CAPITOLO 1
Presente
Ariel si massaggiò la testa dolorante e si sistemò una ciocca di lunghi capelli biondo platino dietro l’orecchio prima di guardare la sagoma immobile che giaceva nel letto. Il colorito di Carmen era migliore rispetto al giorno prima. Ariel si allungò a toccarle la fronte. Voleva assicurarsi che Carmen non avesse la febbre. Ariel si era appena chinata quando sentì una mano scivolarle sul sedere.
Si voltò infastidita, gli occhi marroni che bruciavano di rabbia per il contatto indesiderato. Ruggì un avvertimento a uno dei guerrieri nell’ala medica, che l’aveva “urtata” per sbaglio. Snudò i denti e ringhiò all’enorme guerriero. Il guerriero la guardò accalorato prima di allontanarsi fuori dalla sua portata.
“Ti rimarrà la faccia così e, porca miseria, mi toccherà guardarla per il resto della vita,” bisbigliò Carmen.
Gli occhi di Ariel si colmarono di lacrime alle parole mormorate dalla sua sorellina. “Era ora che tu aprissi gli occhi,” disse con voce roca.
Carmen non rispose. Ariel guardò sua sorella spalancare gli occhi mentre prendeva atto dell’ambiente circostante. Sapeva che Carmen si sarebbe incazzata una volta scoperto dove si trovavano. Lei stessa aveva ancora delle difficoltà ad accettarlo.
“Dove diavolo siamo?” chiese Carmen mentre cercava di sedersi.
Ariel si allungò e la aiutò a mettersi seduta prima di rispondere. “Non ci crederai, ma sono successe delle cose davvero strane.”
Carmen fissò lo sguardo sull’espressione seria di Ariel. “Dimmi tutto,” disse mentre le sue labbra si stringevano in una linea retta.
Ariel si guardò attorno. Trisha stava pisolando su una sedia vicina, con una enorme creatura dorata accanto. La cosa si era appiccicata a Trisha nel momento in cui le avevano portate a bordo della nave da guerra aliena. Ariel guardò gli omoni sdraiati o seduti in quasi tutti i posti disponibili. Aveva fatto la guardia a sua sorella e a Trisha con una lunga sbarra metallica che aveva staccato da un piccolo tavolo mobile.
Cercò di guardare la stanza dal punto di vista di sua sorella. Era difficile vedere molto, con tutti gli uomini seduti o sdraiati nelle vicinanze. Le nude pareti grigiastre erano lisce, con una doppia porta all’estrema sinistra che dava sull’esterno.
La stanza in sé non era particolarmente grande, più o meno delle dimensioni della sala d’attesa del pronto soccorso di un ospedale, ma era piena. C’era mezza dozzina di lettini, alcuni tavoli mobili e più o meno altrettante sedie. Una parete aveva una lunga finestra oscurata che dava su un’altra stanzetta.
Ariel sapeva che era laggiù che il medico – o il guaritore, come lo chiamavano gli uomini – trascorreva la maggior parte del tempo. Le luci si smorzavano e si alzavano sulla base di comandi verbali che lei faticava ancora a capire. Poco dopo il loro arrivo, il medico aveva inserito uno strano congegno nelle loro orecchie e loro avevano iniziato a capire quello che dicevano gli uomini. Quando il dottore lo aveva fatto per prima a Trisha, Ariel si era preparata a ucciderlo, ma Trisha l’aveva fermata. Né lei né Trisha erano mai state fuori da quella stanza. Non avevano voluto lasciare Carmen sola e indifesa.
“Cosa ricordi?” chiese titubante Ariel, guardando Carmen, che si era accigliata.
“Non abbastanza, evidentemente!” borbottò a bassa voce Carmen, fulminando con lo sguardo un paio di uomini che la fissavano con palese desiderio. “Dimmi solo dove diavolo siamo, così possiamo levarci dalle palle.”
“Siamo su una nave spaziale aliena,” rispose a bassa voce Ariel. “Quei bastardi sono più di quello che sembrano,” aggiunse, accennando con il capo agli uomini che le circondavano. “Dopo che abbiamo inseguito il tizio che aveva rapito Abby fino ai boschi, sono arrivate tre creature simili a draghi usciti da un film. Il bastardo che aveva preso Abby ti ha accoltellata…” La voce di Ariel sfumò e lei abbassò per un attimo lo sguardo sulle proprie mani. “Stavi morendo, Carmen. Dovresti essere morta per le ferite che hai subito. Quei tre draghi hanno fatto arrosto quel tizio e ci hanno trasportate in una nave che sembra uscita da Star Trek,” disse Ariel, guardando sua sorella.
Carmen fissò Ariel per un momento prima di lanciare uno sguardo agli uomini che la circondavano. “Cosa cazzo ci fanno qui?” chiese a bassa voce.
Ariel non riuscì a nascondere completamente il sorriso. “Ho origliato alcune delle loro conversazioni. Credo che uno degli uomini si sia imbruttito e li abbia corcati di mazzate prima che riuscissero a calmarlo. Ce n’erano degli altri, ma hanno cominciato lentamente ad andarsene,” mormorò Ariel, guardando Trisha che si metteva seduta con difficoltà e una smorfia di dolore.
“Non ti abbiamo mai lasciata,” disse Ariel, accennando con il capo a Trisha, che forzò un sorriso rigido.
“Ehi, bellezza,” bisbigliò Trisha. “Bentornata nel mondo di Oz.”
Carmen si guardò attorno con un sopracciglio inarcato. “Me cojoni, Dorothy. Allora, come ce ne andiamo da questo mucchio di ruggine? Ho delle faccende da sistemare,” disse Carmen, buttando le gambe oltre il bordo del lettino.
Ariel guardò sua sorella stringersi il fianco. “Ti fa male?”
Carmen sbuffò. “No! Mi chiedo solo quanto tempo sono rimasta fuori gioco, se sono guarita dalle ferite che avevo ricevuto. So che erano gravi. Ho preso abbastanza pallottole e coltellate da saperlo giudicare,” disse, tastandosi il fianco prima di portare la mano al petto, dove avrebbero dovuto trovarsi le ferite.
Ariel e Trisha scossero entrambe la testa. “Sono passati solo un paio di giorni.”
Carmen spalancò gli occhi. “Merda!” mormorò, toccandosi di nuovo il petto. “Allora, qual è il piano?”
Ariel guardò Trisha, che annuì titubante. Ariel sorrise quando l’enorme creatura dorata venne ad affiancarsi a Trisha. Aveva assunto nuovamente la forma di un grosso cane. Tutte le volte che uno dei guerrieri si avvicinava troppo a Trisha, la creatura cambiava forma e ruggiva. Se anche loro sarebbero riuscite a farsela amica, avrebbero avuto un grosso vantaggio. Per qualche motivo, Ariel aveva la sensazione che essa proteggesse Trisha per un motivo e quel motivo non era permetterle di andarsene.
“Trisha ricorda come tornare al punto in cui siamo comparse quando ci hanno portate a bordo della nave. Se riusciremo ad arrivarci, dovremmo poter costringere qualcuno a ritrasportarci. Poi noi ce ne andremo per la nostra strada e così loro. Abbiamo deciso che sarebbe meglio non dire niente riguardo a quello che ci è successo. L’ultima cosa che vogliamo è finire in una stanza imbottita,” bisbigliò Ariel, accigliandosi quando due uomini cercarono di avvicinarle.
Ariel si batté la gamba del tavolo sul palmo della mano, guardando i due con un’espressione che diceva “venite avanti a vostro rischio e pericolo.” I due uomini si scambiarono un’occhiata titubante prima di voltarsi e allontanarsi. Un altro uomo entrò e Ariel trasse un profondo sospiro di sollievo. Era il medico che si prendeva cura di Carmen. Era l’unico uomo a bordo che non le facesse scattare un campanello di allarme, almeno per il momento.
“Ehi, doc, quand’è che possiamo fare fugassa?” chiese Ariel.
Il guaritore, Zoltin, guardò Ariel e scosse la testa. Trovava le femmine umane molto affascinanti. Era un peccato che il suo drago non nutrisse della passione per loro. Il drago le trovava divertenti ed era curioso riguardo a loro, ma non come avrebbe reagito se una delle femmine fosse stata la sua vera compagna.
Il suo sguardo si spostò fra le tre. Si accigliò di fronte a quella con i capelli ricci e castano chiaro. Il simbionte di lord Kelan sembrava molto protettivo nei suoi confronti. Ma Zoltin era più preoccupato per il modo in cui la femmina si muoveva: era come se provasse dolore. In precedenza, aveva provato ad avvicinarla per chiederle se stesse bene, ma lei aveva respinto le sue preoccupazioni, dicendo che doveva essere rimasta seduta troppo a lungo in una posizione sbagliata. Gli si curvarono le labbra quando guardò le dita della femmina accarezzare delicatamente il simbionte al suo fianco. Che se ne rendesse conto o meno, era la vera compagna del loro comandante. Sarebbe stato interessante assistere all’evoluzione del rapporto fra quei due. Quella sembrava una femmina molto inusuale.
Zoltin guardò le altre due femmine. Era palese che erano parenti. Entrambi avevano i capelli biondo platino e la carnagione color pesca. I loro lineamenti erano identici, con gli occhi marrone scuro, il naso piccolo e le labbra piene, anche se una era decisamente più procace dell’altra.
Zoltin si avvicinò per visitare quella che era stata gravemente ferita. Estrasse lo scanner e allungò la mano per cominciare dalla fronte. Si era appena mosso quando si ritrovò a faccia in giù sul lettino, con il braccio bloccato dietro la schiena in una posizione dolorosa che lo immobilizzava. Rimase immobile, stordito dalla forza del corpicino che lo tratteneva.
“Ehm… Carmen?” bisbigliò Trisha. “Quello è il dottore. Non credo che tu debba preoccuparti di lui. È quello che si è preso cura di te.”
Carmen abbassò lo sguardo sul tizio che aveva bloccato sul lettino prima di lasciargli andare lentamente il braccio e fare un passo indietro. Ariel allungò una mano per sorreggerla quando vacillò leggermente. Carmen rivolse un cenno di gratitudine alla sorella maggiore, per farle capire che era tutto a posto.
“Scusa, doc. Carmen è un po’ suscettibile, alle volte,” disse Ariel, aiutando Zoltin a rialzarsi.
Carmen agitò la testa a quelle parole. “Sono prudente, non suscettibile,” rispose seccata.
Ariel guardò per un attimo Carmen con tristezza. “Non abbastanza prudente, o non ti saresti trovata a due passi dalla morte. Stai correndo troppi rischi negli ultimi tempi,” le disse a bassa voce. “Guarda quello che è successo a Praga.”
“Non è andata così male,” mormorò Carmen, incamminandosi nuovamente verso il letto e sedendosi a causa del tremore alle gambe. “Ne sono uscita viva.”
“Sì… con una ferita da arma da fuoco e un trauma cranico,” ribatté Ariel.
Poi si interruppe perché sentì Trisha che le toccava il braccio. “Credo che dovremmo concentrarci sull’uscire da qui. Sembra che la maggior parte degli uomini se ne sia andata. Questo potrebbe essere un buon momento per andarcene,” disse sottovoce Trisha.
Ariel annuì energicamente. “Doc, come sta mia sorella? Si è ripresa a sufficienza per uscire da qui?” chiese a Zoltin, che si stava massaggiando il braccio e osservava guardingo Carmen.
Zoltin guardò Ariel. “Vorrei effettuare una scansione dei suoi segni vitali per verificare se la guarigione è completa. Non conosco abbastanza bene la vostra specie da sapere se i nostri acceleratori di guarigione sono efficaci su di voi. Normalmente, il simbionte del suo compagno la guarirebbe, ma dato che lei non è rivendicata, questo è impossibile,” disse in tutta calma.
“Fai pure, Doc. Non ti prenderò a calci, purché tu non faccia niente di strano,” disse Carmen altrettanto calma.
Ariel osservò frustrata mentre il medico passava lo scanner su Carmen, da capo a piedi. Avvertiva la rabbia di Carmen. Era quasi come se lei se la fosse presa per non essere morta. Ariel continuò a guardare mentre il medico poneva a Carmen una serie di domande, alle quali lei rispose laconicamente.
Ariel aveva il cuore appesantito dall’ansia per la sua sorellina. Carmen non era più la stessa da quando suo marito era stato ucciso, tre anni prima. L’uomo era morto nelle stesse circostanze che erano quasi costate la vita a Carmen. In un certo senso, era quasi come se lei fosse morta con lui. Solo il corpo e la sete di vendetta la tenevano ancora in vita. Ariel trattenne un’imprecazione. Carmen era tutta la famiglia che lei era rimasta. Beh, con l’eccezione di Trisha e di Cara, che lei aveva adottato. Ma per quanto amasse entrambe le sue sorelle surrogate, non erano come quella vera.
Ariel si lasciò cadere sulla sedia, osservando e ascoltando mentre il medico continuava a porre diverse domande a Carmen. Era stanchissima. Erano stati due giorni lunghi. Prima, il lungo volo da New York dalla California. Trisha e lei stavano testando un nuovo business Jet per la Boswell International, di cui erano alle dipendenze. Avrebbe dovuto essere un volo semplice, per riportare a casa un’artista alla quale i Boswell avevano commissionato un’opera.
Nelle intenzioni di Ariel, quello avrebbe dovuto essere il suo ultimo volo. Aveva avuto il terrore di dire a Trisha che aveva rassegnato le dimissioni per tornare a casa nel Wyoming. Intendeva fare quello che aveva sempre sognato di fare: gestire un rifugio per animali abbandonati e maltrattati. Aveva risparmiato per anni e, fra i soldi che aveva messo da parte e il denaro che aveva ereditato quando i suoi genitori erano morti in un incidente d’auto mentre lei era al college, aveva finalmente raccolto una cifra sufficiente. Aveva progettato tutto. Tutto, tranne la fine del mio fidanzamento, pensò. Eric… Ariel pestò sul freno dei suoi pensieri. Non voleva pensare a lui. Era tutto finito e lei era finalmente libera.
Non aveva programmato nemmeno quel viaggio inaspettato. Il volo di routine era andato bene; era quello che era successo dopo a sembrare un sogno. Un tizio aveva rapito Abby, l’artista, nel parcheggio del piccolo aeroporto dove erano atterrati a Shelby, California. Carmen e Cara avevano visto tutto.
Carmen si era messa a inseguire i due su una moto che si era fatta consegnare prima dell’atterraggio, mentre Cara aveva avviato il furgone di Abby collegando i cavi. Dopo un inseguimento che le faceva ancora tremare le ossa, avevano trovato Carmen accoltellata e moribonda e tre draghi giganteschi che soffiavano fuoco. Era venuto fuori che uno di quei draghi, o alieni, o quello che erano, faceva il filo a Abby ed era il tizio da cui lei voleva tornare. Tutte loro avevano fatto delle battute sui fratelli dell’uomo, ma accidenti, come avrebbe potuto immaginare che quel tizio proveniva da un altro pianeta?
Ariel sentì un piccolo sorriso curvarle le labbra mentre guardava il dottore allontanarsi da Carmen, che lo stava guardando storto. Era disposta ad ammettere di essere egoista. Era felice che le cose fossero andate come erano andate; altrimenti, sua sorella sarebbe morta. Nel profondo di sé, sapeva che Carmen non sarebbe mai sopravvissuta alle ferite se fosse rimasta sulla Terra.
Carmen si sdraiò contro i cuscini del lettino, improvvisamente esausta. “Accidenti, morire è faticoso.”
“Quasi…” mormorò Ariel per poi alzarsi dalla sedia e avvicinarsi a sua sorella. “Quasi morire. Ed è pesante anche per la tua famiglia,” bisbigliò mentre le scostava dolcemente i capelli corti dalla fronte.
Carmen voltò la testa nella mano di Ariel. “Ti voglio bene,” bisbigliò, guardandola negli occhi. “Mi dispiace di essere così impegnativa.”
Ariel ridacchiò sottovoce. “Chi altri mi guarderebbe le spalle, se non ci fossi tu?” scherzò.
Ariel vide lo sguardo di Carmen correre per un momento a Trisha e capì cosa stava pensando. “Non è la stessa cosa, Carmen. Lei non potrebbe mai sostituirti,” disse gentilmente Ariel.
Gli occhi di Carmen luccicarono per un momento prima che lei serrasse le palpebre. Ariel si appoggiò al letto. Accarezzò i capelli di Carmen fino a quando non ebbe la certezza che la sua sorellina stava dormendo. Chiuse strettamente gli occhi per resistere al dolore al petto. Soffriva moltissimo tutte le volte che rischiava di perderla.
In un certo senso, aveva perso Carmen tre anni prima, quando Scott era stato assassinato. Era davvero fortunata che le cose non avessero funzionato fra lei ed Eric. All’inizio, il dolore era insopportabile, ma nell’ultimo anno aveva cominciato ad attenuarsi un poco. E tuttavia, il dolore di amare così tanto una persona per poi perderla era inimmaginabile. Ariel aprì gli occhi e fissò il volto rilassato di sua sorella.
Mai, si ripromise. Mai più permetterò a me stessa di amare un uomo e di dargli il potere di ferirmi.
Non voleva rivivere mai più il dolore della manipolazione o del rifiuto. Guardando sua sorella, riconobbe le conseguenze del provare a convivere con l’eterno dolore della perdita. La sofferenza stava lentamente uccidendo sua sorella. Nessuna delle due opzioni le suonava bene. Meglio concentrarsi sugli animali che amava tanto. Avrebbe dato tutto il suo amore a loro.