i non commendevoli servigi che tu mi prestasti in terra di Buriana, or son non molti mesi addietro! Ma giorno dopo giorno io m’avvedo che tu non vali il cibo che t’ingolli!”
E in buona parte ciò corrispondeva al vero, in quanto il presunto sant’uomo poco si mostrava interessato al conforto spirituale, sia del popolo che dei combattenti, molto ignorando dei principi e delle regole della Chiesa cattolica romana, all’oscuro dei nomi dei santi e soprattutto dei rispettivi campi di competenza, biascicava anzi un pessimo latino, vergognosamente frammisto a locuzioni di lingua franciosa, ispanica e alemanna. D’altronde anche l’aspetto era alquanto repellente: basso e tondo come una botte di vino, con una faccia rubizza e sdentata, con ciuffi di pelacci sparsi qua e là, sopra verruche e porri, con ciglia cespugliose e bianchicce, lunghe basette alla alemanna che mal compensavano la fin troppo evidente calvizie del cranio appuntito quale pallone da rugby. La tunica con cui avvolgeva le sue abbondanti membra era unta e bisunta e più volte rattoppata, con i margini consumati e slabbrati, avendo preferito il suddetto Fra Tacchione spendere in crapule e bagordi l’anticipo in bezzi sonanti che il Sire di Velkemberg gli aveva assegnato per meglio provvedersi di un vestimento adeguato al suo ruolo di confortatore spirituale dei ribelli.
“Frate, che ci trovi di tanto appassionante in questi pezzetti di carta?” chiese Velkemberg, incuriosito.
“Ego non saccio leggere, ma queste immagini mi parlano. Tu, sommo Duce, tu che hai leggiuto molti libri dimmi chi è questo cavaliere che infilza con la lancia un dragone?”
Velkemberg guardò il foglietto che l’altro gli porgeva e riconobbe sia dall’immagine che dallo scritto San Giorgio, che, in una perfetta e lucente armatura, affrontava un orribile drago. Pazientemente spiegò al frate ignorante la storia di San Giorgio. Il frate, anche se strabico, spalancò gli occhi e aprì la bocca. Poi, senza lasciar trascorrere alcun intervallo di tempo, gli porse, ammiccando, un altro santino: “E questo attorniato da musi neri chi è?”