Alvise 2018
Alvise 2018Mancavano due giorni al mio trentatreesimo. Avevo saputo da Giulia che colleghi e amici mi stavano preparando una festicciola per il mio compleanno al bar Caffè dei Fiori. Il tutto doveva essere una sorpresa, ma in realtà non lo era; già l'anno precedente era successo, e l'anno prima anche, e quello prima ancora. Da tempo la nostra combriccola festeggiava i compleanni e altre cose al Caffè dei Fiori. Ormai da cinque anni lavoravo come amministrativo agli Uffici Giudiziari di Venezia, dopo aver conseguito all'Università di Padova la laurea magistrale in Giurisprudenza. Prima avevo lavorato per alcuni studi notarili nella provincia di Treviso e dopo alcuni anni avevo fatto il concorso per entrare in Procura a Venezia. Ero arrivato nella città lagunare a settembre del 2014 e da allora non me ne ero più andato. La cosa che mi dava più piacere da un po' di tempo era frequentare il bar più vicino, il Caffè dei Fiori appunto. Una cicchetteria veneziana che aveva la fortuna di essere gestita ancora da gente locale.
Alcuni fine settimana li passavo dai miei genitori a Monastier, in mezzo alla campagna veneta. Avevo preso l'abitudine di andare da loro più o meno ogni tre settimane. Amavo passeggiare con mio padre lungo i vigneti; lui mi aggiornava sui lavori fatti e quelli futuri. La ristrutturazione della casa colonica lo aveva tenuto molto occupato negli ultimi anni, ma ora era soddisfatto. In quanto a me, per il momento ero felice di vivere da solo nel mio miniappartamento a Venezia, dopo due anni passati da pendolare su e giù in treno da Mestre. Grazie alle conoscenze dei colleghi della Procura, ero riuscito ad avere una piccola abitazione non lontana dall'ufficio. Nei pomeriggi, rientrando a casa dopo il lavoro, amavo fermarmi in mezzo ai Tre Ponti, con il sole ancora basso all'orizzonte: rimanevo appoggiato al parapetto ad osservare lungo il Rio Novo il dondolare di gondole e motoscafi lì ancorati.
Quel lunedì la giornata prometteva sole in abbondanza e presto tutto il mondo si sarebbe messo in moto. Quando raggiunsi il Caffè, Ennio, il proprietario, stava sistemando i tavoli all'esterno. Frequentavo il suo bar ormai da alcuni anni e consideravo lui e sua moglie Laura fra i miei migliori amici. Mi avvicinai e, dopo averlo salutato, gli chiesi con cortesia di prepararmi un cappuccino. Avevo ancora pochi minuti prima di prendere servizio in uno degli uffici della Procura.
Angelo, che divideva l'ufficio con me, era originario del Lazio. Un tipo allegro, sposato e felice di esserlo, così almeno dichiarava minimo una volta al giorno. Genitori da pochi mesi, Angelo e la moglie Maria erano, come tanti altri che lavoravano nel palazzo, frequentatori assidui del Caffè dei Fiori.
Però, la mia amica più cara era Giulia, la cameriera che, dal tardo pomeriggio fino alle ore spesso tarde della notte, serviva ai tavoli del bar.
Qualche anno prima, sotto una pioggia sferzante, avendo con me un ombrello, mi ero offerto di accompagnarla alla stazione, dove avrebbe preso il treno per Mestre. Farle compagnia in quel tragitto a tarda notte era diventata, nelle settimane e nei mesi successivi, un'abitudine. A Giulia raccontavo quasi tutto. Non volendo impegnarmi in relazioni durature - amavo troppo essere libero - le raccontavo delle mie poche e occasionali avventure amorose con giovani turiste e le mettevamo scherzosamente a confronto con la sua relazione “seria”, che lei sperava un giorno di portare all'altare. Al momento, per quanto mi riguardava, l'unica donna che veramente contava per me era mia madre.
In quelle chiacchiere, spesso notturne, Giulia mi aggiornava sulle sue giornate frenetiche, divisa fra lo studio - era al terzo anno del corso “Arte e Linguaggi delle Comunicazioni” all'Accademia di Belle Arti - e il lavoro al Caffè dei Fiori. Le mattine le trascorreva per lo più in Biblioteca o nei laboratori dell'Accademia e nel pomeriggio raggiungeva a Mestre Gianni, il suo ragazzo, da poco laureato in Economia. Poi, per le diciotto era di nuovo a Venezia a lavorare nel bar di Ennio e Laura. Dato che lavorava anche alcuni sabati, quelle nostre passeggiate erano per lei un modo per riprendere fiato, rilassarsi e qualche volta sfogarsi. In quanto a me, la consideravo un punto fermo, come il lavoro, i pomeriggi al bar e le visite ai miei.
Fra gli amici del bar ero ancora uno dei pochi uomini non felicemente accompagnato e le battute su di me si sprecavano. Bastava che qualche turista venisse a sedersi nei tavoli all'esterno del locale, che mi arrivavano occhiate allusive e commenti spesso non sottovoce. Anche la mia amicizia con Giulia era stata all'inizio oggetto di pettegolezzi: lei era stata costretta più volte a reagire alle battute dei nostri amici, ripetendo che la nostra era solo amicizia, che con il suo ragazzo tutto andava a gonfie vele.