Capitolo 2-1

1424 Words
CAPITOLO 2 Il dottore insistette affinché Carmen trascorresse un’altra notte nell’ala medica. Era preoccupato dal sangue che lei aveva perso e voleva avere la certezza che si fosse ripresa completamente. Ariel si guardò attorno. Trisha era seduta su una sedia vicino alla parete, dove poteva allungare un poco le gambe. L’enorme creatura dorata era acciambellata ai suoi piedi. La stanza era quasi completamente vuota, ora. Solo due uomini si trovavano ancora nell’unità medica. Era tardi. O almeno, così sembrava all’orologio biologico di Ariel. Lei e Carmen stavano parlando a bassa voce di quello che era successo. “E Cara?” chiese a bassa voce Carmen, non volendo disturbare Trisha, che sembrava completamente esausta. “È riuscita a cavarsela?” “Non lo so per certo. Non l’ho vista, per cui spero di sì,” rispose Ariel. “Era vicino a Abby. Abby, Cara e quell’altro tizio erano ancora in mezzo alla strada quando ci hanno sparaflesciate qui. La tecnologia di questa gente mi fa ancora girare la testa. Spero proprio che siano amichevoli e che non abbiano intenzione di attaccare la Terra. Se lo facessero, saremmo decisamente svantaggiati,” bisbigliò Ariel, guardandosi attorno. Carmen annuì. “Ti sono sembrati ostili?” “No.” Ariel si accigliò. “Al contrario. Erano decisi a salvare Abby e, quando li ho implorati di aiutarti, lo hanno fatto. Ci hanno trattate benissimo.” “Come faccio a capire quello che dicono? Sento quello che esce dalle loro bocche e so che non è la mia lingua, ma nella mia mente capisco tutto,” disse Carmen, passandosi la mano sull’orecchio sinistro. “Ci hanno messo una specie di traduttore nelle orecchie. Qualunque cosa sia, traduce quello che noi diciamo a loro e quello che loro dicono a noi,” rispose Ariel, guardando torvamente uno degli uomini ancora nell’unità medica. Costui le fissava da parecchio. Carmen seguì lo sguardo di Ariel. Vide l’omone che la fissava con desiderio palese. Scosse la testa e sogghignò. A qualunque specie appartenesse un uomo, se aveva l’uccello, era arrapato. Sfortunatamente per lui, il ragazzone aveva i bollori per la donna sbagliata. Carmen gli lanciò un’occhiata che diceva senza mezzi termini che stava bussando alla porta sbagliata. Ancora più sfortunatamente per lui, l’uomo non parve cogliere il messaggio. Carmen diede di gomito ad Ariel quando vide lo sguardo negli occhi del tizio farsi determinato. Sembrava che fosse ora di spaccare culi. “Ariel, sveglia Trisha,” bisbigliò Carmen ad Ariel mentre si metteva seduta sul lettino e buttava le gambe di fuori. Ariel guardò scuotendo la testa l’uomo che si era incamminato verso di loro. Certa gente doveva proprio imparare a proprie spese. Qualunque imbecille con mezzo cervello avrebbe dovuto essere in grado di decifrare, dallo sguardo negli occhi di Carmen, che in tempo zero sarebbero stati cazzi. Ariel si voltò e diede un colpetto sulla gamba di Trisha. Trisha si svegliò di scatto, sconcertata, e si guardò attorno confusa per un attimo prima di spalancare gli occhi nel posare lo sguardo sull’enorme maschio che si fermò di fronte a Carmen. “Femmina,” disse l’enorme maschio, con voce bassa, ma determinata. “Il mio nome è Tammit. Sono guarito. Ho sentito che il guaritore ti dimetterà domani. Desidero rivendicarti e fare sesso con te. Seguimi,” aggiunse con voce profonda. Carmen strinse gli occhi sull’uomo gigantesco che aveva di fronte. Con cosa cazzo svezzavano quella gente? L’ormone della crescita? Il suo sguardo corse per un attimo ad Ariel, che si stava avvicinando a lei. Carmen riportò lo sguardo sull’uomo e inarcò un sopracciglio delicato. “Non me ne importa un fico secco di come ti chiami e ancora meno di quello che vuoi. Se non ti levi di mezzo, ti ficco le palle in gola,” disse Carmen con le labbra atteggiate in un sorrisetto divertito. Quel bestione pensava forse di poter dire “desidero rivendicarti e fare sesso con te” perché lei si strappasse le mutande di dosso? Forse avrebbe potuto divertirsi un po’ prima di andarsene da quel mucchio di ruggine. Tammit si accigliò mentre ascoltava la traduzione. “Non puoi parlarmi in questo modo. Io sono un guerriero valdier. Le femmine non usano questo linguaggio con i loro guerrieri. Per questa volta ti perdonerò, perché non conosci le nostre usanze. Ti insegnerò il modo corretto di rivolgersi a un guerriero valdier, o verrai punita,” disse lentamente Tammit, come se stesse parlando con una specie poco erudita. “Non ti preoccupare, canuta. Farò in modo che la punizione ti piaccia.” Ariel fece una smorfia nell’udire le parole di Tammit. “Ehm, Tammit, giusto?” esordì. Il guerriero guardò brevemente Ariel e il suo sguardo si rabbuiò. “Sono attratto anche da te. Non ero sicuro di quale femmina volessi rivendicare. Ho optato per questa, dato che ha bisogno di più protezione. Tu potrai essere rivendicata da mio fratello quando torneremo su Valdier. Non preoccuparti, piccola umana. Avrai qualcuno che si prenderà ottima cura di te.” Tammit guardò Trisha, che lo stava fissando con aria sbalordita. “Tu sei già stata rivendicata dal nostro comandante. Non ti avvicinerò.” Trisha arrossì come un mattone e strinse i pugni a quel commento. “Carmen, se non lo ammazzi tu, lo ammazzo io,” esclamò incredula. “Oh, tesoro, non devi preoccuparti,” disse Carmen con voce zuccherina. “Quando avrò finito con lui, non si farà più strane idee sulla capacità di una femmina di ‘proteggersi’ o sulla sua intelligenza.” “Tammit,” disse con fermezza Ariel, cercando di dare un’ultima possibilità all’uomo prima che questi le prendesse di santa ragione. “Se hai a cuore il tuo bene, girati, vattene e dimentica di averci viste.” Tammit guardò Ariel con un sorrisetto divertito. “Tu piacerai a mio fratello. Magari sarà disposto a dividerti,” disse incuriosito. Ariel fissò l’alieno per un istante prima di guardare sua sorella e scuotere incredula testa. “Carmen, fallo fuori.” “Pensavo che non lo me lo avresti mai chiesto,” disse Carmen un attimo prima di sferrare un calcio con tutte le sue forze all’inguine di Tammit. L’alieno spalancò gli occhi per un momento prima di cadere in ginocchio esalando bruscamente il fiato. Carmen prese il vassoio di metallo accanto al suo letto e lo calò con tutta la forza che aveva. Il vassoio argentato prese praticamente la forma della testa di Tammit, da tanto lei aveva picchiato forte. Carmen balzò rapidamente giù dal letto e atterrò sulla schiena dell’uomo, che nel frattempo era caduto a terra, e gli immobilizzò il braccio dietro la schiena. Carmen premette il ginocchio al centro della schiena di Tammit, cercando di bloccarlo. Il che non era facile, considerato che il maschio aveva il fisico di un carro armato. “Prova a rivolgermi di nuovo la parola senza permesso e ti spacco il culo. Hai capito?” sibilò Carmen nell’orecchio dell’enorme guerriero. Ariel udì il profondo ringhio di Tammit un attimo prima che questi si sollevasse di scatto, scagliando Carmen all’indietro. Senza nemmeno pensarci, Ariel sferrò un colpo con la gamba del tavolo e colpì Tammit allo stomaco nello stesso momento in cui il piede di Carmen entrò in collisione con il suo mento, facendolo volare all’indietro contro un altro tavolino, che collassò con un forte rumore mentre Tammit rovinava a terra. “Che succede?” chiese ad alta voce Zoltin uscendo di corsa dal suo ufficio. Il medico rimase in disparte mentre Tammit rotolava per mettersi carponi, osservando Ariel e Carmen con un profondo cipiglio. Zoltin spalancò gli occhi nel vedere Carmen, Ariel e Trisha assumere una posizione da combattimento. Tammit ruggì, sputando sangue dal labbro spaccato. Asciugandosi la bocca con una mano, il guerriero ringhiò contro Carmen. “Non avresti dovuto farlo, femmina. Ti ho rivendicata e tu devi obbedirmi.” Carmen ridacchiò. “Tu e qualunque altra testa di cazzo vi facciate venire in mente certe idee li spedisco all’inferno. Suvvia, piccino, non hai niente di meglio? Se è così che combattono i guerrieri valdier, mi stupisce che abbiate il coraggio di definirvi guerrieri.” Ariel guardò sua sorella e scosse la testa. Solo Carmen poteva afferrare un toro per le palle e dargli della femminuccia. Ariel guardò Trisha, che stava scuotendo a sua volta la testa. Le premesse erano quelle della solita rissa da bar. “Sei pronta?” chiese Ariel a Trisha, che la raggiunse da dietro. “Oh, sì,” disse Trisha, prendendo un altro vassoio di metallo e rigirandoselo fra le mani. “Spacchiamo tutto.”
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