Prologo

1556 Words
PROLOGO Ariel Hamm si piegò sul foglio che aveva di fronte, studiando attentamente le equazioni che vi erano scritte sopra. Si morse il labbro mentre risolveva i problemi. Voleva finire i compiti in fretta, in modo da avere un po’ di tempo libero prima di andare a letto. Stava risolvendo l’ultima equazione quando un grido acuto infranse il silenzio. Ariel sollevò di scatto la testa e la sua bocca si aprì a formare una piccola O. Fissò con gli occhi spalancati l’uomo che leggeva il giornale seduto di fronte a lei prima di alzarsi di scatto e mettersi a correre lungo il corridoio. Henry Hamm scosse la testa e guardò sua figlia di sei anni prendere il volo come un proiettile. Sospirò. Chissà cosa era successo, questa volta. Raggiunse la porta del bagno proprio mentre Abby Hamm arrivava di corsa, tremando. Henry allargò le braccia e le strinse attorno alla moglie, che stava imprecando sottovoce. Guardando oltre le spalle della consorte, Henry vide Ariel china sulla vasca da bagno. La bambina tirò fuori qualcosa dalla vasca e la cullò delicatamente fra le braccia. Quando si voltò, i suoi grandi occhi marroni erano colmi di lacrime e il suo piccolo mento stava tremando. Ma non fu la sua espressione ad attirare l’attenzione di Henry. Fu quello che aveva fra le braccia. La piccola creatura marrone stava cercando di farsi minuscola contro il suo corpicino. Ariel fissò suo padre con gli occhi spalancati, in attesa di una risposta. “Va tutto bene, Abby. È solo un cucciolo di cane della prateria,” disse Henry, accarezzando la schiena di sua moglie. “Non è solo un cucciolo di cane della prateria, Henry Hamm,” disse Abby, guardandolo storto. “È un’intera cucciolata!” “Ma mamma, Ariel doveva aiutarli. Il signor Wilson li aveva catturati e voleva affogarli. Ariel non poteva lasciarli morire,” obiettò la cinquenne Carmen. “Doveva prendersi cura di loro. È la loro mamma, adesso.” Abby si guardò alle spalle, verso la figlia maggiore. Ariel si frapponeva protettiva di fronte alla vasca da bagno vecchio stile piena di cuccioli di cane della prateria che abbaiavano acutamente. Poi, spostò lo sguardo sulla minore, in atteggiamento. Scuotendo la testa, si girò fra le braccia di suo marito e osservò esasperata entrambe le figlie. La settimana prima c’erano state le tartarughe, quella prima le lucertole, quella prima ancora… Abby scosse la testa con più fermezza. Da quando Ariel aveva imparato a camminare, portava a casa tutte le creature randagie che trovava e a volte anche quelle non randagie, come i gatti, i cani e le galline dei vicini. L’elenco era infinito. “Ha preso da te, sai,” disse frustrata Abby a colui che da sette anni era suo marito. “Lo so,” disse Henry con un piccolo sorriso. “Non mi piace avere animali in casa,” proseguì Abby. “Lo so,” disse Henry, lanciando un’occhiata di avvertimento ad Ariel quando lei cominciò a protestare. “E non voglio bestie nella vasca da bagno,” insistette con fermezza Abby. “Ma… ma dove dovrebbe metterli?” chiese perplessa Carmen. “Sotto il letto c’è il pieno e anche…” Carmen si interruppe quando Ariel le diede di gomito. “Zitta,” sibilò sottovoce Ariel. “Sotto il letto…?” disse Abby, portandosi una mano alla gola. “E poi?” chiese, guardando prima Ariel, i cui occhi erano di nuovo pieni di lacrime fino al limite, per poi rivolgere un’occhiata severa a Carmen. “Cos’altro mi ha portato in casa?” chiese Abby, voltandosi verso la camera di Ariel e Carmen. “NO!” strillò fra le lacrime Ariel. “Mamma, ti prego. Hanno bisogno di me!” Henry decise che era il caso di assistere sua moglie. Lei era una cittadina e aveva ancora paura dei vari animali che vivevano nelle ‘zone selvagge del Wyoming,’ come diceva lei. Abby entrò nella stanza delle sue figlie e stava per mettersi a quattro zampe per guardare sotto il letto quando Henry la afferrò per la vita rotonda. “È meglio che ci pensi io,” borbottò. Ariel guardò suo padre mettersi titubante carponi e cominciare a tirare fuori le scatole di cartone che lei aveva radunato. Le scatole da scarpe erano state etichettate con cura con disegni a pastelli di ciascun animale e avevano dei fori per l’aria nei coperchi. Ariel osservò disperata mentre suo padre tirava fuori tutte e sei le scatole, aprendole una alla volta e con prudenza. La sua collezione di lucertole, rospi e tartarughe stava crescendo. Poi, suo padre tirò fuori due scatole più grosse delle altre. Una conteneva diversi gattini e l’altra un piccolo porcospino. “Dove diavolo hai preso tutta questa roba?” chiese sbalordito Henry. Ciascuna scatola era stata preparata con cura e conteneva acqua, cibo e strisce di vecchi vestiti recuperati dalla cesta del cucito. “Ecco che fine ha fatto la mia stoffa per le trapunte!” esclamò la madre di Ariel proprio mentre squillava il telefono. Abby corse fuori dalla stanza e lungo il corridoio per rispondere, mentre suo padre si sedeva sui talloni. “D’accordo, prima che torni tua madre, cos’altro c’è?” chiese, guardando la figlia maggiore che cercava di impedire al piccolo cane della prateria di fuggire. “Ha messo Patrick e Sandy nel mio letto,” disse diligente Carmen. “Beh… è vero!” aggiunse, guardando Ariel con aria innocente mentre Ariel si accigliava. “Chi sono Patrick e Sandy?” chiese Henry prima di scuotere la testa. “Anzi, forse non dovrei chiedere chi, ma cosa,” borbottò. Ariel cercò di mettersi di fronte a suo padre per fermarlo, ma lui si limitò a sollevarla, con tanto di cane della prateria, e a scostarla. Henry si recò all’altro letto della stanza e sollevò con delicatezza le trapunte dai colori vivaci. Soffocò un’imprecazione quando vide ciò che si era accoccolato sotto le coperte. “Ma papà, avevano freddo. Comincia a fare troppo freddo per lasciarli fuori e potrebbero avere dei cuccioli e se lo faranno i loro cuccioli avranno freddo e…” Ariel smise di parlare quando vide che suo padre era impallidito. “Oh, tesoro, se tua madre vede questi due, non entrerà mai più in casa,” disse Henry, guardando i due serpenti volanti lunghi quasi un metro ciascuno acciambellati nel bel mezzo del letto di Carmen. “È per questo che dormivo con Ariel,” bisbigliò Carmen, guardando i serpenti. “Non credo che gli piaccia dormire con me.” Henry guardò la figlia minore e cercò di non ridere della sua espressione seria. Ricoprì velocemente i due serpenti quando sentì sua moglie che tornava indietro. Si portò un dito alle labbra per assicurarsi che le bambine sapessero di non dover dire nulla prima di voltarsi a guardare la moglie infuriata. “Che succede adesso?” chiese Henry, cercando di non tradirsi. “Non è divertente, Henry! Ariel, cos’altro hai nascosto qui dentro?” chiese Abby, portandosi le mani ai fianchi tondi. “N… niente,” bisbigliò Ariel mentre guardava la mamma. “Ho appena finito di parlare con Paul Grove. Sembrerebbe che abbia perso sua figlia. Tu non ne sai niente, vero?” chiese severa la madre di Ariel. Questa volta, furono gli occhi di Carmen a riempirsi di lacrime. “Ma mamma, lei vuole essere nostra sorella e le sorelle devono vivere insieme. Ci prenderemo cura di lei. Prometto! Ho persino diviso la mia cena con lei,” singhiozzò Carmen. “Santo cielo!” mormorò ridacchiando Henry. “Dove l’avete nascosta, questa volta?” Un piccolo rumore giunse dall’armadio, attirando l’attenzione di tutti. La madre di Ariel si avvicinò all’anta. La aprì titubante, all’inizio, prima di spalancarla una volta constatato che era sicuro farlo. Una bambina riccia di sei anni sorrise con innocenza. Era seduta su un mucchio di coperte piegate, con una bottiglia d’acqua e dei biscotti accanto. Il cuscino con le principesse di Ariel e la bambola glow worm di Carmen erano posati accanto a lei. “Ciao, mamma Hamm,” disse Trisha, sorridendo a Abby. Trenta minuti dopo, Ariel, Carmen, Henry ed Abby osservarono i fanalini di coda del furgone di Paul Grove allontanarsi lentamente lungo il viale di ghiaia. Le spalle di Ariel si piegarono. Passò un braccio attorno a Carmen, che ancora piangeva la perdita della sorella maggiore. Abby si chinò e raccolse il corpicino di Carmen, stringendolo a sé e voltandosi per entrare in casa. Proprio mentre apriva la porta, arricciò il naso per l’odore forte che proveniva dall’interno. “Santi numi!” esclamò Abby, tappandosi il naso con la mano libera. “Pensavo che avessi buttato il cavolo avanzato nella pattumiera qui fuori.” Henry si accigliò mentre entrava in casa annusando. “Infatti. Questa mattina, il camion dei rifiuti lo ha portato via.” “Oh, non è il cavolo,” disse Carmen, annusando e tappandosi il naso. “Sono i gattini che ha trovato Trisha. Quelli con quella bella riga bianca lungo la schiena. Li tiene in lavanderia.” Henry non riuscì più a trattenere le risate. “Vado a prenderli e a portarli fuori,” disse mentre sua moglie si voltava e usciva di nuovo, scuotendo rassegnata la testa. “Ma papà, hanno bisogno di me!” gridò pietosamente Ariel seguendo suo padre in casa.
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