Sarah
Sbatte la porta con violenza, e decido di prenderla come affronto personale.
"Scusate ragazzi, torno subito.", esclamo prima di uscire di corsa.
La cerco ovunque, vicino i distributori di snack, nella sala studenti, in biblioteca, ma nulla.
Scendo velocemente le scale e per poco non inciampo.
Passo davanti al bagno delle donne e avverto dei singhiozzi. Entro a passo spedito e la trovo lì, a terra, mentre piange.
Resto ferma, non so cosa fare.
Improvvisamente il suo sguardo incontra il mio.
"Scusami.", le dico davvero costernata.
"Mi scusi lei, dovevo stare in silenzio.", ribatte.
Mi siedo per terra accanto a lei. Il pavimento di quel bagno è così sudicio, ma non m'importa.
"Ascolta.", continuo, "è plausibile che tu abbia idee diverse dalla mia. E scusami se mi sono lasciata andare.", dico accarezzandole la mano.
"Ma no, lei non c'entra. E' che ha ragione, sono io ad avere una concezione sbagliata di cosa sia l'amore."
"Probabilmente non sacrificherei mai la mia felicità per qualcun altro, ma posso capirti, anche se non condivido il tuo punto di vista."
"Lei è mai stata innamorata?", mi chiede di punto in bianco.
"Può essere di sì, può essere di no. Non ho metodi di paragone."
Si pulisce gli occhi con un fazzoletto.
"Nemmeno io. Però conosco l'amore, quello struggente di cui si parla nei libri."
"Credi che esista lo stesso amore nella realtà?", continuo.
"Beh, non lo so. Però voglio vivere per quello.", afferma.
Le sorrido e l'aiuto a rialzarsi.
"Scusami per quello che è successo prima, non accadrà più.", le bisbiglio.
Fa cenno di sì con la testa e va via, lasciandomi sola in quel bagno sudicio.
Rose
Come mi era venuto in mente di parlare in quel modo?
Esco dal bagno e sto per ritornare in aula, ma vengo fermata dalla segretaria.
"Altman, ha già trovato il suo tutor? Ha tempo sino ad oggi pomeriggio!", esclama.
"Cazzo! Il tutor.", penso.
"Sono io il suo tutor.", esclama la dottoressa Stone avendo udito la conversazione.
La guardo interdetta.
"Ma com...", cerco di chiedere.
"Shhh, non dire niente, lascia che ti aiuti."
"Ma non voglio dare fastidio.", le dico.
"Non dai nessun fastidio. Mettila su questo piano, potrò farmi perdonare per ciò che ho detto e potremmo studiare insieme.", bisbiglia.
Le sorrido e accetto.
La segretaria fa cenno di aver capito e sparisce nei corridoi.
Rientro finalmente in aula, gli sguardi di tutti i colleghi su di me.
Poco dopo rientra anche lei.
"Bene.", dice, "avendo chiarito questo piccolo malinteso, direi che possiamo procedere.", afferma.
La lezione va avanti per un po'. Alcuni miei colleghi leggono, altri pensano a messaggiare con il telefono, fatto sta che il tempo passa via velocemente.
Sto per uscire dall'aula e Kira mi si avvicina.
"Le hai tenuto testa", mi dice soddisfatta.
"Ho solo detto quello che pensavo.", le rispondo.
"Però io sono d'accordo con la prof.", continua seguendomi, "non riuscirei mai a stare con qualcuno che non amo."
"Questione di punti di vista.", le rispondo certa di non voler tirare più l'argomento.
Esco fuori dall'androne e mi accendo una sigaretta.
"Vai a lavoro ora?", mi chiede qualche istante dopo.
"Si, anzi... sono già in ritardo.", le dico salutandola e allontanandomi velocemente con la sigaretta ancora tra le labbra.
Arrivo da Jack mezz'ora dopo.
"Sei in ritardo, lo sai?", esclama senza nemmeno salutare.
"Lo so, lo so. E' che oggi la lezione è finita più tardi.", esclamo cercando giustificarmi.
"Vatti a cambiare, c'è tantissimo da fare oggi."
Non me lo faccio ripetere due volte, entro in cucina.
"Dov'è Samantha?", chiedo a Jack.
"Non verrà oggi. Ha chiamato.", risponde dall'altra stanza.
Mi chiedo perché non me l'abbia detto ieri, e decido di chiamarla dopo.
Il pomeriggio trascorre in maniera abbastanza monotona, preparo l'impasto per la pizza, pulisco la sala, apparecchio, posiziono i bicchieri con precisione meticolosa.
Non appena arriva sera Jack entra in cucina.
"Non so come dirtelo, ma devo andare via.", mi comunica abbastanza nervoso.
"E qui? Chi resta?", gli chiedo.
"Tu. Ce la farai benissimo da sola.", esclama.
Lo guardo irritata.
"Cioè... vorresti dire che devo cucinare, prendere le ordinazioni e fare cassa da sola?", strabuzzo gli occhi.
"Ti pago il doppio di quello che avrei dovuto darti stasera, ma fammi andare, ti prego."
Lo guardo con aria compassionevole e faccio cenno di sì con la testa.
"Che Dio mi assista.", penso tra me e me.
Resto sola.
I clienti iniziano ad arrivare, e sin da subito mostro segni di nervosismo e impacciatagine con la consegna dei piatti, la presa delle ordinazioni: è tutto un caos.
"Mi scusi, ho ordinato una cotoletta mezz'ora fa", esclama un cliente poco dopo.
Sto davvero per entrare nel pallone, quando improvvisamente entra la dottoressa Stone.
"Ecco, perfetto.", penso tra me e me.
Raccolgo quel briciolo di dignità che mi è rimasto e la faccio accomodare.
Faccio di tutto per dimostrare di sapermela vedere da sola, ma poco dopo lei mi raggiunge in cucina.
"Non mi dire che ti hanno lasciata da sola.", esclama sorpresa.
"Eh già.", le comunico passandole oltre.
"Lasciati aiutare.", dice.
La guardo e resto interdetta.
"Non mi sembra il caso, se lo sapesse il mio capo mi ucciderebbe.", comunico.
"Non lo dovrà sapere. Io resto qui e tu fai quello che fai di solito quando c'è qualcuno che lavora con te.", continua.
Decido di accettare e la istruisco.
"Allora, qui c'è l'impasto, bisogna stenderlo in questo modo. Da quest'altra parte ci sono le ricette per i primi, qui gli ingredienti per i secondi."
Annuisce con la testa e la lascio sola.
Ringrazio il cielo per quell'aiuto in più e torno a prendere le ordinazioni e a fare cassa.
La serata trascorre velocemente. Fortunatamente non abbiamo dovuto faticare molto e la dottoressa Stone è stata davvero di grande aiuto.
"Dove hai imparato a cucinare?", le chiedo poco dopo dividendo una birra con lei.
"Mia madre mi ha insegnato tutto ciò che sapeva, per cui ho sempre avuto una passione smodata per la cucina.", mi dice.
"Cheers.", esclama facendo scontrare il suo bicchiere con il mio.
Accendo una sigaretta e lo stesso fa lei.
"Come mai ancora da queste parti?", le chiedo incuriosita poco dopo.
"Ieri ho mangiato così bene, e quindi ho pensato di ritornare.", replica ironica.
Iniziamo a ridere entrambe, sino a quando i nostri occhi non si incontrano, dando così il via ad una danza famelica di sguardi.
"Sai. ..", dice.
"Cosa?", le domando facendo attenzione a non distogliere l'attenzione da quelle iridi blu.
"Non riesco a smettere di guardarti.", mi comunica tutto d'un fiato.
"Non che i miei occhi siano belli come i suoi.", esclamo.
"Dammi del tu, ti prego. Mi fai sentire una vecchia decrepita così.", ride.
"Mi scu... scusami, è che sei la mia insegnante.", le ricordo.
"In università devi darmi del tu, fuori puoi chiamarmi Sarah.", precisa.
"Sarah...", le faccio eco.
Si avvicina pericolosamente alla mia bocca quando il telefono inizia a squillare.
Abbassai lo sguardo, confusa ed estrassi il telefono dalla tasca.
"Si?", rispondo
"Sono Jack, devi venire qui, male... sangue."
"Cosa?", mi alzo di scatto allarmata.
"Samantha, a casa di Samantha... lei, bambino.", bofonchia fatica.
"Sta calmo, sto arrivando."
"Cosa è successo?", domanda Sarah alzandosi a sua volta.
"Non ho capito bene, ma sembra essere grave. Potresti chiamare l'ambulanza mentre io chiudo qui?", le dico.
Fa come le ho detto, e mentre sto chiudendo con il lucchetto si avvicina e mi chiede la via da indicare per l'ambulanza.
"Forth Road, 177 UW", le dico.
Sto per salutarla poco dopo, ma lei mi prende per il braccio.
"Io vengo con te."
"Ma non ce n'è bisogno, stanno arriv...", non mi dà tempo di terminare la frase.
"Io vengo con te.", ripete.
Annuisco con la testa e iniziamo a correre. Direzione: casa di Samantha.