Rose
Guardo l'orologio.
"Cazzo, è tardissimo.", penso alzandomi di scatto dal letto.
Mi siedo e mi prendo del tempo per pensare.
Dopo aver chiuso il locale ieri notte mi sono vista costretta a chiamare un taxi, e meno male che non ho dovuto aspettare molto.
"Sarah...", penso improvvisamente a lei.
Le nostre mani si erano sfiorate, poi ci eravamo guardate negli occhi per interminabili minuti.
"Ma come interpretare tutto questo?", mi chiedo.
Infilo le pantofole e corro in cucina a prepararmi la colazione. Poco dopo sono già in doccia, lascio che l'acqua mi scivoli addosso: resterei così per ore.
Mi vesto, indosso una maglietta nera con la scritta fluorescente e pantaloni larghi elasticizzati; infilo le converse ed esco di casa.
Lungo il tragitto chiamo Jack, ieri non ho avuto modo di parlargli.
"Ciao Jack, ascolta, ieri ho firmato i documenti e quindi...",
Mi interrompe.
"Te ne vai, vero?", mi chiede triste.
"No, non ho detto questo. Però non potrò più fare la mattina.", lo rassicuro.
"Va bene allora. Ancora meglio, ci penserai tu a fare chiusura ogni sera.", dice chiudendo la conversazione.
"Benissimo.", penso, "spero di non dover prendere il taxi ogni notte."
Poco dopo sono all'università. Mi fermo davanti alla porta d'ingresso, estraggo una Chesterfield rossa dal pacchetto e me la fumo in tutta tranquillità.
"Ne avresti una anche per me?", mi chiede Kira sbucando chissà da dove.
"Ciao, certo.", le rispondo estraendo una sigaretta dal pacchetto per lei e porgendogliela.
"Avresti anche da accendere?", continua.
Le porgo l'accendino ma quello non si accende.
Mi avvicino a lei e con una mano proteggo la fiamma dell'accendino.
"Grazie.", mi dice guardandomi negli occhi.
Restiamo in silenzio per un po'.
"Allora? Cosa ne pensi della dottoressa Stone?", mi domanda poco dopo.
"Beh... penso che sia brava.", rispondo imbarazzata.
"Andiamo... lo so che ti piace. Guarda che non lo dico a nessuno.", dice dandomi una pacca sulla spalla.
Divento tutta rossa in viso.
"Ma come ti viene in mente!", esclamo, "assolutamente no."
"Vedo come la guardi.", continua.
"Ti stai sbagliando.", replico.
"Però non hai ripudiato l'idea che possa piacerti una donna. Quindi... ti piacciono le donne?"
Le sue domande iniziano ad urtarmi profondamente.
"Ascolta, non lo so, okay? Non ho un sesso preferito, prendo quello che capita."
"Ottima filosofia di vita", dice sorridendomi.
Ne ho abbastanza, spengo la sigaretta ed entro.
Estraggo il dépliant dalla borsa.
"Mercoledì – stanza 12", leggo.
Faccio mente locale per ricordare dove sia questa stanza 12.
Salgo tre piani a piedi e raggiungo la stanza con affanno.
"Sono una delle prime.", esclamo non appena mi rendo conto di essere con tre o quattro persone.
Prendo posto nella prima fila e resto in attesa. Estraggo "Cime tempestose" dalla borsa e lo sfoglio, soffermandomi sui punti salienti sottolineati molto tempo prima.
Il primo libro che ho letto è stato "piccole donne", poi ha ceduto il testimone a "Piccole donne crescono", poi qualche libro di Stevenson e altri titoli di cui adesso a malapena ricordo il titolo.
Quando qualcosa ti segna la ricordi, quando non ti scalfisce nemmeno la dimentichi.
Forse succede così anche con le persone.
Forse è per questo che quando la dottoressa Stone fa capolino nell'aula sento il fuoco dentro.
Ricordo le sue mani, quel sorriso, e mi chiedo cosa mi stia accadendo, e perché quella donna mi faccia questo strano effetto.
Pochi istanti dopo entrano anche altri studenti.
La stanza ora è gremita.
"Buongiorno.," esordisce la dottoressa Stone.
"Come ben sapete, oggi inizieremo a trattare come si deve il libro "cime tempestose", lo avete portato tutti?", chiede.
"Si.", esclamiamo tutti all'unisono.
"Bene.", dice scendendo lo scalino che separa la cattedra dai banchi e avvicinandosi proprio verso la fila dove sono seduta io.
"Ho avuto modo di pensare al fatto che non ha senso che legga io, perciò lo farete voi."
Silenzio assoluto.
"Leggerete ed esprimerete brevemente il vostro parere.", continua.
Prende a camminare avanti e indietro e poi mi indica con la penna.
"SignorinaAltman, a lei la parola.", dice.
Arrossisco ma decido di farmi coraggio.
Apro il libro, mi soffermo su una citazione sottolineata tempo prima.
"A che scopo esisterei, se fossi tutta contenuta in me stessa? I miei grandi dolori, in questo mondo, sono stati i dolori di Heathcliff, io li ho tutti indovinati e sentiti fin dal principio. Il mio gran pensiero, nella vita, è lui. Se tutto il resto perisse e lui restasse, io potrei continuare ad esistere; ma se tutto il resto durasse e lui fosse annientato, il mondo diverrebbe, per me, qualche cosa di immensamente estraneo: avrei l'impressione di non farne più parte. Il mio amore per Linton è come il fogliame dei boschi: il tempo lo trasformerà, ne sono sicura, come l'inverno trasforma le piante. Ma il mio amore per Heathcliff somiglia alle rocce nascoste ed immutabili; dà poca gioia apparente ma è necessario"
Silenzio.
La guardo e mi sembra davvero sorpresa.
Arrossisco e aspetto che dica qualcosa.
"Co.... Come mai questa parte?", dice balbettando.
"Beh, per me significa molto. Rappresenta il fulcro della condizione del cuore della donna che scrive. E' combattuta tra due amori, lei dice che sta bene con Linton, sebbene in realtà ami Heathcliff. E' una contraddizione: sacrifica ciò che vuole davvero per amore di un qualcosa di più grande: il senso del dovere e del rispetto per la famiglia."
Mi guarda senza proferire parola.
"Sappiamo tutti cosa succede dopo. Però in quel momento lei prende questa decisione, sacrificherà il suo amore per l'uomo che ama per stare accanto ad un uomo verso cui non prova niente se non rispetto, e molto probabilmente riconoscenza."
"Posso farle una domanda?", prende la parola.
"Certo.", asserisco.
"Secondo lei se portassimo al giorno d'oggi questa storia la protagonista rinuncerebbe egualmente all'amore per Heathcliff in nome di valori quali rispetto, dovere e famiglia?"
Resto un attimo in silenzio per riflettere. I miei colleghi iniziano a parlare a bassa voce.
"Secondo me si.", esordisco improvvisamente.
"E cosa glielo fa dedurre?".
"Beh, a parte il cambiamento della condizione sociale i sentimenti non mutano. Se io amo una persona anche se con quella persona non posso starci, sacrificherei ben volentieri il mio amore per lei, anche se so che è sbagliato. Tuttavia, dipende dalle circostanze.", continuo.
"Non pensa che bisognerebbe far prevalere i propri sentimenti su quelli degli altri?", chiede.
"Dove vuole arrivare?", mi chiedo tra me e me.
"... suppongo che non bisognerebbe essere così tanto egoisti!.", esclamo abbastanza irritata.
"Ah, perché adesso cercare la propria felicità significa essere egoisti?".
"Andiamo... se lei fosse Heathcliff e io Catherine, e io sapessi di non poterla amare perché mia sorella è già innamorata di lei non esiterei a farmi da parte per amore di mia sorella.", esclamo.
Mi guarda per un attimo.
"Quindi lei rinuncerebbe a me perché sua sorella è più importante?"
"Si. Esattamente."
"Ha una considerazione molto distorta della parola "felicità", si gira dandomi le spalle.
"Beh, ognuno c'ha la propria.", continuo ormai arrabbiata e infastidita.
"Se fossi io Heathcliff la lascerei perdere.", esordisce improvvisamente.
"Infatti... lei non è il mio Heathcliff!", esclamo alzandomi di scatto dalla sedia e uscendo fuori dall'aula.