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“È un missionario, San Francesco Saverio!” Ben presto Velkemberg si accorse che la sua preparazione in fatto di santi e della loro rappresentazione in immagine era spaventosamente superiore a quella del povero frate, il quale sembrava affascinato particolarmente dalle figure che rappresentavano robusti guerrieri, bellissime donne discinte e dalle lunghe capigliature, figure angeliche, scene truculente di martirio e di sangue. In successione sfilarono dinanzi agli occhi dapprima irritati, ma poi attenti di Velkemberg: San Cristoforo con tanto di fanciulletto sulla spalla, San Rolando con tanto di Durlindana e armatura scintillante, San Martino a cavallo che recideva la cappa, Santa Maria Maddalena dalle lunghe e fluenti chiome, Santa Cecilia con la lucente mandola. “Adesso basta!” disse Velkemberg respingendo con una mano l’altra figurina che Fra Tacchione implorando gli porgeva. Quell’acceso interesse in un’anima tanto semplice e incolta, per quelle immagini che con pochi tratti condensavano una lunga storia, aveva fatto germogliare nella fertile mente del condottiero una idea piuttosto seducente e foriera di grandi sviluppi. “Questa, per pietà, questa ultima! Questa figura” E qui il povero frate rabbrividì vistosamente. “Mi richiama alla memoria in modo confuso qualcosa!” A Velkemberg bastò un attimo per riconoscere nella scena raffigurata l’arcangelo Raffaele con tanto di ali sfolgoranti che aiutava Tobia a catturare un grosso pesce. Acconsentì a narrare velocemente allo stupito frate la storia di Raffaele e Tobia, poi, una volta restato solo cominciò a sviluppare l’ideuzza che gli era germogliata da quel dialogo. Ecco come sarebbe stato possibile rendere più appetibile quella carta moneta, molto più carta che moneta: avrebbe stampato sulla parte libera del foglio una lunga e affascinante storia a fumetti, in cui si narravano con immagini attraenti le storie, le avventure, le imprese e gli amori che gli venivano attribuiti, così come il popolo tutto soleva immaginare. Sarebbero state storie più varie e stuzzicanti di quelle che apparivano sui santini! Per riconoscenza verso Fra Tacchione che, sia pure casualmente, gli aveva ispirato quella idea, prima di mettersi al lavoro, gli preparò un tavolinetto in un angolo dello stanzone, affidandogli, in pompa magna, il compito di assistente principale. Cosa che inorgoglì moltissimo il povero frate che mai aveva potuto disporre di un banco e di una carega. La sua gioia divenne incontenibile quando per primo ricevette le bozze dei disegni a china buttati giù rapidamente dal nostro eroe, con l’invito a esprimere il suo giudizio e a richiederne, in qualità di analfabeta certificato, tutte le spiegazioni del caso. Dalle domande di Fra Tacchione, Velkemberg si rendeva conto se il bozzetto era riuscito e quali chiarimenti scritti dovevano essere aggiunti per una migliore comprensione. Poiché i fumetti, cioè le nuvolette con le parole, non erano stati ancora inventati, supplì accompagnando i disegni con esplicativi distici a rima baciata, molto più facilmente tollerabili dal popolo semi-ignorante e totalmente bue. I riquadri del fumetto venivano a trovarsi perfettamente dietro alla parte dove stava scritto il valore in lire montenervosine, però ogni foglio aveva dietro una scena diversa del fumetto, così che per conoscere l’andamento dell’istoria bisognava procurarsi un pacco di banconote non indifferente. Le banconote erano separate le une dalle altre da una linea punteggiata, così come avveniva per i francobolli. La spicciolatura delle monete avveniva distaccando i riquadri del foglio di carta-fumetto. Quando i Ministri del Principato ebbero tra le mani la prima tiratura di quella serie, sbiancarono in volto, alcuni sembrarono vacillare e cadere, ma la loro forte fibra prevalse. Inforcarono occhiali, incastrarono i monocoli e iniziarono a mirare le immagini della storia in cui Velkemberg era raffigurato in più verde etade e con fluenti chiome. Cominciarono a scoppiare qua e là risate ed esclamazioni di stupore o giubilo: “Poffare!”; “ Poffarbacco!”;“Accipicchia!”; “Accipicchiolina!”. Non poterono staccare l’occhio sino alla fine dell’istoria in immagini, dilettandosi anco per i sonori versi a rima baciata. L’idea piacque, anche se non del tutto chiara, e tosto i tesorieri del Doge cominciarono a pagare fornitori e arruolati con simile moneta. La confusione all’inizio fu molta: chi aveva ricevuto un limitato numero di banco-fumetti ardeva dal desiderio di conoscere il seguito dell’istoria e, tratti dai nascondigli segreti i talleri, i franchi e le lire d’argento, pretendeva cambiarli con le serie successive dei banco-fumetti. Fu d’uopo rimettere al lavoro gli stampatori e far gemere i torchi. Fortuna che la fantasia di Velkemberg, lusingata dal successo e dagli introiti di moneta pregiata, partoriva in continuazione storie, intrighi, disegni e versetti. In breve si formò dinanzi alla zecca di Montenervoso una fila di persone in febbricitante attesa. Letteralmente si strappavano di mano i fogli dei banco-fumetti! La stessa forza pubblica, pagata sul posto con tale nuova moneta, non fu capace di sedare il tumulto, tanto era presa dalla lettura dei nuovi fumetti ricevuti. Poi, piano piano, gli accaniti lettori si dettero una regolata da soli: cominciarono gli scambi e la ricerca dei banco-fumetti mancanti. Fu necessario ristampare le prime serie per soddisfare le crescenti richieste. La novità fu presto nota anche oltre la cerchia cittadina. Vennero da fuori per cambiare lire, franchi, dobloni e talleri sonanti nella più attrattiva lira di Montenervoso. Contadini badilani portarono polli, frutta, ortaggi, cipolle e patate, superando a loro rischio i cordoni delle truppe schierate lungo il confine, accettando di essere pagati con i banco-fumetti. In ugual modo i gatticani dell’altopiano tornarono a rifornire la città di agnelli, vino, olio e salumi. I pescatori, sfidando le cannoniere e gli incrociatori gallicani e ocolesi, sbarcarono sulle banchine del porto: orate, sogliole, triglie, peoci e vongole, aspettando ansiosi che gli acquirenti tirassero fuori i tanto desiderati banco-fumetti. In breve tutti furono soddisfatti e contenti e i banco-fumetti fecero aggio sulle monete d’argento e d’oro, tanto che si venne a creare una corrente di contrabbando non indifferente. I ministri delle finanze delle principali potenze, dapprima risero della cosa, poi, timorosi di vedere vacillare le loro famose monete pregiate, acconsentirono che Montenervoso e le poche terre circostanti, anziché ritornare ai litigiosi gatticani, andasse a costituire una città libera autonoma, a condizione che Velkemberg sciogliesse la sua armata, abbandonasse il Palazzo dogale e soprattutto cessasse di emettere i famigerati banco-fumetti, anzi ne facesse sparire ogni traccia possibile, ritirandoli dalla circolazione e sostituendoli con il valore corrispondente in lire badilane. Le ronde filosofiche Tutto sembrava andare nel miglior modo possibile, ma, come spesso accade, il diavolo ci mise la coda. Velkemberg, secondo il costume medioevale, caro a lui e alla sua famiglia, avrebbe voluto amministrare, come dice il poeta, “ nozze, tribunali ed are ”. [1] Ma, visto che le nozze erano tutte a breve scadenza e le cerimonie religiose, anche se particolarmente pompose e partecipate, rare e monopolio esclusivo della chiesa e dei cappellani, riversò il suo interesse sulla amministrazione della giustizia. Il primo giorno della settimana egli era solito accordare udienza ai suoi sudditi e fedeli all’ombra di un annoso olmo, posto dinanzi al palagio del Doge. Nei primi tempi la cosa funzionava egregiamente: grande folla di popolo faceva corona e ascoltava attentamente le petizioni che venivano rivolte al sommo Doge e le ponderate risposte o sentenze da lui emesse. Particolarmente gradite erano le sedute in cui si trattava di corna tra coniugi, di sputtanamenti reciproci, di calunnie inusitate, di truffe tentate o riuscite, volgari baruffe o intricati litigi tra vicini, tra vicini e lontani, tra lontani e lontanissimi, insomma tutta roba da Decamerone o Novellino. Tutti attentamente pendevano dalle labbra di Velkemberg, che, novello Salomone, si sforzava di capire le ragioni, anco riposte, dei fastidiosi ricorrenti, di meditare i giudizi e poscia di proclamare i verdetti, con la speranza che essi fossero compresi ed eseguiti. Ma ben presto tutti, e il sommo Doge in particolare, si accorsero che le petizioni vertevano sempre sugli stessi argomenti: marito contro moglie inadempiente, moglie contro marito distratto, marito contro drudo impudente, nuora contro suocera e viceversa, richieste di pensioni o rimborsi; cambiavano i volti e i nomi, ma gli argomenti erano sempre gli stessi. I giudizi su misfatti più gravi, quelli che attiravano più pubblico, (visto che lo spettacolo era gratuito), richiedevano un cerimoniale ben più curato, con giudici togati, patrocinatori, causidici, azzeccagarbugli, banditori, gazzettieri, ecc. Ognuno di tali ricorrenti si richiamava a leggi dei passati governi, dichiarandole tuttora vigenti e vitali, creando un pittoresco intreccio di codici e pandette del diritto romano, bizantino, venigiano, ostrogoto, zingaresco e gaglolitico, che nella maggior parte dei casi finiva per bloccare i lavori curiali e intralciare la giustizia. Altro grave motivo di confusione era dato dal fatto che innumeri erano i linguaggi parlati in quella ridente cittadina del decaduto impero codecano, vuoi a seguito del continuo viavai dei cittadini dei regni viciniori (buriani, ciarokoviani, codecani, caciari, gatticani, ostrogoti, ecc.), sia per il sopraggiungere di giovani volenterosi rivoluzionari dollaricani, gallicani, orsomanni, ocolesi, bolgiatici. Ognuno, in nome della democrazia, pretendeva di parlare e scrivere nella propria lingua, sostenendo che la Lunga Guerra, che tanti morti aveva prodotto, era stata fatta anche per consentire a ognuno di usare la propria lingua materna. Divisò dunque il Sire di Velkemberg di uscire dalle paludate aule e dalle asfissianti clientelari compagnie di seguaci e detrattori e raccogliere di persona il franco parlare del popolo. Ricordandosi che nelle Mille e una notte si narrava che il famoso e giusto Califfo di Bagdad, Arun el Rashid, era solito uscire di notte dal palazzo e, in incognito, aggirarsi per il suk e i quartieri popolari per ascoltare quello che il popolo pensava di lui e del suo governo, si abbigliò da umile artigiano e, in compagnia del fido Spelagatti, uscì in segreto per le anguste vie di Montenervoso. Dopo aver vagabondato alquanto per le strade della città si fermarono nella zona antistante il porto, dove c’erano, una di fronte all’altra, due bettole molto affollate. Sulla destra c’era la Locanda del Gallo dorato, un antro male illuminato con davanti un ampio spazio colmo di tavolini di marmo, coperto da un vecchio pergolato di vite ormai senza più foglie, sulla sinistra il Bijeli Labud (Cigno bianco in lingua badilana), una bettola con pretenziosi addobbi ispirati al mare, alla pesca e alle vele. Attratti dal fuoco che ardeva dentro un grande camino, i due entrarono in questa ultima. Per un attimo i numerosi avventori che affollavano tale bettola si distrassero dalle loro occupazioni per guardare i due nuovi arrivati. Essi formavano invero una molto strana e miserevole coppia: l’uno, Spelagatti, dal gran ventre, rotolante qua e là sulle corte gambucce. Uno sdrucito chepì ricopriva la piccola testa, ricolma di riccetti neri e di idee balzane; era cenciosamente vestuto d’una vecchia divisa del defunto esercito codecano e ai piedi un paio di sandalacci sgangherati. L’altro, Velkemberg, con in testa una berretta con visiera in cuoio, quasi nuova, magro, allampanato, insaccato alla meglio dentro un paio di pantalonacci da cavallerizzo, che avevano conosciuto tempi migliori, e sulle spalle una stinta mantelluccia con vistose macchie e geometrici rammendi. Sicuramente l’anima di artista di Velkemberg aveva tratto ispirazione da qualche commedia dell’arte badilana per adottare tale travestimento. Ancorché abbigliati in modo così trasandato i due non stonavano nel mezzo alla miseranda clientela dell’osteria del Cigno bianco: pescatori in cassa integrazione, marinai all’asciutto, barcaioli senza barca, contrabbandieri di stoccafisso, pescivendoli in fase di meditazione, fabbri sferrati, servitori senza padrone, soldati senza soldi, assetati senza palanche... Dicevamo dunque che tutta questa fauna multicolore, dopo un’occhiata distratta, ritornò alle proprie disoccupazioni abituali: chi a gettare i dadi, chi a giocare a tressette, chi alla morra, chi allo schiaffo. Pochi coloro che si potevano permettere un bicchierozzo di slivovitza o un quartino di pikolit o di malvasia, magari in accompagnamento a un piatto di gulash. Anche l’ex soldato codecano e l’uomo dal berretto di cuoio ordinarono qualcosa da bere e da mangiare e si accinsero ad ascoltare, per quanto era possibile, le conversazioni che avevano luogo nei tavoli vicini. L’impresa non era facile, in quanto le parole erano sommerse dalle urla, dalle risatacce, dalle imprecazioni in quasi tutte le lingue della regione. Dopo un po’ di esercizio i due capirono che l’argomento predominante, o quasi, riguardava le mule, intrecciato in vario modo con quello dei bezzi. A parte ciò capirono che a un paio di tavoli ci si lamentava per la difficoltà dell’approvvigionamento del tabacco di contrabbando, non tanto per l’operosità dei doganieri di Montenervoso, quanto piuttosto per il blocco della marina badilana. I trasporti via terra erano lunghi e perigliosi, con scarsa resa, essendo necessario ungere molti gendarmi.
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