I-2

2003 Words
Continuai quella sfiancante peregrinazione dando un’occhiata ai negozi che mi circondavano finché mi fermai di fronte ad una bancarella di fiori. L’idea di lanciarmi in quell’acquisto non era poi troppo originale perché, a ben pensarci, era stata lei stessa a suggerirmelo: “…amo profondamente i cioccolatini ripieni di liquore, i peluche a grandezza naturale, le penne stilografiche, i quadri di Degas, i mazzi di fiori, i libri nelle edizioni originali e i fusti americani che fanno i bagnini in alcune serie televisive estive. Mi piacerebbe rischiare di annegare pur di farmi salvare da uno di quei marcantoni!!!”. Quell’ultima affermazione era un classico nel copione del nostro rapporto a distanza. Lei amava infatti alternare slanci poetici e alte speculazioni filosofiche con considerazioni molto meno elevate che inseriva nei suoi discorsi probabilmente per provocarmi e osservare poi divertita le mie stizzite reazioni. Io, d’altronde, cadevo spesso nella sua trappola dialogica e ci rimanevo impigliato sino al momento in cui lei mi svelava di aver scritto qualcosa di poco intelligente al solo scopo di disorientarmi. “Ha bisogno?”. Una fioraia un po’ appassita, dalla folta capigliatura grigio muro, mi indirizzò quella richiesta. “Vorrei un mazzo di fiori”. “Destinato a chi?”. “Perché lo vuole sapere?”. Ero di nuovo sulla difensiva ma stavo ormai valutando la possibilità che fosse in atto una congiura nei miei confronti. Tutta quella contagiosa curiosità, manifestata dalle persone che stavo incontrando, sembrava fare parte di un meccanismo perverso in cui io ero il fulcro della loro attenzione. Forse ero un inconsapevole attore circondato da una serie di comparse che stavano mettendo in scena una specie di Truman show piemontese del quale ero l’unico protagonista. “Non si preoccupi, non sono dei servizi segreti. Gliel’ho chiesto perché in ogni composizione devo tenere conto del tipo di rapporto che il cliente ha con la persona a cui è destinata”. Ai miei occhi quella piccoletta dallo sguardo dolciastro continuava ad apparire soprattutto una vecchia impicciona. “Un mazzo di rose rosse andrà benissimo”. “Se lo dice lei”. La fioraia dopo aver assemblato quel mazzo monocolore lo strinse con un nastro rosso fuoco cosparso di decine di cuoricini argentati. Mentre compì quell’operazione con consumata lentezza mi dedicò uno sguardo allusivo con il quale intendeva comunicarmi che, malgrado la mia ritrosia, lei aveva capito tutto. Io avrei potuto vendicarmi per quella forma di sottile invadenza dicendole che, vista la sua velocità di esecuzione, i fiori rischiavano di seccarsi ma preferii non far degenerare quella discussione. Perciò pagai e mi congedai con un ringraziamento puramente formale. Cominciavo ad averne le scatole piene di tutta quell’attesa quando il mio cellulare, stipato nella tasca interna della giacca, iniziò a vibrare. Il nome che lampeggiava sul display era quello di Marco Ardenti, un mio amico/collega che era a conoscenza di ciò che stava per accadere e che mi aveva manifestato tutta la sua maschia solidarietà per quell’avventura che mi apprestavo a vivere. “Pronto?”. “Allora, com’è andata? È un bel bocconcino?”. “Non lo so…”. Mi fermai perché la linea era piuttosto disturbata ma lui non mollò la presa. “Non fare l’uomo misterioso. Lo so che non dovevo romperti le scatole proprio adesso ma non stavo più nella pelle. Volevo sapere cosa stavi combinando. È appetitosa la sorpresa dentro l’uovo di Pasqua?”. “Ti ho già detto che non lo so, devo ancora scartarla. Il treno è in terribile ritardo”. “E va bene. Mettila pure su questo piano. In fondo sono affari tuoi ed è la tua privacy...”. “Senti Marco, ti ho detto la verità. Vuoi che ti faccia parlare con il barista o la fioraia? Ti confermeranno che sono da solo”. “Se è così...”. Percepii che non era per nulla convinto della mia versione dei fatti ma non mi sarei impegnato ulteriormente in quella dispendiosa operazione di persuasione. Non avevo sufficiente pazienza in dotazione per farlo. “È così, è così. Ti chiamo stasera per farti un bel resoconto della giornata, un reportage molto dettagliato, capito?”. “Ci conto”. “Ciao, Marco”. “Ciao, conquistador”. Quell’ultima uscita mi irritò non poco perché puzzava di presa in giro. Il mio amico sapeva perfettamente che non avevo mai avuto il piglio del playboy e che avevo accettato di sedermi a quel tavolo di gioco dopo mille tentennamenti, timoroso di scoprire le mie carte sentimentali e di ricevere in cambio una sonora lezione di vita. Ma avevo in mano un poker d’assi servito: un vestito grigio ben stirato, un dignitoso viso sbarbato e profumato, una capigliatura senza increspature e, se il tris non fosse stato sufficiente, uno splendido mazzo di rose rosse. Finalmente l’altoparlante della stazione diede il fatidico annuncio che attendevo ormai quasi da un’ora. Non sapevo di preciso cosa mi stesse riservando il destino perché non avevo mai visto alcuna immagine di quella donna che, in maniera assolutamente anomala, non aveva inserito sul suo profilo su sss alcuna foto. Ero invece certo che i suoi dati anagrafici non fossero quelli reali perché lei, per i frequentatori di quel salotto virtuale, era Marzia Bambi. L’immagine che aveva scelto per rappresentare il suo profilo in rete era quella del cerbiatto della Disney, circostanza che aveva contribuito ad accrescere il mio livello di curiosità per le reali sembianze di quella misteriosa ragazza. Avevamo deciso, dopo un divertente dibattito, che avrei dovuto riconoscerla basandomi soltanto su alcuni indizi che lei mi aveva comunicato attraverso una mail che mi era arrivata la sera precedente: “...ho deciso che indosserò un cappellino da baseball blu, scarpe da ginnastica bianche, occhiali da sole e uno zainetto multicolore a forma di pera. Spero che non mi scambierai con qualcun’altra ma se dovesse capitare allora ti auguro che sia la donna della tua vita, almeno il merito sarebbe anche mio. Dimenticavo: se quando ci vedremo arrossirò troppo non farci caso, è solo l’abbronzatura!!!”. M’imposi di concentrare la mia attenzione sul cappellino da baseball blu come elemento caratterizzante di quella descrizione. Naturalmente, durante quell’attesa, mi ero prefigurato anche alcuni scenari catastrofici, in cui parodiavo quel futuro prossimo ipotizzando di essere aggredito da una sportiva vecchietta che avevo confuso con Bambi oppure di rimanere imbambolato mentre quella ragazza non mi permetteva nemmeno di parlare e faceva subito dietrofront, alla ricerca del primo treno in partenza da quella stazione. Provai ad azzerare quel crescendo di ipotesi perché il momento della verità, quello in cui un mondo reale avrebbe sostituito quello immaginario, era giunto. Il mio treno stava rallentando, i freni rantolavano e quell’antico ammasso di lamiere, che avrebbe meritato un prepensionamento, pareva scricchiolare pericolosamente mentre si avvicinava alla meta. La fase delle reciproche presentazioni stava per arrivare e presi solo allora in considerazione il contenuto delle prime parole che avrei pronunciato. “Piacere, Daniele”: troppo formale. “Ciao, tesoro mio. Come stai?”: troppo informale. “Mi sembra di conoscerti da sempre”: troppo romantico. “Ciao”: troppo banale. Stoppai quelle prove di recitazione mentale e decisi di affidarmi all’istinto nella speranza che tutto sarebbe stato naturale, fluido, spontaneo. Quel lungo serpentone di scompartimenti finalmente si arrestò e, dopo qualche attimo, un fiumiciattolo di persone iniziò ad abbandonare i vagoni e a dirigersi verso lo spazio che stavo presidiando. Papà carichi come bestie da soma, mamme urlanti e bambini indemoniati, una volta giunti al termine di quel tragitto, si univano ai sudaticci parenti in trepidante attesa. Una ragazza, molto simile alla descrizione presente nella mia memoria, iniziò a dirigersi verso di me. Le scarpe da ginnastica erano in effetti bianche, un paio di occhiali da sole occultavano il suo sguardo e intravedevo le bretelle di uno zainetto che poteva essere a forma di pera. Ma per completare il quadro indiziario mancava il cappellino da baseball blu, solo e soltanto il cappellino da baseball blu. I suoi riccioluti capelli neri infatti erano assolutamente liberi e saltuariamente mossi da qualche lieve spostamento d’aria. “Ecco, sì”, mi dissi, “adesso rallenta il passo, recupera dalla tasca dello zainetto il cappellino da baseball e lo indossa mentre mi guarda dritto negli occhi. Un colpo di scena che avrà studiato nei minimi dettagli per fare colpo sulla mia immaginazione. è così, deve essere così”. La ragazza invece continuò a camminare senza troppo slancio e si fermò a pochi metri dalla zona destinata a chi attendeva i passeggeri in arrivo. Iniziò a scandagliare con lo sguardo le fattezze dei presenti come se fosse alla ricerca di un volto familiare. Fu allora che decisi di fare un paio di passi in avanti per rendere la mia sagoma corporea meglio identificabile rispetto al contesto che mi stava inglobando. Marzia sapeva quale sarebbe stato il mio abbigliamento e non si sarebbe di certo basata per riconoscermi sulla foto, seppur autentica, che avevo inserito su f*******:, un piano americano che mi ritraeva da una certa distanza. Avevo accolto con un sorriso il suo commento su quello che sarebbe stato il mio aspetto quando ci saremmo finalmente incontrati. “…non avrai un po’ caldo con la giacca? Potresti scioglierti come un ghiacciolo all’equatore e mi costringeresti a raccoglierti con un cucchiaino. Non so se avrei la pazienza necessaria per ricomporti interamente. SCHERZO NATURALMENTE!!!”. Quei tre punti esclamativi, in conclusione di frase, erano un leit motiv semantico che, mi aveva spiegato, poteva essere traducibile con un “estremamente importante”. Ripensando a quelle parole dovetti ammettere che quella presa in giro sul mio look non era proprio campata in aria. Le mie ascelle iniziavano infatti a sudare copiosamente, inumidendo anche la maglietta che le separava dal contatto con la camicia. La brunetta si avvicinò ulteriormente. Io innalzai il mazzo di rose all’altezza del mio viso. La brunetta abbozzò un mieloso sorriso e aprì la tasca dello zainetto. Io iniziai a sentirmi finalmente giunto al traguardo e allargai le braccia. La brunetta recuperò un pacchettino regalo da quella fessura e iniziò a correre. Io non mi tirai indietro e iniziai a sorriderle. La brunetta proseguì la propria corsa al di là del mio spazio vitale. Io rimasi immobile, impietrito. La brunetta abbracciò quello che doveva essere il suo fidanzato. Quella scena poteva apparire, agli occhi di un osservatore esterno, assolutamente patetica, un condensato di pura illusione che mi fece sentire lo stupido protagonista di uno sketch comico. Mancava solo il suono artificioso delle risate fuoricampo a sentenziare la riuscita di quel divertente siparietto goliardico. Dopo quella figuraccia decisi che non mi sarei mosso dal metro quadrato che ospitava i miei arti inferiori sino all’istante in cui non fossi stato certo di essere faccia a faccia con Bambi. Decine di persone continuarono ad attraversare il mio campo visivo. Ignorai soprattutto gli uomini di tutte le età, le donne troppo mature e quelle troppo giovani, concentrando la mia attenzione soprattutto su un target femminile composto da coloro che parevano avere dai venticinque ai trentacinque anni. Quella scelta selettiva era stata dettata da un fattore assolutamente soggettivo perché Marzia non mi aveva mai comunicato quale fosse la sua età e d’altronde la data di nascita, su sss, non costituiva un elemento essenziale per l’iscrizione e, se anche lo fosse stato, nessuno sarebbe stato in grado di controllare l’autenticità di quella autocertificazione. “Scusami”. “Sì?”. “Hai una sigaretta?”. “No, non fumo”. “Grazie lo stesso, purtroppo sono rimasto senza e…”. “Mi spiace”. “Sai se c’è una tabaccheria qua dentro?”. Dopo avergli indicato l’ubicazione dello spacciatore statale mi resi conto di aver sostenuto quella conversazione senza nemmeno degnare di uno sguardo colui con il quale avevo scambiato quelle quattro parole, in maniera quasi automatica. Eravamo rimasti ormai solo in tre ad attendere la nostra parte mancante: io, un quarantenne che indossava un paio di indecenti bermuda a fiori e un sacerdote con le gote arroventate dal caldo e inguainato in un abito nero che catalizzava una moltitudine di raggi solari. Purtroppo le persone che stavano sopraggiungendo erano soltanto due. Quando poi vidi più nitidamente le figure di una signora di mezz’età sovrastata da un cappello di paglia da vacanziera e di un giovane e corpulento prelato mi fu chiaro che l’unico pirla che sarebbe rimasto lì ad aspettare invano sarei stato proprio io. E se Bambi si fosse semplicemente attardata all’interno di una delle toilette del treno per dare una sistemata al trucco a base di fondotinta, rimmel e rossetto? Ipotesi che accantonai quasi immediatamente perché lei non mi sembrava il genere di ragazza che in passato avevo etichettato con la definizione di affidotuttoaltrucco, scelta compiuta nell’illusoria speranza di compiere un vero e proprio miracolo estetico. Quando tutto pareva ormai perduto, notai però una figura umana in veloce avvicinamento. Malgrado gli oggettivi riscontri sfavorevoli sperai lo stesso si trattasse di lei e chiusi per qualche istante gli occhi per procrastinare un’eventuale delusione. Quando mi riappropriai dello scenario che avevo di fronte feci appena in tempo a osservare, con la coda dell’occhio, una sagoma maschile proseguire la propria corsa ben al di là della mia postazione.
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